È CRISI NELLA DEMOCRAZIA

Scriviamo alla vigilia del voto di marzo ma chi ci legge avrà già votato e sarà già stato investito dalle presumibili polemiche del dopo voto.
E forse è proprio questa la condizione migliore per discutere dei problemi della politica, delle ragioni per le quali molti non sono andati a votare, dei motivi per i quali molti non si aspettano risultati decisivi per le sorti del Paese.
È l’effetto di una crisi che attraversa l’Italia intera e che è presente in molti altri Paesi: in Europa e nel resto del mondo.
Non una crisi della democrazia, ma una crisi nella democrazia.
Sarà che abbiamo molti partiti? Forse. Ma per capire occorre andare oltre, e spingersi alla radice dei problemi.
Che in un gruppo di persone ci possano essere opinioni diverse e che la discussione possa essere anche vivace, non deve preoccupare; anzi, è proprio questo il lievito che fa crescere lo spirito democratico. Il problema è nel criterio che si adotta per comporre queste diverse opinioni e per raggiungere un’idea condivisa.
Nella storia degli uomini abbiamo avuto diverse formule e diversi suggerimenti procedurali per canalizzare la discussione verso soluzioni accettabili. Ogni formula ha i suoi aspetti positivi e i suoi elementi di criticità. Il modello perfetto, forse, non esiste. Ma la crisi dei giorni nostri non deriva dalle procedure - che pure sono tragicamente imperfette - deriva, piuttosto dal ruolo stesso che il modello democratico assegna al cittadino.  
Se si parte dagli interessi individuali, la strada si fa difficile. Ognuno ha i propri interessi e non è pensabile che vi rinunci, nemmeno in parte. Si può invocare la generosità, l’armonia, la coesione, lo sviluppo... ma ciascuno darà un significato diverso a queste parole e persino il dialogo si farà carico di asperità.
Occorre voltar pagina e discutere, non di interessi, ma di identità. Sì, di identità personali. Rivendicare la propria identità significa anche rivendicare l’esercizio di un compito, l’assunzione di una responsabilità da esercitare. Significa, in sostanza dischiudere l’ampio spazio - oggi totalmente ignorato - della partecipazione attiva e dell’attivo coinvolgimento. Significa capire, finalmente, che la cosa pubblica ci appartiene tanto e più della sfera del privato. Quel che accade fuori dell’uscio di casa, pesa e vale al pari di quel che succede fra le quattro mura domestiche. Il prossimo, come me stesso.
Se impostiamo così il discorso della democrazia, ci accorgiamo di quanto siano fragili i programmi dei partiti che conosciamo; e ci accorgiamo anche di quanto sia grave il compito (e la responsabilità) di ciascuno.
In un momento in cui un po’ tutti avvertono la crisi della democrazia, ci piacerebbe pensare che i cattolici possano riscoprire il senso della partecipazione civica e possano tornare a studiare e a praticare le virtù democratiche.
Anche il momento è propizio: siamo alla vigilia di Pasqua e l’idea che il Risorto possa sostenere la destrutturazione dei sepolcri imbiancati che si affollano nella città, può essere d’aiuto perché tutti insieme si risorga e si scopra anche il senso di quella che ci piace chiamare “vocazione civica e politica”. Auguri.

Nicola Paparella

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