Suor MARIA VALENTINA DELLA CROCE

PER 19 ANNI OSTETRICA. OGGI FELICE NEL CARMELO DI CARPINETO ROMANO
Valentina Rita Rossin nasce nel 1965 a Novara da genitori di origine veneta che dopo il matrimonio si trasferiscono per motivi di lavoro a Turbigo, in provincia di Milano. È figlia unica di genitori le cui origini sono contadine. Dopo aver frequentato le scuole dell’obbligo, Valentina si iscrive al liceo classico. Terminata la scuola superiore decide di iscriversi alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano. Durante il primo anno di Università conosce ed inizia a frequentare i mezzi di formazione dell’Opus Dei. Nel frattempo decide di intraprendere il corso per diventare ostetrica. Scoprirà così la sua vera vocazione professionale applicandosi con vero entusiasmo, per 19 anni, a questo nuovo lavoro. Gli anni trascorrono ma ogni tanto riemerge un’inquietudine interiore di insoddisfazione che ha sempre caratterizzato il suo cammino e che sfociava in una preghiera incessante al Signore affinchè le facesse comprendere la verità sulla sua vita. Nel 2008 durante la veglia di Pasqua, al momento di ricevere l’Eucarestia, avverte un richiamo interiore. Gli eventi che seguiranno sono del tutto provvidenziali. La conoscenza della spiritualità carmelitana attraverso la lettura della biografia di grandi Santi Carmelitani fino alla visita al Carmelo S. Anna nel quale oggi si trova dal 2 novembre 2009. Fa la sua professione temporanea il 19 novembre 2011. Tuttora sta continuando il suo cammino di formazione prima della professione solenne

“La preghiera è il ritmo della mia vita
Ma è anche una grande responsabilità”

Per parlare di preghiera e ascolta­re testimonianze autentiche sul­la forza che sgorga da un intimo rapporto con Dio, non si può che sostare in un monastero. Qua­lunque uomo o donna abbia scelto la clausura come dimensione della propria libertà, non può vivere fe­lice se non pregando. E non per sé. Per chiunque. Per chi conosce e per chi ignora. Per le persone, per i fatti, per la storia. Ecco suor Maria Va­lentina della Croce. La storia di una vocazione del terzo millennio, di un’epoca cioé nella quale lo stupore e la contemplazione sembrano aver perso il posto. E che la meraviglia appartenga solo a tempi lontani. E, invece, vicende come questa apro­no gli occhi, spalancano il cuore e fanno esplodere i polmoni: non è così. Stupore, meraviglia, contem­plazione abitano nell’animo umano. Non hanno mai ricevuto lo sfratto.

Suor Maria Valentina, perché ha de­ciso di entrare nella clausura?

Sono divenuta monaca di clausura non per mia volontà ma perché rientra­va nel progetto di Dio, artefice principa­le della mia chiamata. La sua iniziativa, giunta in un momento del tutto imprevi­sto, ha trovato un cuore aperto. Credo, in­fatti, che una persona debba essere predi­sposta ad accoglierla una chiamata. Dopo aver percepito questa chiamata, tutto era rimesso alla mia libertà: rispondere posi­tivamente o negativamente.

Ma lei aveva già un suo progetto di vita, un ruolo nella società, nella sto­ria…

Svolgevo già da più di 19 anni la pro­fessione di ostetrica lavorando presso una clinica ostetrico-ginecologica, la Clinica Mangiagalli di Milano, una delle cliniche più grandi del Nord Italia. Una profes­sione a cui ho dedicato tutta la mia vita con una passione davvero fervente, quasi fosse una missione. Ero immersa anima e corpo, giorno e notte, tanto ne ero ra­pita ed affascinata.

E non era felice? Non si sentiva una donna realizzata nel lavoro?

Nell’ultimo periodo iniziai a ren­dermi conto che tutto quello che facevo andava perdendo d’interesse, per cui tutti i momenti della professione che prima mi sembravano tra i più affasci­nanti e coinvolgenti, non mi davano più quella soddisfazione, quella carica emotiva che precedentemente provavo. Gradualmente alcune cose nella mia vita iniziarono a cambiare: mi stavo spegnendo da un punto di vista uma­no. Non riuscendo a capire il perché di questa sensazione avvertivo amarezza e meraviglia allo stesso tempo e iniziavo ad interrogare me stessa, sentivo venir meno questa certezza che per tanto tem­po aveva predominato nella mia vita.

