Fr. JOSE NARLALY

MINISTRO GENERALE PER LA SECONDA VOLTA
Fr Jose Narlaly è nato in India, nello Stato di Kerala, il 28 dicembre del 1953. Quinto di undici figli, la sua è una famiglia tradizionalmente cattolica. Una sorella più piccola è suora Trinitaria di Valence e attualmente opera in un comunità in Inghilterra dove presta aiuto alla parrocchia vicina al convento nella pastorale della salute. Fr Jose è stato il primo trinitario di origini indiane. Entra nell’Ordine nella Provincia degli Stati Uniti nel 1973 a Baltimora. Qui svolge gli studi di filosofia e letteratura inglese e frequenta il Noviziato. Nel 1978 è a Roma presso la Facoltà teologica Angelicum per compiere gli studi di Sacra Teologia. È ordinato sacerdote trinitario nel dicembre del1981 in India secondo il rito orientale. Torna subito negli Stati Uniti come Procuratore delle Missioni e a Toronto (Canada) lavora in una parrocchia trinitaria per servire la comunità di immigrati italiani. Nel 1984 è di nuovo in India dove, con un altro confratello indiano, fonda la prima comunità trinitaria. Lì rimane fino al 2001 lavorando soprattutto nell’ambito della formazione dei giovani e della pastorale vocazionale. Nel 2001 il Capitolo Generale di Roma lo elegge Vicario generale dell’Ordine Trinitario. Nel 2007 viene eletto per un sessennio Ministro Generale dal Capitolo di Moromanga (Madagascar). è stato riconfermato per un altro sessennio alla guida dell’Ordine nel Capitolo Generale svoltosi a Madrid (Spagna) nel 2013.

PAPA FRANCESCO CI VUOLE COSÌ...
“Più vicini a Dio. Più vicini all’uomo schiavo”

Da pochi mesi è stato riconfer­mato alla guida dell’Ordine e a chiusura dell’Anno del Giubi­leo Trinitario, celebrato per fare memoria negli anniversari delle morti del Fondatore (800 anni) e del Riformatore (400 anni) dell’Osst, Fr Jose Narlaly prova a tirare una linea per tentare un primo bilancio anche alla luce dei contenuti del Messag­gio che Papa Francesco ha rivolto all’Ordine proprio per l’occasione.

 Padre Narlaly, si conclude per i Trinitari l’anno giubilare per gli ot­tocento anni dalla morte di San Gio­vanni de Matha e per i quattrocento anni dalla morte di San Giovanni Battista della Concezione, rispettivamente Fondatore e Riformatore dell’Ordine. È stata un’occasione preziosa per riflet­tere e rilanciare il carisma e la presen­za della famiglia religiosa nel mondo. Vuol fare un primo bilancio?

Celebrare questi due santi costituisce sempre per noi un ritorno alle origini, in quanto San Giovanni de Matha e San Giovanni Battista della Concezione sono i patriarchi da cui tutti i religiosi trini­tari hanno ricevuto in dono un carisma davvero prezioso. Ma quest’anno per noi è stata anche l’occasione per trarre nuova linfa dai loro insegnamenti. Per ricordare queste grandi figure prima di tutto ne ab­biamo promosso la conoscenza. Per questo abbiamo curato e realizzato alcune pubbli­cazioni agiografiche e devozionali. Il 16 dicembre 2012 a San Crisogono abbia­mo ufficialmente aperto il Giubileo tri­nitario con la Celebrazione Eucaristica presieduta dal Card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Erano presenti tutti i superiori maggiori, le madri generali ed una rappresentanza davvero nutrita del laicato internazionale. La pubblica­zione in quattro lingue sulla vita dei due santi, a cura del Vicario Generale Pedro Aliaga Asensio, è stato un modo per rilanciare la loro santità in tutti gli ambiti del nostro apostolato. Abbiamo, poi, celebrato il Congresso Internaziona­le di Cordoba, dal 16 al 18 maggio 2013 dal titolo: “Il futuro nelle origini”, nella prospettiva di un rinnovamento nello spi­rito dei nostri Padri. Naturalmente vi ha preso parte tutta la Famiglia Trinitaria e gli stessi relatori hanno incentrato le loro dissertazioni sul nostro carisma, sulle diverse forme di schiavitù attuali e sulle sfide del momento: un esperienza davve­ro coinvolgente e significativa. Io stesso in tutte le occasioni ho sempre sottoline­ato gli aspetti profetici dei nostri Padri, ribadendo l’alto valore della vocazione trinitaria e sollecitando un risveglio dello spirito missionario dell’Ordine in tutte le nostre comunità. Un altro momento forte l’abbiamo vissuto il 13 ottobre con la be­atificazione dei sei martiri spagnoli, mo­mento imprescindibile per manifestare la vitalità del nostro carisma trinitario. Il 14 febbraio e il 17 dicembre scorso, ancora, ci siamo recati sulle tombe dei nostri Pa­dri a Cordoba e Salamanca e poi anche a Roma, dove nella Chiesa di San Tommaso in Formis al Celio terminò il suo pellegri­naggio terreno San Giovanni de Matha, nel lontano 1213.

