Il Card. GUALTIERO BASSETTI

PASTORE AL FIANCO DEGLI ULTIMI E DEGLI ‘SCHIAVI’ DEL NOSTRO TEMPO
Il motto episcopale del cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti, “In charitate fundati”, ben sintetizza lo stile di questo Pastore della Chiesa universale chiamato da Papa Francesco a far parte del Collegio Cardinalizio durante il Concistoro del 22 febbraio 2014. Gualtiero Bassetti, vice presidente della Cei, presidente della Ceu, è un cardinale al servizio degli “ultimi” continuando a far sentire la concreta vicinanza della Chiesa di Cristo alle persone in difficoltà, disagiate, emarginate, sofferenti, gli “scarti della società”, come li definisce Papa Francesco. Le radici di Gualtiero Bassetti affondano fra le montagne che dividono la Toscana e l’Emilia Romagna: nasce il 7 aprile 1942 a Popolano di Marradi, in provincia di Firenze ma nella Diocesi di Faenza-Modigliana. È il primo di tre figli. Due suoi cugini sono sacerdoti, don Giuseppe e don Luca Bassetti. Dopo aver trascorso l’infanzia a Fantino, nell’Arcidiocesi di Firenze, nel 1956 entra nel Seminario di Firenze. Il 29 giugno 1966 viene ordinato presbitero nel duomo di Santa Maria del Fiore dal cardinale Ermenegildo Florit. Inviato come vice parroco nella comunità di San Salvi, nel 1968 è chiamato in Seminario come assistente al Minore e responsabile della pastorale vocazionale. Nel 1972 viene nominato rettore del Seminario Minore. Nel 1979 il cardinale Giovanni Benelli gli affida l’incarico di rettore del Seminario Maggiore, a soli 37 anni. Nel 1990 il cardinale Silvano Piovanelli lo nomina suo pro-vicario e nel 1992 lo chiama a diventare vicario generale dell’Arcidiocesi di Firenze. Il 3 luglio 1994 Papa Giovanni Paolo II lo elegge vescovo di Massa Marittima- Piombino. Viene ordinato vescovo l’8 settembre dal cardinale Piovanelli nella basilica di San Lorenzo a Firenze. Il 21 novembre 1998 viene eletto vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Inizia il suo ministero in Arezzo con il Giubileo del 2000, al quale dedica la sua prima Lettera pastorale. Promosso da Papa Benedetto XVI alla sede arcivescovile metropolitana di Perugia-Città della Pieve il 16 luglio 2009, fa il suo ingresso in diocesi il 4 ottobre dello stesso anno, giorno della solennità di san Francesco di Assisi, Patrono d’Italia. A fine 2013 ha iniziato la sua Visita pastorale, che concluderà nella primavera del 2017. Le prime realtà incontrate sono quelle del mondo del lavoro, degli immigrati, della sanità, dell’università. Ha molto in comune con il suo illustre predecessore il cardinale Gioacchino Pecci (Papa Leone XIII), che fu vescovo di Perugia dal 1846 al 1878, entrato nella storia come il “Papa riformatore e sociale” e il “Papa dei lavoratori”, che, nello scrivere l’enciclica Rerum novarum, formulò i fondamenti della Dottrina sociale della Chiesa. Il Card. Bassetti è un Pastore molto sensibile alle problematiche sociali, in particolare al mondo del lavoro e al ceto meno abbiente. Nei numerosi messaggi che ha rivolto ai fedeli e agli uomini di buona volontà, si è soffermato spesso sulle morti nel lavoro e sulla crisi occupazionale, sulla politica che ha bisogno di un ‘sussulto profetico’, sulla legalità nella gestione della cosa pubblica, sulle gravi piaghe sociali del nostro tempo, quali la prostituzione, il consumo di sostanze stupefacenti, di alcool e il gioco d’azzardo, che rendono l’uomo schiavo e vittima di queste povertà estreme.

