DIAMOCI lA MANO SIAMO popolo di Dio

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Da qualche tempo non si parla più di capitalismo. È un tema superato. È più facile sentir discutere di sovranisti e di populisti. Non che sia chiaro chi essi siano e che cosa essi vogliano, ma almeno sappiamo che è proprio colpa loro se manca il lavoro, se si fa o non si fa la Tap, se riusciremo a far quadrare i conti e se a fine d’anno ci viene la diminuzione delle tasse.
C’è però una difficoltà. Ai tempi del capitalismo, ciascuno sapeva individuare un volto e sapeva dire: ecco, è lui il padrone, è lui, il mio nemico. Oggi non è più così. Persino i salariati che passano la giornata nei campi, non se la prendono più con il “caporale”, perché sanno che anche il caporale non se la passa bene, anche lui è sfruttato da qualcuno che a sua volta è pur sempre un povero disgraziato.
La colpa allora è del mercato, della “filiera produttiva”, della distribuzione, dei partiti politici… Forse. Ma sono entità anonime, confuse, forse persino confusive: non si sa dire, non si capisce dove stia il nodo da sciogliere. Ed anche le proteste sono, sì, fragorose, ma non hanno un preciso destinatario, sono generiche, indiscriminate. I pastori sardi avvertono gravi disagi, ma non sanno con chi prendersela. Gettano il latte per strada e aspettano che qualcuno convochi un tavolo, come oggi si dice; ossia che qualche politico rattoppi la situazione. Rattoppi! Che tanto a trovare una soluzione non pare possibile.
Son venuti meno gli antichi punti di riferimento e i nuovi non riusciamo ancora ad individuarli. Ogni tanto si vedono dei volti, ma sembrano fantasmi. Le grandi responsabilità restano sconosciute, anonime, come le azioni della finanza. Dove stia il padrone, nessuno lo sa, e, soprattutto, nessuno sa dire quale sia effettivamente il suo volto. Nessuno lo conosce.
Una sola cosa è sicura: le disuguaglianze aumentano. I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri e, soprattutto sono sempre più numerosi.
I ricchi, gli arroganti del potere, coloro che decidono che cosa produrre, dove produrre e con quali sistemi produrre, questi signori restano nell’ombra. Eppure hanno un grande potere: se chiudono una fabbrica per trasferirla in un altro angolo di mondo, di fatto decidono le sorti di migliaia di persone, senza che alcuno degli interessati possa dire qualcosa.
Se ci fosse Pilato e volesse presentarcene uno, uno di questi giganti sconosciuti, e volesse chiederci se lo preferiamo a Gesù, … Pilato non saprebbe nemmeno come chiamarlo.
Barabba almeno aveva un nome e la gente sapeva quali erano le sue colpe. Oggi se improvvisamente precipita il prezzo dei pomodori e nelle campagne scoppia la rivolta, non si sa chi sia il Barabba e dove stia e come lo si possa convocare nel Sinedrio. Continueremo a condannare Gesù, l’innocente, senza nemmeno poter vedere in faccia colui che lasciamo in libertà.
La verità è che stiamo lasciando in libertà l’individualismo e il materialismo, stiamo lasciano spazio agli egoismi e alle chiacchiere della pubblicità, stiamo rinunciando all’esercizio della responsabilità. Nessuno di noi è un’isola, dice uno spot televisivo. Certamente, ma accorre prendere gusto a costruire la comunità, a preferire l’esercizio della cittadinanza attiva, a farci carico di capire quel che succede accanto a noi. Ovvero, utilizzando le parole che Papa Francesco ha detto ai giornalisti nel viaggio di ritorno da Abu Dhabi: “Se noi credenti non siamo capaci di darci la mano, abbracciarci, baciarci e anche pregare, la nostra fede sarà sconfitta”.
Ecco allora il nostro augurio pasquale. Diamoci la mano e riscopriamoci popolo di Dio. Insieme, in cammino, lungo la storia della salvezza.

Nicola Paparella

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