La crisi economica? PER QUALCUNO È UN AFFARE

Si fa presto a dire partecipazione; ma non ostante la diffusione del­la stampa, le cronache televisive, internet, la posta elettronica, i net­work ed ogni altra diavoleria multi­mediale, la maggior parte di noi resta escluso dai luoghi del potere, soprat­tutto resta escluso dalle fonti primarie delle informazioni.

Nei giorni scorsi, a Davos, in Sviz­zera, i potenti della finanza e dell’eco­nomia mondiale hanno discusso del futuro del mondo e dalle loro parole sono giunti soltanto messaggi di otti­mismo, in chiara contraddizione con quanto osserviamo ogni giorno. Agli angoli della città, ai margini delle sta­zioni, nelle vecchie case abbandona­te, aumentano le persone senza fissa dimora che trascorrono la notte in giacigli di fortuna. Davanti alle porte della Caritas si allunga la fila di quanti chiedono un aiuto per sopravvivere. I servizi di accoglienza registrano nuo­ve emergenze e nuove povertà. E però i potenti della terra, a Davos, sprizza­vano ottimismo.

Ed avevano ragione. Perché questa crisi non colpisce proprio tutti, né col­pisce allo stesso modo. Anzi, per alcu­ni è una grande fortuna. Basterebbe vedere i conti in banca di quelli che a Davos hanno discusso dello sviluppo dei popoli.

In questi giorni ci hanno detto che ci sono al mondo alcuni super ricchi. Li hanno contati: pare che siano 85. Ed essi, tutti insieme, posseggono la metà delle risorse di tutto il mondo. Inaudito. Si fa fatica a crederci.

Se è così…, se questo è potuto ac­cadere…, se tutto questo continua an­cora ad accadere, possiamo davvero dire di essere persone libere?

E quando mai noi, noi che scri­viamo e voi che leggete queste righe, avremmo potuto scegliere e decidere una condizione di così grave squili­brio?

Eppure tutti dicono che viviamo in una società libera, pluralista, democra­tica… Persino gli esperti del World Economic Forum (Wef) di Davos dicono (e credono) di lavorare per lo sviluppo e la libertà dei popoli. È evidente che c’è qualche cosa che ci sfugge.

Forse anche noi dobbiamo trasfe­rirci dalla Giudea alla Galilea e ripar­tire da lì.

Abbiamo tutti bisogno di andare nelle città di periferia, là dove è possi­bile sentire l’odore della folla, toccare il sudore della fatica, spezzare il pane della quotidiana sofferenza e, a sera, volgere lo sguardo verso l’alto, dove si vedono i segni della vera libertà. Sinché rimaniamo nei luoghi protetti della città, sinché restiamo nei templi della Giudea, e non ci misuriamo con le durezze della vita, la nostra libertà resta condizionata.

La stessa partecipazione è poco più di una chimera sin quando ci lasciamo appesantire dalle piccole comodità della nostra condizione. Ognuno di noi ama rinchiudersi nella sua piccola nicchia, talvolta fatta di semplici cose, di consolidate abitudini, di mezze verità, di povere certezze, che danno tranquillità e però tolgono slan­cio, fanno diventare incapaci di vedere e di sentire.

Soprattutto rinforzano la dipen­denza dalle immagini della comuni­cazione di massa, che mostrano un mondo fatto di spiagge dorate e di alberghi di lusso, con luci, suoni e colori che non permettono di vedere i clochard che dormono in stazione, i barboni che chiedono un tozzo di pane, le famiglie che fanno la fila alla mensa parrocchiale, i disoccupati che venderebbero l’anima pur di conqui­stare un posto di lavoro.

Lasciamo le inutili discussioni a chi ne sa trarre profitto.

Non ci importa sapere come si vin­cono o come si perdono le elezioni.

Ci importa metterci a lavoro, af­fianco agli ultimi. Saranno loro a dirci come si esce dal tunnel. Saranno loro a mostrarci un filo di luce. Saranno loro a restituirci il senso e la voglia di partecipare, per portare giustizia ad un mondo smaccatamente ingiusto, e donare la libertà persino a chi oggi affoga nelle ricchezze.

 

 

 

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