“L’odore delle pecore non si definisce lo si avverte e basta.
Questa è l’essenza di ogni vocazione pastorale

Se c’è un “pastore che ha addosso l’odore delle sue pecore” è lui: Gualtiero Bassetti, cardinale di Perugia creato da Papa Francesco nell’ultimo Concistoro. Vescovo molto amato dai fedeli della sua diocesi, il neo porporato si è sempre distinto per la semplicità e per la particolare attenzione ai pro­blemi della sua terra e della sua gen­te, soprattutto quella appartenente al ceto meno abbiente. Il suo stile ricalca molto quello di Bergoglio: guida da solo la sua utilitaria, ama stare a con­tatto delle persone, magari quelle ricoverate in ospedali o impiegate nelle fabbriche, e spesso si ritira in preghiera con le suore Oblate con cui “è cresciuto”. Si ricordano, recentemente, la promozione di un fondo di solida­rietà per famiglie in difficoltà, l’in­contro con i “Forconi” e l’invito ai proprietari di immobili ad affittare a “prezzi sostenibili”.
E lui, a chi gli ha chiesto per quali motivi Papa Bergoglio l’ha nominato Cardinale ha candidamente dichia­rato: “Credo che i motivi siano due. Innanzitutto, il Papa da subito ha cer­cato di andare alle periferie, quindi non si è fermato solo alle sedi tradi­zionali. Allora anche Perugia, come pure Haiti, il Burkina Faso e altre possono diventare sedi cardinalizie. Soprattutto, però, bisogna ricordare che l’Umbria è la patria di due impor­tanti Santi: Benedetto, patrono d’Eu­ropa, e Francesco, patrono d’Italia che, sappiamo, è particolarmente nel cuore del Papa, tanto da averne preso il nome. In realtà, in dieci anni, due Pontefici hanno preso il nome di que­sti Santi umbri: prima Benedetto XVI e ora Francesco. Quindi c’è un legame speciale tra la mia regione e il papato. Inoltre è una terra che ha una grande rilevanza spirituale, è patria di tanti altri santi: Santa Rita, Santa Chiara o Sant’Angela da Foligno recentemente canonizzata”.

Eminenza, la sua porpora - l’ha detto il Papa - non è un premio ma un assist per un impegno maggiore al ser­vizio umile del popolo di Dio. Come sta vivendo questi primi mesi da Cardina­le?

Il Papa ha scritto a tutti i neo-nomi­nati cardinali una lettera semplice, bella e molto chiara: il Cardinalato non è una promozione, è un servizio che esige di am­pliare lo sguardo e allargare il cuore che si può acquistare solamente seguendo la stessa via del Signore. La via dell’abbassa­mento e dell’umiltà, prendendo forma di servitore. Il compito, come si può capire, è semplice e al tempo stesso importante. È semplice perchè si tratta di una sorta di conferma della vocazione, oggi a 72 anni, ricevuta da ragazzo, quando ho avverti­to di voler seguire e servire il Signore. Questo è ciò che conta, qualsiasi cosa si sia chiamati a fare! Certo, è anche una re­sponsabilità molto importante soprattutto perchè la Chiesa sta vivendo un momento particolarmente impegnativo di conver­sione pastorale che - a partire dal Concilio Vaticano II - ha un significato epocale non solo per le Chiese europee, ma per le Chie­se in tutto il mondo.

Come vive, da prete e da vescovo, la necessità di avere addosso l’odore delle sue pecore? Qual è il profumo prevalente delle pecore di oggi? Crede che i pastori siano pronti ad accogliere in toto questa condizione?

L’odore delle pecore non si definisce, lo si avverte e basta, anzi qualche volta lo si subisce. L’importante - io credo - è non scegliersi le pecore a seconda del loro odore. É bellissima questa cosa, ed è l’es­senza della vocazione pastorale: sapere che le persone che ti è dato di incontare sono amate smisuratamente dal Signore e che tu sei uno strumento della sua mi­sericordia.

Lei, da sempre, ha vissuto il suo mi­nistero con una vocazione speciale per il sociale. Cosa può fare un vescovo di fronte alle gravi emergenze provocate dalla crisi economica?

