TOLLERANZA, PERCHÈ? ARMONIA ALLA STORIA

quando si scruta l’orizzonte per cercare qualcosa che faciliti l’orientamento, non ci si fida mai di un solo punto o di una sola immagine: servono diversi dati in collegamento fra loro: giova tener conto del contesto. Come fa il navigante che cerca l’approdo considerando l’ostacolo che sta a destra e quello che si propone sulla sinistra, o come fa il viandante che per capire se procede nella giusta direzione considera tutta una serie di particolari.
Con i valori è lo stesso. Non si può discutere di giustizia senza tener conto anche del rispetto che si deve alla persona e quindi anche della misericordia e della comprensione… Non si può parlare di libertà se contestualmente non si considera la dimensione dell’autorità e non si  valuta il senso della partecipazione.
A ben guardare si può ben dire che non esiste il valore, ma un vero proprio sistema di valori, dove ciascuno prende luce da quelli che gli stanno accanto.
Per la tolleranza il riferimento al contesto è fondamentale. Non ci stanchiamo mai di stabilire ciò che si possa o non si possa tollerare e però ci dimentichiamo di stabilire a quale contesto ci riferiamo; e non di rado capita di diventare intolleranti proprio mentre ci si fa paladini della tolleranza.

Gli errori, quelli più frequenti, dipendono proprio da ciò che sta attorno alla tolleranza, da quello che si potrebbe dire contesto culturale, un contesto che è animato e colorato dal pregiudizio quantitativo e dalla frenesia dell’efficientismo. Ecco perché quasi sempre ci fermiamo a discutere sino a che punto si debba essere tolleranti e per quante volte si debba tollerare, sino a che punto è giusto spingere la pazienza e l’accoglienza, e cerchiamo di capire, alludendo ad un diffuso modo di dire, dove giunge, poi, il punto in cui la corda inevitabilmente si spezza…
A metà dell’Ottocento, il Tommaseo spiegava che la domanda principale, in questi casi, è un’altra: perché debbo tollerare. Non dobbiamo chiederci quante volte e per quali eventi si debba essere tolleranti, ma perché è giusto che la persona sia tollerante.
Se ci poniamo nella prospettiva dei perché, se ci domandiamo che senso debba avere il nostro comportamento, se guardiamo non già alla quantità, ma al destino, ci accorgiamo che ciascuno di noi ha ancora molto da imparare per diventare e per essere davvero “tollerante”.
Ecco allora qualche semplice, piccola riflessione.
In primo luogo la tolleranza si accompagna sempre alla identità della persona ed è perciò un connotato che conferisce stabilità e costanza al comportamento.
In secondo luogo la tolleranza si esercita - quotidianamente - nei confronti di sé medesimo, e quindi determina la piena accettazione delle proprie risorse e delle proprie debolezze, delle proprie conquiste e dei propri errori. L’intollerante nasconde sconfitte ed insuccessi, nega errori e limitazioni e... getta via una parte della propria esistenza. In qualche modo si impoverisce e si preclude la possibilità di migliorarsi e di impadronirsi di sé.
In terzo luogo - e questo è particolarmente importante - la tolleranza genera mitezza, accettazione, accoglienza, pazienza e disponibilità a crescere nella comunità e con la comunità, dando armonia e compimento alla nostra presenza nel mondo e nella storia.

Nicola Paparella

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