La verità del Natale BUSSA AL CUORE DELL’UOMO

Nel continuo chiacchiericcio gene­rato dalle opinioni personali, pro­prio quando imperversa il rumo­re assordante della strada e dei media, è difficile distinguere la verità dalle sue ombre e scorgere il vero al netto dell’apparenza, anche perché la verità richiede pazienza, perseveran­za ed un continuo lavoro di ricerca. Non è come un tesoro che una volta conquistato si possa conservare; as­somiglia piuttosto ad una energia che ha bisogno d’esser investita, al pari di una lampada che riesce ad illuminare soltanto se qualcuno dirige - oppor­tunamente - il suo fascio di luce sulle cose e sulle vicende umane.

 

A questa premura spesso si sottrae l’uomo contemporaneo. Più semplice seguire l’andazzo; più comodo adat­tarsi al pensiero degli altri, soprattutto quando gli “altri” sono gli uomini del consenso, quelli che contano, quelli che possono decidere e disporre, sen­za dar conto, senza confrontarsi, sen­za mediazioni.

 

La saggezza antica invitava ad amare la verità, quasi a ricordare la responsabilità di investire tempo, riflessioni, fatica, forse persino una certa misura di angoscia… perché la ricerca della verità richiede sempre uno slancio personale, faticoso, gra­tuito, privo di tornaconto. Tant’è che nelle vicende della vita, quando ci troviamo nel dubbio e nell’incertezza, un buon criterio per incominciare ad orientarsi è tener conto della gratuità, dell’atteggiamento di servizio, del­la disponibilità a farsi sofferente per amore di verità. Se ci accorgiamo che qualcuno, accanto a noi, lavora gratui­tamente alla ricerca di qualcosa, è mol­to probabile che costui sia in cammino verso la verità.

 

Antonio Rosmini diceva che la ve­rità assomiglia ad un bel volto nasco­sto da molti veli, che occorre pazien­temente rimuovere. Spetta all’uomo discernere e capire quel che si nascon­de al di là del velo, al di là di quei ri­flessi storico culturali che nascondono la verità agli occhi frettolosi e distratti.

 

Anche il bambinello riposto nel presepe si presenta fra simboli ed im­magini; ci ricorda la storia dell’incar­nazione; ci fa vedere il cammino della salvezza; ci parla di povertà e di ric­chezza; ci invita a mettere a confron­to la semplicità dei pastori e la gran­dezza dei cieli, l’umiltà dei Magi e lo splendore della stella.

 

La verità è complessa. Da quella grotta, al centro del presepe, emana non soltanto l’emozione di un bam­bino riscaldato dal bue e dall’asinello, ma anche l’invito a pensare, a discer­nere, a guardare le cose e le vicende del mondo, a prendere posizione, a riflettere, a giudicare.

 

Che senso avrebbe il presepe se servisse soltanto ad accompagnare le luci e i colori del Natale, se non fosse capace di bussare al cuore e alle menti degli uomini di buona volontà?

 

Torna utile, anche in questo caso, la distinzione fra nostalgia e memo­ria. La nostalgia è il ricordo di un so­gno perduto, è un pensiero confuso, che altera le cose e le proietta in una luce tanto favorevole quanto ingan­nevole, come accadde al popolo d’I­sraele, che nel deserto tornò a deside­rare gli agli e le cipolle del Faraone. La memoria è, invece, ricerca, spinta in avanti, sostegno che dal passato conduce al futuro.

 

Non serve il presepe che sia sol­tanto capace di sollecitare la nostalgia di un’infanzia lontana. Giova invece un presepe che spinga all’azione, che induca a cercare le strade che oggi si aprono agli uomini di buona vo­lontà, che solleciti a scoprire la stella che ancora oggi splende nella notte delle nostre esistenze, che ci mostri le mani e i doni dei pastori, quelli che, pur in una stagione di crisi, riescono a trovare i doni da portare all’altare, un presepe che ci insegni a metterci in cammino, al pari dei Magi, con la medesima loro speranza, con la stessa loro determinazione.

 

Il nostro augurio è che questo Na­tale possa essere un Natale di verità, perché ciascuno possa incontrare il volto della Verità e il senso pieno del­la propria esistenza.

 

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