ALLA FINE DEL MESE DEDICATO A MARIA

Riflettere sui simboli, non si usa più. Affezionati cultori della razionalità, gli uomini della contemporaneità non sanno cogliere il messaggio dei segni, nemmeno quelli trasmessi dalle immagini sacre.
In ogni regione della terra, nei luoghi più riposti, sulle cime inviolabili, fra i monti o lungo le strade che discendono a valle, al centro o nelle periferie delle grandi città, dappertutto, gli uomini hanno riservato alla divinità i simboli dell’immenso, i segni della preziosità, le impronte della unicità, le immagini dello stupore, l’ebrezza meravigliosa del tempo che si prolunga oltre il tempo.
La stessa cosa si può dire di Maria, la Mamma del Crocefisso, Colei che tante volte ha sperimentato l’efficacia della sua mediazione a vantaggio degli ultimi e a beneficio dei bisognosi, quella umile piccola donna, che ha avuto il privilegio di racchiudere in sé il Signore dei secoli.
Sono tantissimi i temi della iconografia mariana. La si celebra nella sua funzione di Madre che nutre ed ammaestra il bambino o nel suo ruolo di Madre della Chiesa che accompagna con il suo sguardo protettivo, quello del Figliolo raccolto sulle sue ginocchia o come espressione del grande dono della Misericordia, come dispensatrice di doni celesti…
Per ogni suo attributo s’è trovata una conveniente rappresentazione, per ogni suo miracolo si è coniata una espressione di lode, per ogni attesa di grazie c’è una immagine che aiuta a celebrare e a ricordare, oltre che a pregare e ad invocare.
Nelle icone della Vergine Maria, il riferimento all’abito indossato non è mai marginale, sia nelle rappresentazioni pittoriche che nelle statue. All’abito spetta il compito di dire qualcosa: il manto di stelle, il mantello nero dell’Addolorata, quello azzurro nell’Annunciazione, quello domestico della Signora di Nazareth, quello solenne della Mamma del Signore o quello splendente della Madre di ogni Misericordia o quello ricco di doni preziosi come nella Madonna del Soccorso…
L’abito della Madonna non è mai occasionale e porta sempre con sé una serie di simboli e di messaggi che concorrono a scrivere il racconto che a quella immagine viene affidato.
La grandiosità della figura cui l’abito è destinato e, in parallelo, la magnificenza di una tela intessuta e ricamata da fragili mani sono come l’immensità del divino che si lascia racchiudere nella finitudine, l’alfa e l’omega, l’eterno e il fugace battito d’ali del momento: nella finitudine, c’è il segno della preziosità e dell’immenso. Come fu per la stessa Maria, umile ragazza di Palestina, divenuta la più grande delle donne, anzi, la Madre del genere umano redento dal Cristo. Allo stesso modo nell’abitino della statua ritroviamo la preziosità del filo, la eccezionalità del progetto, la grandiosità del disegno, la suntuosità dell’arredo.
Un gioco di contrasti che accosta il cielo alla terra e spinge il cuore dell’uomo ad innalzarsi oltre il limite, per guardare allo splendore del divino, cercando un aiuto, una mano compassionevole, uno sguardo carico di misericordia, come quello di Maria, speranza nostra e nostra porta del cielo.
Giova riflettere sui simboli e sui segni, su quest’intreccio di finito e di infinito, perché soltanto così l’uomo educa il suo cuore, travalicando l’aridità della ragione tecnologica. Soltanto così avverte il prodigio e giunge a capire il mistero.
Occorre sapersi stupire e saper guardare lontano, al di là dell’attimo, per poi tornare al presente e lavorare per l’oggi e per il domani. E aprire il cuore alla comprensione e all’amore.

Nicola Paparella

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