CAMMINARE INSIEME SPECIE NEI VIOTTOLI DI PERIFERIA

A ssomigliamo sempre di più a delle pigre lumache che hanno bisogno di rimanere attaccate al loro guscio. Un tempo ormai lontano ci bastavano dei buoni sandali, un solido bastone e una capace bisaccia e si andava per il mondo, dopo di che il sentiero era quello disegnato dai propri passi e a sera la soddisfazione era poter dire Ce l’ho fatta, sono giunto sin qui, domani tornerò a camminare.
Oggi l’uomo si rintana nei recinti della propria casa che cerca di difendere dall’assalto dei predoni. Quando si muove si preoccupa di rimanere sempre connesso, legato al Gps, agganciato alle pareti della propria utilitaria o alle trame dei like dei socialnetwork. Al più si concede due passi, giusto per un selfi, da far girare nella rete.

Non è più nomade, l’uomo d’oggi, e non sa neppure mettersi in viaggio e forse non è nemmeno stanziale: è sì, fermo, riluttante al cammino, ma non è riuscito a metter radici, non sa nemmeno che cosa sono le radici: conosce soltanto quei sottili legami che lo mantengono appeso, lungo le piste di internet, come farebbe un pipistrello in cima ai rami bui e sconosciuti della foresta.
Fermo e solo. Anche la folla sta cambiando di segno. Al margine dei giardini comunali, su una panchina, sorprendiamo quattro amici che dicono di attendere la sera. È sconsolante: ciascuno di loro comunica con il proprio cellulare. Fra loro non si scambiano se non poche parole di circostanza. Nessuno conosce l’altro e forse a nessuno interessa sapere dell’altro: tutti con la testa ripiegata sulle braccia, con lo sguardo catturato dal piccolo display, digitano sul proprio telefonino…
Nessuno si muove e ciascuno resta isolato.
Non sappiamo se sia un destino o una scelta motivata o un’oscura condanna. Resta inquietante una domanda: Dov’è la comunità? Dov’è il senso del Noi? Dov’è quell’impeto a fare, ad agire, ad esplorare, a camminare lungo le vie del mondo e lungo i sentieri della storia?
La salvezza dell’uomo è nella sua peregrinatio, nel suo continuo mettersi in cammino, in questo suo paziente e perseverante andare verso la terra promessa… e mai da solo: perché ci si salva sempre insieme, come ha più volte ricordato Papa Francesco in queste ultime settimane.
La comunità si rende visibile nella frazione del pane, all’interno del tempio; ma si realizza un passo alla volta, nel cammino che si compie verso il tempio e dal tempio verso la città degli uomini.
Una volta, quando ancora, all’alba, si celebravano le novene in preparazione delle più significative feste dell’anno liturgico, al primo annuncio delle campane, si aprivano gli usci e, l’uno accanto all’altro, si andava tutti verso il tempio. Quelle diverse piccole file di persone, da cui nasceva, un po’ alla volta, una sorta di processione, che più tardi si sarebbe riprodotta in senso inverso, davano il senso di una comunità che prende corpo e identità lungo un cammino da compiere insieme.
Abbiamo bisogno di riscoprire la forza valoriale del camminare insieme, del procedere passo dopo passo verso una epifania del cuore e dello spirito. Abbiamo bisogno di riprenderci la strada, di riconquistare i viottoli della periferia, i passi faticosi di una quotidianità non più imprigionata dalla realtà virtuale.

Nicola Paparella

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