Da ostetrica non le è mai balenato il desiderio di diventare mamma?

Ho aiutato tanti bambini a venire alla luce, ho sostenuto tante mamme nel mettere al mondo i loro figli, ho se­guito anche gravidanze a rischio ed ho anch’io accarezzato l’idea di poter un giorno creare una famiglia e di avere dei figli. Tuttavia, questo era un desiderio fugace e che subito deponevo poiché da circa vent’anni appartenevo alla Prela­tura personale dell’Opus Dei e avevo aderito al “celibato apostolico” per cui, in teoria un primo passo lo avevo già fatto.

Nemmeno l’appartenenza all’O­pus la rendeva serena e soddisfatta?

All’età di circa 20 anni, ebbi un forte presentimento di un’eventuale vo­cazione religiosa in quanto una cugina di mio padre mi aveva invitato ad un ritiro spirituale di una settimana e ad una esperienza vocazionale che mi ave­va colpita positivamente. Lì ebbi modo di pensare per la prima volta a un’eventuale scelta di vita religiosa. Ma i tempi non erano ancora maturi. Decisi di iscrivermi alla facoltà di Medicina per poi passare ad Ostericia. Qui ho conosciuto l’Opus Dei. Non pensai più alla vita religiosa, forse per un fatto di comodo: sono figlia unica con una madre ostinata e contraria verso una scelta di questo tipo. Mi sono molto impegnata nell’Opus Dei e mi sono dedicata in tutto e per tutto alla pro­fessione e a studiare. Avevo accontentato i miei restando in famiglia e così facendo credetti di aver aggiustato un po’ le cose. In realtà percepivo che il Signore non era contento di me tanto che, procedendo ne­gli anni, mi era rimasta come un’insod­disfazione di fondo. Tuttavia, non mi era mai balenata l’idea di una vita monastica di clausura. Anzi col passare degli anni ripetevo a me stessa: “suora mai”. Era un modus vivendi che proprio non contem­plavo. Non avrei mai immaginato di po­terlo abbracciare come è poi avvenuto.

Poi, cosa è successo?

Superati i 40 anni ancor più avevo bisogno di capire e così ho iniziato una ricerca, un’introspezione durante la quale ho realizzato che nemmeno le at­tività spirituali che seguivo all’interno dell’Opus Dei riuscivano più ad appa­garmi come prima. Pregavo in conti­nuazione il Signore perché desse una risposta ai miei turbamenti o m’indi­casse un’eventuale errore, non riuscivo assolutamente a capire dove sbagliavo, dove potevo fare di più, se dovevo tor­nare indietro o gettarmi in avanti. Poi, c’è stato un momento preciso in cui ho visto chiaramente una parte del cammi­no che avrei dovuto intraprendere.

Che ricordi ha di quel momento?

Ricordo esattamente che per la veglia di Pasqua del 2008 avevo deciso di recarmi nella mia parrocchia a Turbico, in provincia di Milano, ai confini col Piemonte. Avendo terminato il lavoro da poche ore pensavo di stare un po’ in tran­quillità e giunta lì mi sono sistemata da sola in un angolo della chiesa, in raccogli­mento. Durante l’Eucarestia ho avvertito interiormente la voce del Signore che mi sussurrava: “Io sto per darmi tutto a te e tu in cambio…”, ed io dopo un attimo di esitazione ho detto: “Desidero anch’io darmi completamente a Te”. Ebbi subito la certezza che la mia scelta di “celibato apostolico” attraverso il lavoro professio­nale era un’offerta alquanto insufficiente, non era quello il cammino e quella stessa sera rincasai molto appagata da quell’e­sperienza vissuta.

È stato quello il momento della chiamata alla vita monastica?

