UN GRANDE BUON PROPOSITO PER IL NUOVO ANNO

Un’antica tradizione vorrebbe che a gennaio si scrivano sul diario personale alcuni grandi buoni propositi.
Sgomberata la casa da tutto ciò che è diventato superfluo, affidati all’anno vecchio gli affanni dei mesi passati, si guarda al futuro con rinnovati motivi di speranza.
Ciascuno cerca in fondo al cuore intenzioni, desideri e propositi nascosti ed abbandonati fra le mille cose sempre desiderate e mai affrontate con determinazione, sceglie frettolosamente e prende qualcosa da portare in primo piano.
Sembra proprio questo il momento buono per dare scacco matto alla pigrizia. È questa la stagione dei progetti e dell’azione efficace: dopo lo scambio degli auguri, nella commozione dei brindisi di fine d’anno e con la complicità dei fuochi che colorano la notte di San Silvestro, anche la coscienza cerca di liberarsi dalla polvere e di riprendere colore e vivacità.
La tradizione richiedeva anche un passaggio decisivo: due righe da scrivere sul diario personale. Perché - si sa - le parole passano, ma quando una cosa si scrive… quella resta là, sulla pagina, e diventa un monito permanente.
Forse è per questo che i diari non si usano più. Basta una nota sulla rubrica del telefono, dice qualcuno, ed altri semplicemente decidono di ripensarci più tardi.
Non che non si amino i buoni propositi… Per carità: son tutti pronti a farne e c’è persino chi ne sciorina un lungo elenco. Il problema è che non si sa più come si debbano leggere, perché al giorno d’oggi il linguaggio è diventato fragile e instabile.
Il sì e il no cambiano di posto e troppe volte si afferma quel che si vuole negare o si nega ciò che si vuol affermare. Persino i numeri, che sembravano sicuri e certi (perché, come si dice, due più due fa quattro), anch’essi, i numeri, si fanno ballerini. Pensate a quel che è accaduto con l’ultima finanziaria, che vanta un grande primato: tutti ne parlano e nessuno l’ha letta, tranne - forse - quelli che l’hanno approvata (ovviamente tutti si riservano di leggerla, …dopo … quando sarà troppo tardi).
Insomma, anche l’uomo d’oggi non rinuncia ai buoni propositi; ma sembra non avere un linguaggio sicuro e quindi si affida a promesse incerte, labili, evanescenti, e forse persino ambigue.
Ed allora, se proprio vogliamo scrivere sulla lavagna della coscienza un buon proposito per il 2019, proviamo ad impegnarci per un linguaggio semplice e lineare, fatto di confessioni a cuore aperto, per chiamare le cose con il loro nome e per accogliere la sincerità nella nostra casa.
Se fossimo davvero sinceri, riusciremmo persino a confessare i nostri limiti e le nostre piccole o grandi infedeltà, riusciremmo a capire meglio le intenzioni di chi ci sta accanto e soprattutto riusciremmo a trovare le giuste motivazioni per il quotidiano impegno nei confronti del prossimo.
L’egoismo prospera nella confusione, nel dubbio, nella solitudine della persona. E quando invece si spalanca la finestra alla vita, alla speranza, alla sincerità, la persona diventa solida e robusta e capace di sorprendenti gesti di solidarietà.
Perché non può essere questo il nostro buon proposito per il 2019?
Auguri.

Nicola Paparella

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