Liberiamoci dalle pastoie DELLA CULTURA DI OGGI

Abbiamo imparato a giocare con le parole. Alcune, dopo aver perduto il loro originario significato, svo­lazzano al vento delle mode, come altrettanti lenzuoli su cui vanno a pro­iettarsi le immagini della quotidianità. Pensiamo a giustizia, che di per sé do­vrebbe contrassegnare una virtù e quin­di un dovere primario della persona e poi anche un suo diritto, e invece sem­bra connotare qualcosa da cui difender­si e a cui conviene sottrarsi. Altre parole rimbalzano da un discorso all’altro, si adattano a molte situazioni e come delle chiavi passe-partout aprono o chiudono ragionamenti che richiederebbero qual­che attenzione aggiuntiva; pensiamo alla parola scelta, che a volte si carica di ethos e di pathos rivestendosi quasi di sacralità: qualcosa di riservato alla persona e quindi di indiscutibile. Forse persino di indicibile. E così perde ogni relazione con il contesto sociale, con il quadro dei valori e persino con la vicen­da personale, e comunque con la storia

La storia stessa viene spesso ridot­ta a cronaca priva di sfondi e quindi in­capace di mostrare una provenienza o di suggerire una meta.

Per alcuni il presente non è che la riproposizione (tale e quale) di momen­ti lontani; altri, invece, non fanno che ripetere che siamo entrati in una fase incomparabilmente nuova. Due estre­mismi, come tanti altri estremismi del tempo presente. Due sponde opposte, in mezzo alle quali avanza la raziona­lità moderna, dominata dal consumo e sottomessa alle ferree leggi del merca­to, dove i conflitti sono stemperati dalla voracità finanziaria, gli interessi pren­dono il colore delle cedolari azionarie, le individualità cedono il posto alla omologazione e la libertà si trasforma in liberismo.

Dobbiamo stare attenti alle pasto­ie della cultura, dalle quali è possibile liberarsi soltanto con il servizio della verità: un servizio costante, tenace, perseverante, inflessibile.

Quando leggiamo o sentiamo dire, ad esempio, che è la legge a fondare la libertà, che è il diritto a creare la perso­na, è evidente che qualcuno sovverte il piano dei valori. È la persona che viene prima di tutto: la persona, la sua sacra­lità, il suo essere centro di decisioni eti­che e sede della libertà e dei valori. Se prescindiamo da questo, incoraggiamo le pretese della legge che pretenderebbe forgiare l’umanità. Ecco una delle am­biguità del tempo presente: o la totale celebrazione del primato della legge o la sua marginalizzazione a favore del pubblico consenso. La verità è un’altra: in quanto cittadino e in ragione del pat­to sociale, la persona obbedisce alle leg­gi e ne accetta i vincoli; ma il suo oriz­zonte valoriale va molto al di là della legge e l’area della responsabilità e ben più vasta di quella disegnata dalle ob­bligazioni giuridicamente definite.

Nella confusione dei significati è possibile che il compromesso si decli­ni non già come mediazione, ma al più come medietà, come punto mediano, come area del grigiore, dell’indistinto, del sospetto irriducibile, della furbi­zia che diventa potere e del potere che torna ad essere prepotente, arrogante, sfacciato, volgare.

Gran parte del dibattito politico di questi mesi (e di quelli che verranno) è centrato proprio su forme di media­zione che si trasformano in medietà (e quindi anche in volgarità) a tutto disca­pito della persona. La corretta media­zione si ottiene cercando non la via di mezzo, ma la sintesi superiore là dove le ragioni di tutti trovano una possibili­tà di composizione.

La cultura modernista è una sorta di invadente dominanza della perce­zione immediata rispetto al discorso, rispetto allo svolgimento del pensiero, al ragionamento, alla spiegazione. E le parole si corrompono: la comunica­zione si riduce a scambio informativo, l’esperienza perde il suo radicamento nella permanenza, la tradizione diventa peso, l’eredità si fa condizionamento, la storia diventa archeologia, la tradizio­ne si riduce a folclore, la natura diven­ta oggetto di rapina, l’arte si consuma nel momento, lo spirito perde l’anelito alla universalità, l’uguale emargina il diseguale, l’uniforme vince sul distinto, la mano sinistra ignora quel che fa la mano destra, il grigio risucchia il bian­co e il nero e l’omologazione rende tutti egualmente anonimi.

Liberarsi da questo grigiore è il compito ineludibile che la storia asse­gna alla contemporaneità.

Liberarsi da questo grigiore signifi­ca guadagnare in libertà e in verità, in comprensione e in partecipazione. Per la crescita della persona. Per lo svilup­po della società.

Buon Anno.

 

 

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