Anche Papa Francesco ha voluto inviarvi un messaggio ricco di spunti e di indicazioni per l’identità e la missio­ne del Trinitario di oggi. Che cosa vi ha chiesto in particolare il Santo Padre?

Il Papa, con il suo personalissimo sti­le, si è rivolto a noi con un linguaggio piuttosto chiaro, diretto e concreto. Egli che si sente molto vicino ai poveri e ai sof­ferenti, ci ha chiesto di vivere con fedel­tà, di osare, traducendo in gesti concreti il nostro carisma. Egli, in prima battuta, ha ricordato che, prima della fondazione e della riforma dell’Ordine, i nostri Pa­dri avevano compiuto, prima di tutto, un esperienza forte di Dio. Proprio questo aspetto, oggi più di ieri, non deve essere sottovalutato, in quanto chiamati e invia­ti da Dio, noi trinitari siamo chiamati a raggiungere le situazioni di povertà, d’in­digenza e di svantaggio, a curare le ferite sia del corpo che dello spirito. Il Papa ci ha incoraggiati ad uscire fuori, fuori dal no­stro mondo di comodità per raggiungere le periferie dove vi sono reali situazioni di sofferenza, di emarginazione, bisogno di cure, dove troveremo le nuove schiavitù.

Utilizzando la sua lingua d’origine, il Papa nel messaggio ai Trinitari per due volte ripete il verbo primerear, qual è il significato di questa insistenza?

Questa è un’espressione tipicamente argentina, un verbo che potremmo tra­durre con …prendere l’iniziativa, osare per primi, essere in prima linea, fare il primo passo. La prima volta, nel docu­mento, riferendosi a Dio usa l’espressione primereado, ossia è Dio che ha fatto il pri­mo passo verso di noi, Dio che ci ha chia­mati e che ci ha affidato questo compito. La seconda volta ha scritto: “Osate, pure, primerear…”. È l’esortazione a vincere la scommessa verso i poveri poiché solo così si può vincere la vita autentica e gioiosa, viceversa si perde. Lo stesso San Giovanni Battista della Concezione ci presenta un nuovo concetto di trinità: il povero, Dio ed io formiamo una trinità sulla ter­ra. Nello stesso modo in cui cerchiamo di avvicinarci a Dio, dobbiamo farlo verso i poveri, ponendo l’attenzione alle tante forme di schiavitù odierne. La vocazione del Trinitario non raggiungerà mai la sua completezza se priva di quel legame con le realtà di schiavitù e di miseria.

Come pensa di diffondere e appro­fondire nelle singole Province e in ogni comunità religiosa i contenuti del mes­saggio di Papa Francesco? Che cosa chiederà a ciascun confratello?

Ogni comunità e quindi ogni religio­so della famiglia trinitaria dovrebbero già saper vivere a fondo la propria vocazione prima di tutto nel riconoscerne l’attualità e il valore intrinseco. Siamo stati scelti ed abbiamo ricevuto una grande missione. Riconoscendo l’alta dignità della propria vocazione e, sforzandosi di avvicinarsi sempre più alla forma mentis dei Padri, ognuno di noi dovrebbe imitare nella propria vita quegli atteggiamenti e quei valori imprescindibili. “Uscendo da se stesso”, senza ricercare alcun interesse o riconoscimento personale ma piuttosto perseguendo la causa di coloro che sono svantaggiati ed esclusi. Vivendo, cioè, nel servizio, nella preghiera e nella formazio­ne continua, chiamati a portare la libertà a coloro che ancora non la raggiungono o non la sperimentano. A questo proposito, uno dei gesti concreti che proponiamo in questo momento è di poter venire in aiuto di 275 famiglie siriane cristiane (un totale di 1000 persone) che si trovano diroccate senza vitto e alloggio, nella città di Alep­po (Siria). Finora c’è una buona risposta nella Famiglia Trinitaria, mentre conti­nuiamo ad attendere altre collaborazioni.

Nei mesi scorsi si è svolto il Capito­lo Generale durante il quale lei è stato riconfermato alla guida dell’Ordine fino al 2019. Adesso, quali sono gli obiettivi più urgenti da realizzare nei prossimi sei anni?

