Alle radici profonde DI OGNI VOCAZIONE

Le emergenze di gennaio, i tragici fatti d’Abruzzo, l’ininterrotto scia­me sismico che squassa l’Italia da alcuni mesi ci hanno fatto conosce­re episodi di straordinaria generosità, gesti di autentico eroismo, indimenti­cabili esempi di virtù civica e, insieme, segni di squallido cinismo, testimo­nianze di deprecabile volgarità, forme indigeste di oltraggio alla persona.

Il bene e il male spesso convivono, talvolta si incrociano, spesso si scon­trano, e ci lasciano senza parole, persi­no increduli.

È sempre stato così: lungo i sentie­ri della storia germogliano i fiori più belli e crescono le spine più odiose. È compito nostro dare risalto alla vita e liberarla dalle erbe infestanti o dalle ombre dell’equivoco: un compito, che è anche una speciale vocazione o for­se la radice che conferisce senso e si­gnificato ad ogni vocazione.

La persona è chiamata a incontrare l’altro. Questo vale sempre e vale per tutti. Poi si vedrà se in questo incon­tro l’appello della persona assumerà, ad esempio, la configurazione del­la missione religiosa o invece quello del cenacolo familiare... Sono tante le “chiamate” e quindi i possibili percorsi vocazionali; ma alla radice c’è l’invoca­zione che spinge al dialogo, all’incon­tro, alla comprensione del bisogno che si nasconde nelle parole di colui che ci sta accanto.

È questa sensibilità che permette a centinaia di volontari di lavorare sen­za sosta, anche quando la stanchezza spingerebbe alla pausa e al ristoro; ed è sempre questa sensibilità che viene meno quando, invece, sopravanza la negligenza e il disimpegno.

Ci sono diversi modi per prender­si cura della persona e sono tantissi­me le forme della chiusura egoistica.

Il racconto evangelico del vian­dante incappato nelle trappole dei predoni lungo la strada che da Ge­rusalemme conduce a Gerico ci dà alcuni esempi. Converrebbe rileggerli anche in chiave moderna, pensando ad esempio, ai salotti buoni della bor­ghesia, dove il disimpegno spesso si nasconde nel gioco delle competenze. È sicuramente vero che in una società complessa giova che ciascuno faccia la sua parte, e quindi che ciascuno agisca secondo le proprie competen­ze; ma dinanzi al bisogno impellente, quando si fanno i conti con la soprav­vivenza o quando è in gioco la dignità stessa della persona, ciò che viene pri­ma è l’appello dell’altro. È qui la vo­cazione: sentire che c’è qualcuno che chiama proprio me, in prima persona e proprio ora, senza indugio e senza ten­tennamenti.

Si può essere sacerdoti o genitori, operai o professionisti, uomini o don­ne, ma sotto (e prima di) ogni identi­tà, c’è una persona che è chiamata ad aprire le porte ad un’altra persona.

Le migrazioni sono un problema complesso e non si può pensare di tro­vare una soluzione semplicistica; ma quando si inciampa su una persona che dorme lungo la strada o quando si scopre che c’è qualcuno che vuole innalzare chilometri di muro, là dove c’erano campi e praterie, proprio allo­ra, senza giudicare, c’è da domandar­si che cosa sia la vocazione.

Attenzione, non la vocazione degli altri, ma la nostra personale vocazio­ne. Se riusciremo a trovare il modo di agire e di fare qualcosa in prima per­sona, allora potremo pensare di essere sulla strada giusta; se saremo soltanto capaci di prendercela con le Autorità, avremo forse capito che c’è un proble­ma, ma non avremo ancora scoperto il nostro problema.

Siamo cittadini, e quindi è utile scoprire quali siano i problemi de­gli altri; ma siamo persone e quindi abbiamo bisogno di scoprire i nostri percorsi di crescita. Imparare a soffri­re per gli altri è il primo passo. Spor­gerci nell’azione e lavorare per gli al­tri è segno di un cammino che in un modo o nell’altro ci farà scoprire (e a coltivare) la nostra personale (ed irri­nunciabile) vocazione.

Nicola Paparella

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