Non ero ancora arrivata all’idea del Carmelo però mi sono affidata a Lui di­cendo: “Ti seguirò, Signore, dovunque Tu decida di condurmi”. Ricordo che al­cuni giorni prima di Natale si parlava di santi con alcune mie colleghe di lavoro ed ognuna di noi diceva il santo che preferi­va. Qualche tempo prima avevo conosciu­to attraverso il film “La Settima Stanza”, Edith Stein, filosofa ebrea, oggi Santa Te­resa Benedetta della Croce. Mi aveva col­pita molto come figura ma soprattutto mi affascinava per il suo modo di cercare la verità, molto deciso, forte, caratterizzato da una grande volontà. Comunque, an­che questo film lo avevo accantonato. Solo ogni tanto mi ritornava alla mente. Nel frattempo, però, avevo iniziato a leggere alcuni scritti della Stein rimanendone molto affascinata. In seguito, la mia col­lega interpretando male il nome mi regalò un libro su Santa Teresa d’Avila, lo posi sul mio comodino ma non lo lessi, lo osservavo, le pagine erano tante e ripetevo a me stessa che prima o poi l’avrei letto. Finché una sera, sola nella mia stanza, guardando questo libro e riportando alla memoria la figura di Edith Stein ho ricol­legato le due cose ed ho realizzato che for­se il Signore mi stava chiamando ad una scelta di clausura e proprio nel Carmelo.

Quali furono le prime reazioni di fronte a tanta determinazione?

Mi parve subito un’impresa più gran­de di me. A cominciare dall’essere dispen­sata dalla Prelatura dell’Opus Dei. Non era facile dopo 21 anni di appartenenza. E poi la mia famiglia: era mancato mio padre e mia madre rimasta vedova, aveva solo me. Mi occupavo un po’ di tutto ed anche di lei la cui salute era molto pre­caria. Iniziai a credere che non ce l’avrei mai fatta.

Come ha superato questi ostacoli?

Mi ripetevo sempre che se il Signo­re aveva previsto questa mia conversio­ne certamente mi avrebbe aiutata anche a superarne gli ostacoli. Ho avvertito il desiderio di accostarmi ad un monastero di clausura per conoscerlo e per compren­dere come funzionava. Promisi a me stes­sa che entro l’estate avrei messo piede in un monastero, naturalmente lontano da Milano perché nutrivo la convinzione di comunicare a tutti la decisione solo quan­do l’avessi realmente presa. Così, mentre mia madre si recava a Fiuggi per le cure termali meditai di fare un salto al Carme­lo di Sant’Anna a Carpineto Romano, il primo che mi era apparso navigando su Internet.

Quali furono le prime sensazioni dopo aver varcato la soglia del Carme­lo?

Vi giunsi un 18 agosto, in piena ca­lura estiva, entrai nella chiesa e la pri­ma sensazione che avvertii fu di essere giunta finalmente a casa, nonostante nel mio cuore vi fosse una gran paura per le difficoltà che avrei dovuto affrontare per giungere all’effettiva vita monastica. Ad un tratto qualcosa mi fece capire di aver imboccato la strada giusta per cui pensai d’essere giunta alla fonte della mia felici­tà. Subito dopo ebbi la sensazione di voler scappare ma mi si avvicinò, attraverso la grata, la monaca sacrestana che mi chiese se avessi bisogno di qualcosa ed a quella richiesta mi sono aperta, ho iniziato a par­lare della mia ricerca vocazionale. Mi as­sicurò che l’avrebbe riferito alla priora che in quel momento non era in sede. Tornata a casa, dopo alcuni giorni ricevetti una lettera della maestra delle novizie, allora vice-priora, madre Elvira con la quale mi invitava per un’esperienza in monastero, anche breve, poiché ancora lavoravo. Col­si subito l’occasione nell’ottobre del 2008: vi rimasi solo per tre giorni e non ebbi più dubbi in proposito, era ciò che il Signore mi stava chiedendo. Si trattava di compie­re quel passo che avrebbe trasfigurato la mia vita per sempre.

Ora veniva il bello. Bisognava pre­parare il terreno intorno a lei.