Il tema di questo Capitolo davvero cruciale è stato l’interculturalità da vive­re come dono ed impegno nella fraternità trinitaria. Fino a qualche decennio fa il nostro Ordine era presente per lo più nel territorio europeo: Spagna, Italia, Fran­cia e un po’ nel Nord America. Oggi è disseminato su quattro continenti: Ame­rica, Asia, Africa ed Europa. Per questo la presenza dei frati di altre nazioni va aumentando ma anche il nostro impegno comincia a non essere sufficiente di fron­te alle tante sfide che le varie popolazio­ni prospettano ogni giorno. Pertanto, in questo contesto, l’Ordine dovrebbe com­piere uno sforzo superiore per incorporare ed integrare a tutti i livelli le diverse cul­ture sia nel governo, sia nella formazione, sia nell’economia. E poi ancora, migliora­re la rappresentatività malgrado tutte le differenze, coltivando l’essenza trinitaria come priorità. Dunque, questo Capitolo lancia un appello ed una provocazione: c’è un solo Dio in tre persone e tutti sia­mo un solo Ordine che non deve impan­tanarsi sulle differenze di nazionalità, di lingua, di cultura. Anche i nomi delle diverse Giurisdizioni non dovrebbero di­pendere dalla geografia ma attingere al nome di un santo dell’Ordine o di un mi­stero della nostra fede. In più perseguire a tutti i livelli una continua collaborazio­ne promuovendo le vocazioni in qualità e quantità. Per realizzare questo obbiettivo si propone di aprire Case di Accoglienza in tutti i Paesi in cui siamo presenti, dove possa regnare un clima autenticamente trinitario.

Di recente la Santa Sede ha conces­so che i Trinitari riassumessero l’anti­co titolo di “Ordine della SS. Trinità e degli Schiavi”. Qual è il senso profon­do di questo ritorno alle origini?

Fino al Concilio Vaticano II in tutte le bolle e i documenti che ci sono pervenuti dai diversi Pontefici hanno sempre fatto riferimento al titolo integrale. Persino il Beato Giovanni XXIII lo sottolineava con chiarezza. Successivamente, nelle nuove costituzioni, non saprei per quale motivo, la seconda parte del titolo è stata tralasciata. Ultimamente noi stessi abbia­mo suggerito il reinserimento della dici­tura mancante poiché nel nostro tempo è di enorme importanza. La Santa Sede lo ha concesso anche perché siamo sem­pre pronti ad aiutare le numerose vittime delle nuove schiavitù, di esclusione, di persecuzione, di sofferenza. Riacquistan­do il titolo completo siamo ancor di più spronati a lodare la Trinità non solo con la preghiera, ma soprattutto liberando l’uomo da qualsiasi schiavitù o afflizione. Ed è solo affiancando le persone bisogno­se che realizziamo l’obiettivo per il quale l’Ordine è stato fondato.

Chi sono i nuovi captivI da riscatta­re e quali periferie esistenziali attendo­no la missione trinitaria per la speran­za e la fiducia?

Nel corso del Congresso di Cordoba i relatori hanno tutti sottolineato la si­tuazione caotica del nostro mondo dove le strutture economiche di un neo-capi­talismo selvaggio generano ogni giorno nuove forme di schiavitù. La perdita del benessere comune conquistato a volte con estrema fatica, la precarietà in campo la­vorativo, la dilagante disoccupazione, l’esclusione sociale di numerose persone, una legislazione dura e discriminatoria nei confronti di tanti immigrati, bambi­ni, donne, operai schiavi, la tratta uma­na, sono queste alcune grandi sfide che attanagliano il mondo di oggi e che con coscienza siamo chiamati ad affrontare. Di recente uno dei vescovi ausiliari di Roma mi ha manifestato il bisogno della presenza del carisma trinitario anche nel­la Capitale, a riprova del fatto che esistono tante, forse troppe, forme di schiavitù cui ogni comunità trinitaria dovrebbe essere sensibile, ma anche pronta a offrire una risposta in modo concreto, audace e co­raggioso.

Trinità e Liberazione ormai da cin­que anni si sforza di essere organo di comunicazione fra le comunità re­ligiose della provincia italiana. In che modo, secondo lei, potrebbe diventa­re strumento di autentica comunione e quali suggerimenti vorrebbe fornire per la crescita di questo mensile?

Innanzitutto vorrei esprimervi la mia personale gratitudine per il lavoro che fate. È un giornale davvero pregevole, invita alla lettura nonostante il dilagare esagerato del digitale. Se un consiglio potessi dare, inviterei all’uso di un lin­guaggio un po’ più accessibile anche per chi non ha un grado di cultura teologica e cristiana molto elevato in modo da evita­re che quanto letto non venga apprezzato come si deve.

 

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Christian Tarantino

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