La crisi ha provocato emergenze che vanno affrontate contribuendo ad orga­nizzare la solidarietà e rinnovando il de­siderio di stare vicino a chi soffre - anche quando non si hanno soluzioni da propo­prre. Tuttavia sarebbe sbagliato rimanere imprigionati nella logica dell’emergen­za. Il Papa - ribadendo con forza alcuni aspetti centrali del magistero sociale del­la Chiesa - ci sta mostrando che la crisi economica è frutto di una ideologia che va guardata negli occhi e rifiutata: quella del profitto come unico criterio dell’agire economico che porta con sé la logica dello scarto e dello spreco. Questa ideologia va combattuta: è disumana, non funziona, non è sostenibile socialmente, ecologica­mente e perpetua squilibri tali da rendere difficile la convivenza pacifica a vari livel­li locali e a livello internazionale.

C’è una speranza concreta per le “periferie” materiali ed esistenziali?

La concretezza della speranza dipen­de dalla concretezza di coloro che si im­pegano a favore dei più poveri. E sono moltissimi, anche qui da noi, penso ad esempio a tutte le professioni di aiuto. La concretezza della speranza dipende anche dalla capacità della politica e degli attori sociali di intendere il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione come le risorse su cui investire e sui cui fondare la crescita autentica. La concretezza della speranza dipende anche da noi cristiani se siamo davvero decisi a seguire Gesù nelle peri­fierie materiali ed esistenzali dove ci pre­cede e attende.

I Trinitari, da più di otto secoli sono chiamati a liberare l’uomo dalle nuove schiavitù. Quali sono secondo lei le oppressioni più gravi dell’uomo mo­derno? Cosa fare per aiutarlo a liberar­sene?

È davvero bello il carsima dell’Ordine trinitario: il riscatto degli schiavi a prezzo della propria vita. Un carisma purtrop­po sempre attuale, non solo per le nuove schiavitù, ma - sempre di più - per quelle “vecchie”: la tratta delle donne, lo sfrut­tamento della manodopera indifesa sono, infatti, realtà globalizzate.

Da Cardinale, si abituerà ad avere uno sguardo pastorale universale. In che modo la Chiesa può contribuire alla salvezza dell’uomo dovendo fare i conti con l’indifferenza esistenziale?

L’indifferenza esistenziale figlia na­turale dell’individualismo è - in ultima analisi - chiusura alla Trascendenza. La Chiesa infrange questa chiusura e solitu­dine testimoniando la gioia della fiducia in un Dio che ama e che ha il volto di Gesù. Non è più il tempo delle lamentele, né delle condanne, come già aveva detto Giovanni XXIII, ma della “medicina del­la Misericordia” con cui la Chiesa può curare il mondo, solo se i suoi membri si lasciano, per primi, investire dalla Mise­ricordia.

Crede che Papa Francesco sia l’uo­mo della Provvidenza nel tentativo ar­duo di avvicinare i lontani all’intramon­tabile attualità del Vangelo? Quali sono le carte vincenti di questo Pontefice?

A me pare che Papa Francesco ci stia, soprattutto, ricordando che il Vangelo è bello, la vita buona e nuova secondo il Vangelo è bella. È la bellezza del Vangelo che “attrae” vicini e lontani.

La famiglia, da anni, vive tempi duri. Attacchi da ogni direzione culturale e da ogni ambiente ideologico mettono a grave rischio la sua stabilità. A che punto è la riflessione della Chiesa ri­spetto ai tanti problemi e alle tante “nuove esigenze” emersi nel dibattito internazionale? Quali aperture verso i divorziati?

La famiglia vive tempi duri sotto il profilo ideoligico e materiale: due giovani che desiderano mettere su famiglia hanno veramente una sproprzione di ostacoli da affrontare. Sono convinto che il percorso di discernimento, che ruota attorno al Si­nodo dei Vescovi ma cui è chiamata a par­tecipare tutta la Chiesa darà i suoi frutti e le sue indicazioni pastorali, anche per illuminare le varie situazioni cui fa rife­rimento la domanda, ma che non sono le sole ad aver bisogno di essere contemplate alla luce del Vangelo.

Eminenza, la Pasqua è la sintesi suprema della vita del cristiano. Quale augurio per il lettori di “Trinità e Libe­razione”?

Più che un augurio - se mi permette - vorrei fare una richiesta: la luce e la gioia di Pasqua vi rafforzi nel testimoniare la gioia della libertà di donarsi interamente ai poveri.

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Christian Tarantino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto