SCONFIGGERE L’INEDIA E APRIRSI ALLA SPERANZA

Narcisista, arrogante e però sostanzialmente rinunciatario. Ecco l’immagine di molti di coloro che incontriamo fra i tavolini del bar o nei salotti della Tv o fra le sdraio sotto l’ombrellone, durante le ferie estive. Cade il ponte Morandi? Eccoli, subito pronti a sentenziare: “L’avevo detto, io! Mille volte l’ho detto”. Già. Ma dove e a chi l’hai detto? Mentre giocavi a carte, preoccupato più di vincere la partita, che di alzarti e fare un gesto di cittadinanza attiva.
Arroganti lo siamo un po’ tutti. Ci piace soprattutto l’arroganza… per procura. Ossia l’arroganza degli altri, che diventano così i nostri idoli. Ci piace l’arroganza dei protagonisti dello sport e l’arroganza dei leader di partito. Perché … “quello, sì, che rimetterebbe le cose a posto”. E … ci innamoriamo di qualcuno che rimane nel cuore, non importa se per sei mesi o sei anni… Poi tutto ritorna indietro e, fra le disillusioni, spunta un nuovo idolo.
Perché alla fine è sempre qualcun altro che deve provvedere. I più stanno a guardare e così nasce, si diffonde e si ingrossa un rancore diffuso e prepotente. Anche nella polemica politica, quando sembra che ci si voglia accapigliare, alla fine non si riesce ad esprimere nulla di più che un sentimento di rancore.
Si può essere di destra o di sinistra, sovranisti o populisti, vicini a questo o vicini a quello, ma poi, al netto della colorazione partitica, siamo tutti soltanto rancorosi. Persino disfattisti.
Quando i pastori sardi hanno preso le prime pagine dei giornali, un sorriso compiaciuto ci ha riscaldato il cuore. Ma è stato soltanto un attimo, poi è sopraggiunta la rassegnazione e il rancore. “Hai visto, li hanno convinti a desistere”… Il tutto rimanendo - noi - in pantofole, sul divano di casa, accanto al caminetto.
Ecco: la rinuncia alla partecipazione attiva genera un sottile senso di colpa, e il senso di colpa spegne l’entusiasmo e conferma l’indifferenza. Un corto circuito dell’animo che gli antichi chiamavano accidia.
Dante condanna gli accidiosi a correre all’infinito e a perdifiato lungo la cornice dell’inferno. E la morale cristiana non è meno severa.
Oggi l’accidia si presenta come una prigionia dell’animo: una sorte di gabbia che l’uomo costruisce attorno a sé, e da cui si esce con l’aiuto di chi ci dà una mano e ci coinvolge a fare, ad agire, a partecipare, a costruire la comunità.
Abbiamo bisogno di liberare la persona dalla sua gabbia di rancore e di inedia, per farla diventare attiva e costruttiva.
Non basta rilevare i guai della città e non basta nemmeno protestare nei luoghi e nelle forme dovute. Occorre anche rimboccarsi le maniche e dare un contributo effettivo. Come fanno coloro che si adoperano per accogliere chi ha bisogno di aiuto, come fanno i mille volontari che attorno alle parrocchie inventano le cose più incredibili, pur di sostenere chi si sente solo ed emarginato.
La comunità cristiana ha da esercitare un’attiva vigilanza critica (preventiva!) nei luoghi dove si accolgono i bambini, nelle istituzioni che accolgono gli anziani, negli ospedali, lungo i viali della città, per rendere sempre più accogliente e vivace la nostra dimora sulla terra. Il tema di fondo è sempre lo stesso: che cosa posso fare io e che cosa possiamo fare insieme, resistendo alla tentazione di lasciarci prendere dalla rassegnazione. Convinciamoci: qualcosa da fare c’è sempre. Ed è sempre possibile prendere l’iniziativa.
Soltanto così si spegne l’inedia, si blocca il rancore, e si spalanca la porta alla speranza.

Nicola Paparella

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