LIBERARE LA PERSONA DALLA SOLITUDINE

La solitudine, prima di una condi­zione, è un atteggiamento, anzi, un sentimento: non dipende dal numero delle persone che ci sono accanto, ma dalla disponibilità ad incrociare lo sguardo del nostro vicino.

Non si sconfigge la solitudine accet­tando l’abbraccio della folla, ma fa­cendosi carico delle attese, delle spe­ranze, dei desideri, delle sofferenze delle persone che ci sono accanto.

In una società distratta ed egoista la persona ha imparato a raccogliersi come farebbe il baco da seta nel suo bozzolo. E così, un po’ alla volta, si tagliano i ponti, e si rimane in quella condizione nella quale il silenzio è più forte del chiacchiericcio, o almeno, più gradito ed apprezzato.

Quando poi i conflitti, gli scontri socia­li, le insicurezze economiche e le an­gosce del terrore riempiono di paura i giorni e le ore, diventa facile cedere alla tentazione della fuga, alla scelta prudenziale di “farsi i fatti propri”, sen­za curarsi di nulla e di nessuno.

È ben per questo che molti sono soli, per scelta personale: vagano da un’e­sperienza all’altra, e molto spesso da una sconfitta ad un’altra, senza tro­vare tregua, senza coltivare null’altro che rancore: l’amarezza per quanto perduto, la frustrazione per quanto si è lasciato correre, la delusione per le opportunità cercate e non trovate o per i desideri che non son mai diven­tati progetti.

C’è intorno a noi una folla di solitari che ruminano pensieri carichi di soffe­renza e di disagio, biascicano parole che tornano e ritornano come ritor­nelli ossessivi di discorsi che servono soltanto a declinare il disgusto, ad un passo dalla resa, ripiegati su sé stes­si.

Questa ampia area di disagio è un problema per tutti noi, sia perché ci tocca da vicino e ci coinvolge, sia perché nasconde una inespressa do­manda d’aiuto a cui è giusto – anzi, è doveroso – dare qualche risposta.

Fra le tante prigionie che trattengono la persona contemporanea, il senti­mento della solitudine è da conside­rare con la dovuta attenzione ed è da valutare come motivo di impegno per­sonale e sociale. La città nella quale viviamo ha bisogno di coinvolgere tut­ti e di chiamare tutti a gesti di condivi­sione e di lavoro partecipato. È facile scusarsi dicendo che sono gli altri che non ci stanno: la partecipazione si ot­tiene partecipando, ossia mostrando, suggerendo, camminando insieme, mettendosi a disposizione e sapendo chiedere aiuto a favore dei più deboli.

Per sentire le parole del mondo basta andare lungo le strade della città; per incontrare il volto degli uomini basta fermarsi accanto ad un focolare, o provare a camminare affianco a chi arranca, vicino a chi mostra un passo stanco e pesante. Ma per ascoltare la propria anima e sentire le sue confi­denze è meglio fermarsi ai margini di un deserto. Non per isolarsi dal mon­do, ma per trovare la voce del mondo nel profondo del proprio animo.

Questo è l’altro volto della solitudi­ne, che non è isolamento e non è mai silenzio. Anzi, è il momento in cui ciascuno parla con sé stesso, per mettersi alla prova e per capire come muoversi, dove andare, come indivi­duare le vie del dialogo e della parte­cipazione.

Nel silenzio della meditazione le paro­le fluiscono cariche di propositi e pie­ne di riferimenti concreti. Non si è soli, ma si sta insieme ai mille volti che la coscienza ci mostra e il cuore ci rac­comanda. E se in queste occasioni il dialogo è davvero ricco e fluente, al­lora diventa sorgente di stimoli parte­cipativi, e motivo inesauribile di atten­zione al sociale ai bisogni del mondo.

Nicola Paparella

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