Dapprima ho chiesto la dispensa dall’Opus Dei. Non fu facile, all’Opera volevano accertarsi che non si trattasse di una scusa o di una fuga. In realtà, ancor prima della dispensa avevo richiesto un colloquio con il Prelato dell’Opus Dei, mons. Echevarrìa Rodriguez, al quale spiegai le mie intenzioni e come il mio di­scernimento interiore mi aveva condotta oltre l’Opera in cui ero stata benissimo per lungo tempo ed egli fu molto positivo, anzi incoraggiò questo mio passaggio.

Fermiamoci un attimo sull’Opus Dei. Durante la sua permanenza nell’O­pera ha dovuto compiere delle scelte importanti...

Nell’Opus Dei non vengono pro­nunciati voti ma, proprio perché è una Prelatura personale, si fa una sorta di compromesso giuridico per cui la perso­na che desidera aggregarsi dopo un cam­mino di 7 anni si impegna a frequentare tutti i mezzi di formazione offerti e, nel contempo, a cercare la propria santità at­traverso il proprio lavoro professionale e a fare apostolato, ovvero avvicinare altre anime a Dio. Inoltre, il mio stipendio era devoluto all’Opera e poi chiedevo di volta in volta ciò di cui avevo bisogno per so­stentarmi. Era, pertanto, una donazione completa.

Come è andata invece con i suoi di­rigenti e con i colleghi di lavoro?

Nell’agosto successivo ebbi l’oppor­tunità di un’esperienza più lunga in mo­nastero. Quindici giorni per conoscere più da vicino la vita di queste monache e fare una verifica più approfondita. Subito dopo, comunicai la mia scelta ai miei su­periori diretti sul lavoro.

E con la mamma?

Mia madre non l’ha presa molto bene, tanto che il primo anno sono partita un po’ in incognito, nel senso che le ho detto che sarei andata in monastero ma non le ho esplicitato la vera motivazione, ossia il tipo di vita verso cui ero proiettata poiché sapevo che sarebbe stata contraria. Cer­cavo di rientrare a casa ogni tanto per vedere come reagiva, anche se era ben se­guita da alcuni familiari ai quali l’avevo affidata. Solo dopo un anno, praticamente al termine del Postulandato poco prima di iniziare il Noviziato, le ho detto tutta la verità e lei irremovibilmente non mi ha dato la sua benedizione rimanendo forte­mente contraria tanto che per un periodo non ci siamo più sentite.

Ma perché questo rifiuto? Naturale egoismo di genitore con figlia unica o posizione ideologica?

I miei genitori, entrambi d’origine ve­neta e di estrazione contadina, prima di sposarsi provenivano da un ambiente di grande fede, svolgevano una vita molto semplice. Una volta sposati si trasferi­rono nella provincia di Milano. Mio pa­dre, essendo più ottimista, forse avrebbe accettato meglio la mia vocazione, infatti gli avevo accennato qualcosa a 19-20 e so che spesso egli andava dicendo in giro: “mia figlia presto o tardi si farà suora”. E a me si raccomandava: “per il momento attendi e poi vediamo, continua a studiare e poi verificheremo”. Invece mia madre ha sempre rifiutato quest’eventualità, for­se perché aveva delle idee negative sulla vita religiosa, conoscenze non positive, esperienze non positive ma soprattutto ha pensato che se non mi fossi sposata sarei rimasta con lei e l’avrei seguita un po’ di più nella sua vecchiaia. D’altra parte non condivideva nemmeno l’ambiente dell’Opus Dei che frequentavo, secondo lei avevo sempre scelto nel modo sbagliato per cui non riuscivo mai a fare qualcosa di positivo ai suoi occhi. Ancora oggi è restìa con me anche se di tanto in tanto ci sentiamo telefonicamente ed è già una conquista. Alla cerimonia della mia Pro­fessione temporanea, dove erano presenti tutti i miei parenti, scelse di non venire. Ho sofferto per questo ma gradualmente ho tentato di comprenderne le motivazio­ni ed ho realizzato che non posso preten­dere che una persona all’età di 80 anni cambi improvvisamente opinione se non per effetto di un grande miracolo. Accetto anche questo come ulteriore via di puri­ficazione.

Parliamo della sua vita al Carmelo. Come si è trovata dal primo momento e quali difficoltà ha incontrato tagliando i ponti con un mondo che ora rimane dall’altra parte?

