L’INAUDITO È GIUNTO IN CASA NOSTRA

Non possiamo tacere. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che l’errore e il peccato hanno lambito la nostra grande famiglia trinitaria, fermandosi in una nostra casa dove alcuni nostri operatori hanno messo in atto comportamenti a dir poco inauditi.
Da molti anni i Trinitari italiani lavorano a sostegno dei disabili, si impegnano nell’accoglienza degli adulti portatori di bisogni educativi speciali, scrivono pagine di autentico eroismo per la liberazione sociale di coloro che l’infermità sembra escludere dall’esercizio della cittadinanza attiva. A molti nostri fratelli sofferenti i Trinitari offrono assistenza, aiuto, protezione, terapie, forme esemplari di integrazione sociale e soprattutto uno spazio di accoglienza familiare, disponibile, attenta, profondamente umana e significativamente rigeneratrice.
Ciò non ostante, in una delle nostre case - non lo si deve negare - è accaduto l’imprevisto, l’assurdo, la tragica negazione di una tradizione eccelsa e nobilissima: coloro che attendevano d’essere accolti sono stati maltrattati, aggrediti, violati.
Dobbiamo riconoscerlo, per poter tornare a credere in una missione che ci chiama e ci sollecita lungo la strada non facile della promozione umana del disabile. In questi casi occorre saper distinguere l’errore dallo sbaglio e l’uno e l’altro dal peccato.
Quello che le cronache ci hanno mostrato non fu un errore, ma uno sbaglio. L’errore è occasionale, provvisorio, limitato ad una circostanza, capace persino d’esser recuperato come spinta all’autocorrezione. No. Non fu un errore, ma uno sbaglio. Ancor più grave perché compiuto all’interno di un sistema che da sempre conferisce un significato particolare all’accoglienza del disabile. Uno sbaglio e quindi anche un peccato.
Lo sbaglio si paga secondo le regole della convivenza civile, invocando, se possibile, la clemenza dei giudici e la comprensione del gruppo sociale.
Il percorso che invece conduce dal peccato al perdono è più lungo ed articolato e passa dal pentimento e dalla conversione, partendo dalla sincera comprensione del male prodotto e dal fermo proposito di rimediare per quanto possibile e in ogni forma possibile. Soltanto così la domanda di perdono può attivare la misericordia del gruppo sociale e rendere credibile l’implorazione del perdono divino. Non si tratta di evocare sterili forme di buonismo - oggi persino a buon mercato - ma di mettere in atto misure di corale assunzione di corresponsabilità.
Per lo sbaglio, la legge dice che la responsabilità penale è personale. Per il peccato, la colpa di uno mette in moto l’iniziativa di molti.
Nessun istituto nasce e cresce per proprio input, nessuna casa religiosa è un’isola nel deserto, nessun luogo di accoglienza è comprensibile senza un’attiva compartecipazione della comunità locale. Si può dire, per queste nostre istituzioni, ciò che la società dice per le famiglie. Dinanzi ad un comportamento deviante, non basta accertare chi abbia sbagliato, ci si deve anche chiedere dove fossero suo padre e sua madre, dove fossero i suoi educatori, dove fosse la comunità che ha il compito (e la responsabilità) di accompagnare tutti coloro che vivono sulla linea di frontiera.
I nostri istituti che agiscono nel sociale esercitano - di fatto - una sorta di implicita delega, agiscono in nome e per conto della società, in nome e per conto della Chiesa, in nome e per conto dell’Ordine. Dobbiamo tutti insieme capire che la società, la Chiesa, l’Ordine debbono recuperare una sorta di vicinanza che dà forza e sostegno, prevenendo l’errore e lo sbaglio, la pigrizia e il peccato, l’assenza e il disordine.
Dinanzi all’inaudito, si apre perciò uno spazio di azione nel quale ciascuno ha un compito da svolgere e tutti abbiamo una responsabilità da esercitare: non lasciare mai soli coloro che in prima linea esercitano la difficile missione dell’accoglienza fraterna.

Nicola Paparella

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