Senza essere manichei. DISCERNERE È LA PAROLA GIUSTA

Èun modo spezzato, rattoppato, appesantito da mille fratture, il mondo d’oggi, dove il male e il bene si mescolano e si confondo­no, come forse è sempre stato, e dove però ci si era illusi nella forza dirom­pente dello sviluppo, della crescita guidata dalla scienza, della politica controllata dall’informazione e dal­la partecipazione. E invece anche in questo nostro mondo, tutto appare confuso, fratturato, per certi versi in­gessato, non ostante la continua inva­sione delle novità. Persino la coscien­za presenta mille fratture: accanto al cittadino irreprensibile vivacchia e si nasconde il cittadino che cede ai com­promessi e sotto il mantello della virtù si nasconde il profitto e l’affarismo.

Forse è sempre stato così, forse è normale che sia così, perché soltanto i manichei possono credere che il bene resti separato dal male.

Ma allora dobbiamo imparare a riconoscere le ferite del mondo, dob­biamo capire dove stanno le fratture e come si possano ricomporre.

Credevamo che il Mediterraneo, dopo secoli e secoli di guerre e di scorribande feroci, fosse diventato un mare di pace. Poi ci siamo ricreduti ed abbiamo scoperto che in questo nostro mare si continua a morire. Muoiono coloro che invano cercano una via di scampo dalla miseria, dalla fame, dal­la guerra. Ci siamo commossi a vedere un Papa che, a Lampedusa, celebra la liturgia su un altare ricavato dai legni prelevati da una vecchia barca. E forse nella commozione, abbiamo perduto il messaggio. “No alla globalizzazio­ne dell’indifferenza” aveva gridato Francesco. Ed ora l’indifferenza trova nuovo cemento, nell’idea che anche la generosità non è priva di ombre ed anzi reca le macchie del profitto. Sono bastate delle ombre, ed è crollata la fi­ducia, spegnendo la speranza.

Dobbiamo, invece, convivere con le fratture. Se il male si accosta al bene e cerca di mescolarsi con il bene, que­sto non vuol dire che tutto è male. D’altro canto il cammino della con­versione è segnato dalle spine, oltre che dal profumo della verità. La virtù del discernimento è qualcosa che va ininterrottamente esercitata.

Occorre accettare il filtro e i vin­coli della creaturalità. Lontano dal mito dell’uomo perfetto, dobbiamo accettare il peso della fragilità e il ri­schio della caduta. Per poi rialzarsi e riprendere il cammino.

Anche questo raccontarsi le cose attraverso i talk show televisivi è un vi­zio da cui prendere le distanze. Anzi in questo permanente chiacchiericcio si consuma la frattura fra racconto e memoria, sino a corrompere il rac­conto e a trasformare la memoria in una successione di immagini sbiadite e nostalgiche.

La memoria è ricerca continua, è inquietudine che sprona all’azione, è ri­sorsa che spinge alla crescita. Quando invece inibisce lo sviluppo, non è più memoria e diventa vizio dell’anima.

In questo mese di maggio, che tra­dizionalmente ci sollecita a guardare alla figura di Maria, ci piace guardare alla sua casa di Efeso da cui, dopo la morte di Gesù, Ella guardava il Medi­terraneo e incoraggiava i passi gene­rosi della Chiesa nascente.

Lungo le rotte che solcano questo mare, abbiamo oggi bisogno di opera­tori di pace. Ancora una volta, è pro­prio qui che incontriamo chi conduce l’esistenza con i ceppi della schiavitù. E dobbiamo osare. Dobbiamo capire che gli schiavi vanno liberati dapper­tutto, incominciando dai luoghi in cui si determina la loro prigionia e quindi anche sulle sponde del continente afri­cano. È qui che dobbiamo esercitare la nostra virtù del discernimento. È qui che dobbiamo alimentare la soli­darietà e la speranza. Non possiamo aspettarli sulle sponde di casa nostra, dove in tanti non riusciranno mai ad arrivare. Dobbiamo andare loro in­contro, con generosità, con perseve­ranza e, certamente, anche con discer­nimento

Nicola Paparella

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