Il 2 novembre 2009 sono entrata nel Carmelo e ho pronunciato la Professione temporanea nel 2011, quindi attualmente sono novizia, un periodo che dura gene­ralmente cinque anni. Se tutto va bene, nel 2016 dovrei pronunciare la Profes­sione solenne. Qui a Carpineto Romano ho trovato una comunità di 12 monache ed un ambiente molto accogliente e dina­mico dove le attività e gli incontri che si possono fare con i gruppi che vengono a farci visita e con le persone che vengono a trascorrere con noi alcuni momenti di preghiera rendono la vita molto più attiva di quella che immaginavo. Personalmente sono ancora in formazione, per cui dedico buona parte della mia giornata allo studio e alle lezioni tenute dalla maestra delle novizie sulla spiritualità carmelitana, sulla Regola e sulla bellezza della vita co­munitaria che per me è un’assoluta novità rispetto all’autonomia di prima.

Ci descriva una giornata-tipo nel Carmelo di Carpineto.

Alle 4,45 suona la sveglia, ci vestia­mo velocemente; alle 5,15 scendiamo in coro per la Liturgia delle ore ed iniziamo con l’Ufficio delle letture e poi restiamo a pregare tutte insieme fino alle 6.30. Segue un’ora di meditazione personale. Alle 7,30 abbiamo la Messa tutti i giorni, chiudiamo con l’Ora terza, dopodiché fac­ciamo colazione e dopo ogni monaca pro­cede per le sue attività, personalmente mi reco a lezione con la vice-priora mentre le altre sorelle sono dedite al cucito, oppure alla cucina o ad altri lavori manuali come per esempio la confezione degli scapolari. Alle 12,45 abbiamo l’Ora sesta e dopo il riordino della cucina abbiamo un ora di ricreazione. Di solito le nostre attività le svolgiamo nel silenzio, per cui durante il giorno non si parla e il pranzo e la cena avvengono in silenzio con la lettura di un brano della Scrittura o di altri scritti spirituali. Dopo la ricreazione durante la quale si può dialogare, leggere giornali, guardare la posta, abbiamo un ora di riti­ro stretto in cui ognuna fa quello che cre­de, può leggere, riposare ma sempre os­servando il silenzio. Alle 15,30 scendiamo nuovamente in coro per l’Ora nona, poi si ritorna al lavoro fino al Vespro delle 18 e un’altra ora di meditazione personale. Se­gue la cena alle 19,30 poi un’altra ora di ricreazione fino alle 21 per la Compieta, ultima preghiera della giornata, insomma per le 22 siamo a luci spente.

Non le mancano internert e la tv? E i parenti, gli amici?

Non mi mancano affatto. Prima ho utilizzato tantissimo questi strumenti specie per il lavoro, ora sembrano aver perso ogni significato per me. Per quanto riguarda amici e parenti essi hanno soste­nuto molto il mio cammino, a volte li sen­to telefonicamente, possono eventualmen­te venire a trovarmi, spesso mi chiedono consiglio o si confidano. Tuttavia sento di avere con loro un rapporto più autentico adesso rispetto a prima, lontana da quella superficialità che avvertivo prima.

Quant’è importante per lei la pre­ghiera e, soprattutto, pensa di saper pregare?

Penso di non saper ancora pregare ma mi accorgo che gradualmente lo Spi­rito Santo me lo sta insegnando. Appena giunta in monastero pensavo presuntuo­samente di saperlo fare ma in realtà sono in formazione anche su questo, per sco­prire che nulla è scontato. Tutta la nostra giornata viene scandita dalla preghiera che sostanzialmente è preghiera d’inter­cessione per tutta l’umanità. Presentia­mo a Dio tutte le umane fragilità. È una sorta di responsabilità che il Signore mi ha affidato, eccone il segreto: prendere gradualmente sempre più coscienza di un compito, di una missione che all’inizio non si comprende appieno perché ancora nella fase dell’innamoramento e dell’en­tusiasmo ma che poi si trasforma in senso di responsabilità. È questo lo scopo della mia vita: la preghiera come forza per vive­re ma nello stesso tempo, servizio e amore per il mondo intero.


 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Christian Tarantino

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