QUALE PARTECIPAZIONE? I LIKE NON RESTANO

Nella stagione dei social network, quando basta smanettare sulla tastiera di un cellulare per spedire e ricevere messaggi, è fin troppo facile sentirsi partecipi di uno o più gruppi, ritenersi sempre ben informati di quel che accade e persino capaci di giudicare e sanzionare comportamenti e stili di vita.
Ma sarà proprio così? Basterà lo scambio di qualche foto per dar vita ad un gruppo e fare davvero esperienza di partecipazione? È proprio questo ciò che abbiamo sempre invocato quando abbiamo pensato alla partecipazione?
A ben guardare si può dire che non esiste il valore, ma un vero e proprio sistema di valori, dove ciascuno prende luce da quelli che gli stanno accanto.
Nel secolo scorso, all’indomani della guerra, un sociologo americano (D. Riesman) avvertiva la tristezza di una condizione per la quale ci si poteva sentire solitari pur nel mezzo della folla, ed aveva mostrato come la moda, il costume e la folla medesima potessero condizionare ed orientare il comportamento e le scelte individuali. Parlò di persone eterodirette e quindi, tutto sommato, di persone non autonome.
Oggi la possibilità di poter dire al mondo come la pensiamo, la possibilità di chattare e gridare la propria opinione, sembra conferire una sorta di “potere” che in qualche caso eccita ed inebria, come ci confermano alcune recenti indagini scientifiche. Ma basterà questo per dirsi davvero autonomi?
Resta la domanda di fondo. Dov’è la comunità? Dove sta quel sentire comune per il quale ci riconosciamo fratelli, soci, compagni, partecipi di un medesimo destino sociale?
I pericoli avvertiti da D. Riesman non sono scomparsi: semplicemente hanno assunto un’altra configurazione. Ancora oggi, al calare del sole, quando la persona ripensa alla sua giornata, può accadere di avvertire quel senso di smarrimento ed una sorta di brivido che accompagna la solitudine e colloca ai margini della storia. Attorno ci possono essere mille voci festanti; ma nel cuore s’è fatto buio e il chiasso stordisce e disorienta.
Non c’è partecipazione se non c’è assunzione di responsabilità all’interno di un progetto condiviso.
Soltanto chi opera ed agisce con gli altri, in vista di un bene comune, può parlare di partecipazione. Non basta che ci sia la persona con la sua sensibilità e le sue attenzioni; e non basta neppure che ci siano gli altri; occorre anche un obiettivo condiviso: qualcosa per cui valga la pena amare e soffrire, lavorare e impegnarsi, agire e preoccuparsi.
Quel che conta non sta sotto le dita della mano che pigia su una tastiera, ma è nel cuore, che genera quell’atteggiamento che una volta si diceva “premura” o anche soltanto virtù, ossia disposizione al bene, apertura verso l’altro, interesse all’incontro e allo scambio.
Serpeggia il dubbio che in questa stagione sovraccarica di tecnologie, stia prendendo la scena il virtuale piuttosto che la virtù. Abbiamo bisogno dell’una e dell’altra cosa. Attenzione, però: il virtuale è il regno del possibile; la virtù è il regno della presenza attiva e dell’azione a vantaggio della persona nel suo dialogo con il mondo.
Ai bambini una volta si facevano declamare le virtù (quelle cardinali e quelle teologali), così qualcuno si poteva almeno interrogare per una sorta di autoverifica. L’uomo d’oggi se ne è dimenticato. Sicuramente è più facile contare i like ricevuti su facebook che non esercitarsi nella prudenza, nella giustizia, nella fortezza e nella temperanza, per aver cura e premura di sé e degli altri e insieme progettare le scelte della comunità e ritrovare le ragioni della sua identità.
I like non restano, l’agire solidale resta… e genera la storia.

Nicola Paparella

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