Uomini di buona volontà. A LORO È PROMESSA LA PACE

Tornano, con il nuovo anno, le spe­ranze di un mondo migliore e tor­nano gli inganni di sempre, anzi, con una forza sempre maggiore. Non abbiamo da temere l’inganno del vicino o i tradimenti del nemico. Ciò da cui facciamo fatica a difender­ci è l’inganno che viene da noi stes­si, dalle parole che adoperiamo, dai pensieri che lasciamo transitare nei noi nostri progetti di vita, dalle scelte che caratterizzano le nostre giornate. L’uomo tecnologico sta vincendo bat­taglie epocali, persino contro le forze della natura e però si lascia travolgere dai suoi stessi prodotti.

La conoscenza, ad esempio. Oggi sappiamo tutto, o forse così immagi­niamo. Anche i bambini sanno che su internet si trova tutto. Basta imparare ad usare un telecomando o a pigiare le dita su una tastiera e il mondo ci viene in casa. E vediamo luoghi di cui non sapevamo nulla, persone che vivono a migliaia di chilometri di di­stanza, scene di vita che non ci appar­tengono. Vediamo e impariamo tante cose. La nostra conoscenza si accre­sce… Ma siamo proprio sicuri che sia davvero così?

Più di mezzo secolo fa, prima della guerra, un grande della poesia mondia­le, Thomas S. Eliot, si chiedeva: Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo? / Dov’è la saggezza che abbiamo per­duto sapendo? / Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione? La cultura sentì e si incantò; ma non volle o non seppe ascoltarlo. Nel 1948 gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura e poi lo si abbandonò all’oblio.

T. Eliot ci aveva avvertito: siamo proprio sicuri che il fiume di infor­mazioni che ci sommerge non abbia sommerso anche la nostra sapienza e quindi la stessa capacità di capire che cosa ci sia utile e che cosa ci trascini verso il baratro? E siamo proprio cer­ti di essere ancora capaci di lasciarci guidare dalla saggezza e di capire quali siano i valori autentici della vita? Non sembri sgarbato, allora, se vi esterniamo un piccolo dubbio: ha ancora senso scambiarsi gli auguri di buon anno e ripetere le parole che gli Angeli proclamarono nella notte di Betlemme: “Pace agli uomini di buo­na volontà”?

Gli uomini d’oggi forse non sanno più che cosa sia la pace e soprattutto non sanno che cosa voglia dire essere uomini di buona volontà.

Essere di buona volontà significa imparare a sentire il peso della indif­ferenza ed avvertire la nostalgia della luce; perché si possa capire dove stia e dove si nasconde la verità: scoprire, nel frastuono delle cose che si dicono, i mille frammenti di ciò che non si dice, capire, ad esempio, che la guer­ra non accade perché pochi malvagi la vogliono, ma perché molti signori perbene si arricchiscono con il com­mercio delle armi e con lo sfruttamen­to dei poveri.

Non si può volere la pace e girarsi dall’altra parte quando si vede la mise­ria e lo sfruttamento. Non si può vole­re la pace e non capire che il mondo chiede giustizia, ha bisogno di libe­rarsi dalla miseria, dalla fame, dalla malattia, dall’ignoranza.

Gli uomini di buona volontà non corrono dietro alle mode, non con­dannano per capriccio e non per­donano per simpatia; non amano il sopruso, non scelgono la “raccoman­dazione”, non vogliono l’ingiustizia, non concedono ascolto ai seminatori di zizzania, non aspettano che siano gli altri a fare la prima mossa.

Se oggi il Papa ci dice di essere non violenti, ricordiamo che anche la non violenza è una virtù attiva; è anzi, una permanente mobilitazione della per­sona a vantaggio della giustizia, della verità, della equità, della solidarietà e della pazienza (che è anche una lunga sofferenza).

E tutto questo vuol dire essere uo­mini di buona volontà. Uomini per i quali gli Angeli di Betlemme hanno promesso la pace. Auguri.

Nicola Paparella

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