Eterni bambini? È TEMPO DI PRENDERE IL LARGO

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Ci vengono incontro, nella vita d’ogni giorno, messaggi, model­li comportamentali, stili di vita, esperienze che lì per lì incuriosi­scono, poi fanno sorridere, talvolta ir­ritano, altre volte seducono e intanto creano schemi mentali ai quali diven­ta difficile sottrarsi.

Prendiamo ad esempio i talk-show televisivi, dove spesso ci si imbatte con persone che discutono in pubbli­co dei loro fatti privati. Se ci pensiamo bene, nessuno di questi “programmi” ha mai prodotto un apprezzabile cam­biamento di opinioni. Ciascuno trova nello “spettacolo” argomenti per rima­nere ancorato al proprio convincimen­to. Così come accade per le diverse forme di “tribuna politica”, ciascuno trova argomenti a sostegno delle pro­prie idee. E però tutti incominciano a credere che sia utile mettere in piazza i propri sentimenti privati.

In questo modo si crea una peri­colosa confusione fra spazio privato e spazio pubblico: uno di quegli schemi mentali che ci portiamo dietro senza averci mai seriamente pensato. A questo si aggiungono due corollari, anche questi taciti, anche questi con­vincono in maniera sotterranea. Ecco­li: strillare in pubblico rende davvero liberi; l’applauso in pubblico conferi­sce identità a chi altrimenti rimarreb­be del tutto anonimo. Sì, perché ogni tanto è bello ritrovarsi gomito a gomi­to con altri che la pensano allo stesso modo e che sono disposti a gridare, insieme, contro qualcuno.

Questi schemi culturali, che poi diventano anche stili di vita, sono il segno di un disagio che nasce da una illusione di libertà: sono libero di… gridare, sono libero di dire la mia; non mi vergogno di riconoscere che…, nessuno mi può impedire di…

Non c’è dubbio, la libertà di… è un tratto della libertà e ci piace scoprire che è una esperienza possibile per tutti e per ciascuno.

Già più difficile è l’esperienza del­la libertà da… Liberi dall’ignoranza, liberi dalla miseria, liberi dalla malat­tia. Questo tipo di libertà è più difficile, perché è qualcosa che si conquista nel tempo e a volte con qualche sacrificio personale.

Per ultimo c’è un livello ancora più elevato: la libertà per… Sono libero, per andare incontro al bisogno, libero per condividere ed amare, libero per realizzare e costruire. In questo caso la libertà richiede l’impegno della pro­gettazione di Sé.

La dimensione pubblica del vivere è una bella cosa, ed anzi può aiutarci a realizzare la nostra libertà per… Ma attenzione, il pubblico non è quello del consenso televisivo, non è quello del divano davanti alla televisione. Il pubblico è quello della condivisione. È bello ritrovarsi ogni tanto a condivi­dere una pizza; ma la cosa più saggia è quella di ritrovarsi insieme, per pro­gettare insieme e preparare insieme uno spuntino da condividere in alle­gria. Il fare insieme ci restituisce la di­gnità del “potere”, a fronte dell’identità del “dipendere”.

È evidente che la persona è espo­sta tanto al dipendere quanto al fare. Ma se nel bilancio personale della giornata dovesse prevalere il “dipen­dere”, nel contesto lavorativo, negli affetti, nel tempo libero, … si finisce con l’assomigliare ai bambini. L’adul­to è padrone di sé, è uno che fa, che progetta, che realizza, che conquista, che condivide.

La dipendenza per molti aspetti è anche più comoda (ci sono altri che pensano per me), ma ci fa rimanere bambini. Bambini e con una marcia in meno, perché i bambini sanno trasfor­mare tutto in gioco; e questo non sor­prende nessuno. Mentre il gioco nell’a­dulto deresponsabilizza e, alla lunga, mortifica l’identità personale. Non si può essere eterni bambini: è tempo di prendere il largo e di gustare l’ebrezza del mare aperto, la soddisfazione del­la persona che trasforma il mondo, che conquista quella pienezza di Sé che contagia con la gioia il mondo intero.

Nicola Paparella

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