SEMBRA IMMINENTE UNA NUOVA CATASTROFE

Non ci siamo improvvisamente iscritti al club dei predicatori di sventura.

Stiamo soltanto tirando le somme dei libri paga dell’economia mondiale, quella di cui si è discusso a Davos negli ultimi giorni di gennaio. 

Fra numeri, tabelle, conferenze stampa e note di cronaca, è stato davvero difficile nascondere alcuni dati a dir poco allarmanti.

È vero, stiamo uscendo dalla crisi. Tutti lo ammettono e tutti se ne vantano. Ed anche noi pensiamo che si tratti di una notizia importante ed apprezzabile. Ma non c’è da gioire. A guardare le statistiche, si resta sconcertati. È come se l’umanità, trovandosi nei pasticci e al centro di un groviglio di strade sconosciute, avesse imboccato la strada più sconveniente: usciamo dalla crisi, ma andiamo verso il disastro.

Una prestigiosa agenzia mondiale, a Davos, ha adoperato una frase ad effetto: abbiamo remunerato il capitale e trascurato il lavoro.

È terribile, è come se dopo una giornata di lavoro faticoso nei campi, il danaro destinato alla ricompensa fosse consegnato al padrone e non distribuito fra i contadini.

Sarà vero? Dirà il nostro incredulo lettore. Ecco i dati.

Se calcoliamo l’incremento della ricchezza globale del pianeta, ottenuta con lo sforzo di tutti nel 2017, troviamo che la fetta più consistente, pari all’82%, è andata nelle tasche dei più ricchi, pari all’1% della popolazione. È come se, dinanzi ad una torta, il pezzo più grosso (l’82%) lo mangiasse soltanto uno. E quello che avanza? È ben poco, ma anche questo poco se lo spartiscono soltanto alcuni degli invitati al banchetto. Agli altri, niente: “nulla è stato “distribuito” al 50% più povero” del mondo.

Dinanzi a questi dati non si può dormire tranquilli. E non soltanto per questioni etiche, ma anche per il rischio che si corre: una disuguaglianza così aspra e così accentuata genera inevitabilmente reazioni, proteste, conflitti, esplosioni di rabbia incontrollata.

Eppure, continuiamo a vivere tranquilli, confortati dal fatto che, almeno da noi, i negozi sono stracolmi e le popolazioni hanno di che sfamarsi. Sì, ma non tutte.

A Davos ci hanno confermato quel che alcuni ricercatori avevano già messo in evidenza nel 2016: gli affamati nel mondo superano l’11% della popolazione del pianeta e il loro numero è destinato ad accrescersi per effetto di alcune problematiche connesse alle variazioni climatiche e al diffondersi dei conflitti bellici che insanguinano numerose regioni della terra.

Che cosa vuol dire l’11%? È presto detto: significa che sono almeno 900 milioni gli affamati che pesano sulle coscienze degli uomini. In questo numero sono compresi 150 milioni i bambini sottopeso. Pensiamo: ogni anno sono almeno 17 milioni i bambini che nascono sotto peso… e per la fame o per le carenze prodotte dalla scarsa alimentazione, sono almeno 315 mila le donne che muoiono dopo aver partorito. Ogni anno!

Intanto, però, nelle città dell’abbondanza sono almeno 600 milioni le persone ufficialmente riconosciute come obese. È evidente che occorre fare qualcosa, perché questa condizione - drammatica e paradossale, tragica e inumana - venga corretta.

Ciascuno di noi e tutti insieme dobbiamo lavorare per accorciare le disuguaglianze. Eliminare spreco: è possibile. Prenderci cura di chi manca del necessario: è possibile. Lavorare per lo sviluppo dei popoli: è possibile. Metterci in cammino per andare incontro a chi geme per la fame e per la guerra: è possibile.

E occorre farlo presto; per evitare la catastrofe.

Nicola Paparella

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