IL SUD NON PUÒ PIÙ ATTENDERE

Oggi, simbolicamente, il Sud del mondo è rappresentato dal Mar Mediterraneo, verso le cui sponde si accalcano milioni di disperati che fuggono dall’emargina­zione, la miseria, la fame e la guerra, tendendo la mano verso un Nord del mondo che non sa che cosa fare e qualche volta preferisce non vedere e non sentire.

C’è poi un Sud ancora più profondo dove si disperdono e muoiono i tanti che non riescono a scappare e che neppure sanno dove cercare rifugio.

Le Nazioni Unite calcolano che sia­no almeno 30 milioni le persone che nell’area compresa fra il bacino del Lago Chad, il Corno d’Africa e il Sud Sudan, non hanno cibo e acqua per sopravvivere. Se non si interviene con tempestività, almeno un milione e mezzo di bambini è destinato a morire di denutrizione.

Poco più in là, in un’ampia fascia di territorio che attraversa tutto il conti­nente africano, il colera, che da quel­le parti è da troppo tempo epidemico, sta esplodendo in forma incontrollata, mietendo migliaia e migliaia di vittime.

Si fa presto a dire che è colpa della siccità e magari anche del malgover­no locale. E si capisce anche chi, par­lando di emigrazione, dice non pos­siamo accoglierli tutti; ma là c’è un pezzo di umanità che muore; ci sono i nuovi prigionieri che attendono d’es­ser salvati, ci sono i volti scavati dalla fame, dalla miseria, dalle malattie. Ci sarà qualcosa da fare?

Spezzare le catene della sofferenza, della miseria e della fame è possibi­le. Così come è possibile spezzare le catene della guerra e del terrore. Si tratta di due facce della stessa me­daglia. Dobbiamo convincercene. È possibile.

Giova, però, fare chiarezza; perché se accettiamo le mezze verità, cor­riamo il rischio di non capire. Peggio ancora se ci mettiamo a rincorrere i bizantinismi politici. Occorre invece un linguaggio chiaro ed essenziale. Quando, ad esempio, si parla di mal­governo locale, in Africa, che cosa si vuol dire? Affarismo, ruberie? Anche questo. Ma la grande macchina man­gia soldi che impoverisce milioni di Africani, ha tre profili che dobbiamo imparare a riconoscere.

Il primo si chiama vendita delle armi. Questi Stati (o i loro leader) sono i più apprezzati comparatori di armi di tut­to il mondo. E tutto l’Occidente (Ita­lia compresa) continua a produrre, a vedere e a fare affari con le armi. È tempo di dire basta, senza discussio­ni, senza tentennamenti, senza ecce­zioni. Basta.

La seconda questione si chiama de­bito pubblico degli Stati del Terzo Mondo. Per l’acquisto delle armi e di altre merci che non hanno niente a che fare con la miseria, le malattie e la povertà, questi Stati contraggono debiti vistosissimi che ripagano alle banche (dell’Occidente) con il danaro sottratto allo sviluppo dei loro popoli o con la vendita dei loro tesori naturali. E in questo modo – stiamo attenti - i poveri diventano sempre più poveri.

La terza questione si chiama slealtà dell’Occidente. Ci sono decisioni del­le Nazioni Unite, studi socioeconomi­ci, leggi degli Stati progrediti (Italia compresa) dichiarazioni ufficiali di or­ganismi internazionali che impegna­no gli Stati dell’Occidente a riservare allo sviluppo una quota non inferiore al 2%. del proprio Pil. Tutti hanno sot­toscritto, nessuno si è spinto sino a questo punto. Oggi, grazie all’ultimo “aumento”, l’Italia giunge appena allo 0,17%. Qualcuno dirà: meglio poco che niente. Non è vero. Attenzione. Quei soldi non bastano neppure a pagare gli interessi sul debito, ossia gli interessi che prelevano le banche occidentali… È un imbroglio terribile.

Su ciascuno di questi tre punti si po­trebbero scrivere dei libri; basterebbe ricordarsene ogni giorno, prima che il torpore ci impedisca di vedere, prima che il comodo quotidiano conduca al­trove la nostra attenzione, prima che l’abitudine ci permetta di dimenticare.

A cinquant’anni dalla Populorum pro­gressio abbiamo ancora molto da im­parare.

Le migrazioni incontrollate sono pic­cola cosa. Oltre tutto è tanto vasto il disagio di intere popolazioni ed è tan­to grave la loro condizione che c’è da temere molto di più. Il Sud non può attendere.

 

Nicola Paparella

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