PAMELA VILLORESI

FONDATRICE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLA SPIRITUALITÀ
Pamela Villoresi, attrice toscana, si è formata, all’inizio del suo percorso professionale, nei circoli teatrali e culturali della sua città Prato dove è natail 1° gennaio 1957. Di padre italiano (commerciante di tessuti) e madre tedesca, comincia a studiare ragioneria, seguendo però i corsi di recitazione al Teatro Metastasio di Prato, all’interno del quale comincia a fare le sue prime esperienze da professionista con il gruppo Teatro Insieme (1972) e Teatro Studio (1975).
Dopo aver lavorato con autori e attori come Missoli, Glauco Mauri (“La dodicesima notte”) e Cobelli (“Prove per una messa in scena della figlia di Iorio” del 1973 e “La venexiana” del 1977) viene notata da Giorgio Strehler, il quale la chiama per interpretare Goldoni al Piccolo Teatro di Milano, da quel momento inizia una fortunata carriera come attrice di cinema e di teatro, ottenendo numerosi riconoscimenti e successi.
Sempre con Strehler, reciterà in: “Arlecchino servitore di due padroni” (1977); “Temporale” (1978); “Minna von Barnheim” (1982); “Baruffe chiozzotte” (1992); “L’isola degli schiavi” (1994) e “Le utopie di marivaux” (1994), diventando a tutti gli effetti una delle attrici più strehleriane del regista. Il teatro continuerà a riempire la sua carriera che si legherà ad altre importanti pièce teatrali e drammi: “La fiaccola sotto il moggio” (1987); “Gente di facili costumi” con Nino Manfredi e “Otello” con Vittorio Gassman, dove regala al pubblico del palcoscenico e poi del piccolo schermo il ruolo di una discussa Desdemona.
Purtroppo, una crisi la porta ad abbandonare lo spettacolo “Les liason dangereous” e, successivamente, “Scialo”, si rifarà con una splendida “Santa Teresa” e con una “Didone” per la regia di Cherif, in cui recita persino in arabo. Direttrice artistica del Festival delle Ville Tuscolane, dopo “Crimini del cuore” (1992), dirige “Taibele e il suo demone”, ma senza lasciare un segno tangibile (almeno questo è ciò che afferma la critica teatrale italiana). Per quanto riguarda la realtà cinematografica, la Villoresi debutta sul grande schermo in Il trafficone (1974) di Bruno Corbucci accanto a Carlo Giuffrè. Una delle sue migliori interpretazioni è sicuramente quella della giovane vedova Gianna nella pellicola Dicembre (1990) di Antonio Monda, nel quale ha il ruolo di una zia cattolica e borghese alle prese con un nipotino. Il suo ruolo in Evelina e i suoi figli (1990) con Stefania Sandrelli viene candidato al David di Donatello. Nel 2013 è nel cast del film di Sorrentino La grande bellezza, vincitore dell’ultimo Premio Oscar come Miglio film straniero.
Nel 2007 fonda e dirige il “Divinamente Roma, Festival internazionale della Spiritualità” che riesce a replicare per 5 edizioni. Una rassegna ricca di proposte per sondare, attraverso i molteplici linguaggi dell’arte, il rapporto tra l’uomo e le varie forme di spiritualità, le diverse articolazioni del sacro, guardando alle radici rituali del fare spettacolo, con racconti esemplari, note, parole, corpi in movimento. Un cammino fatto da artisti appartenenti a culture distanti, con storie e stili differenti, che cercano e trovano connessioni ed opportunità di confronto su temi imprescindibili, per superare le secolari differenze e raggiungere verità più alte.

“Ricercare ovunque la verità mi aiuta a credere sempre di più”

Pamela Villoresi è un inno alla for­za della cultura italiana. Non è un’accademica, né una scienziata. È una donna verace e forte. Inna­morata del suo lavoro. Sempre alla ricerca della verità attraverso tutte le vie che la ragione e il cuore aprono davanti ai suoi occhi.

Signora Villoresi, lei è un’attrice po­liedrica, le sue performance spaziano dal teatro, al cinema alla televisione, però ad un certo punto ha riscoperto il valore della fede, com’è accaduto?

Nella vita ci sono molti cammini. Seppur in modo spesso sgangherato, ho coltivato una certa spiritualità nella ri­cerca dell’essenziale, appagando le mie numerose curiosità attraverso le tante discipline del mondo, dalla pratica dello yoga, all’affascinante studio della Torah e del Midrash sia presso un Rabbino che presso un insegnante laico. Ho incontra­to sulla mia strada sempre molti maestri che mi hanno consigliato sempre letture importanti che mi hanno permesso di crescere. In più, ho la fortuna di svolge­re un mestiere che mi fa immergere in vari mondi e in varie epoche accrescen­do in tal modo la conoscenza e la com­prensione personale. È vero, ad un certo punto ho avvertito il desiderio di fare viceversa, cioè dedicarmi ai percorsi che mi facevano crescere e che nutrivo nel privato di portarli sul palcoscenico al fine di condividere con altri esperienze, scoperte, soprattutto crescite.

In che modo ha collegato questa esigenza con il suo lavoro?

Ho iniziato a commissionare, an­che per il teatro, dei testi a tema pret­tamente spirituale, di questi alcuni sono dei melologhi, altri dei recital. Per esempio, un recital che metto in scena da vent’anni, con un titolo che ci ha regalato Mario Luzi è “Ma così com’è sull’Arca di Noè”: ne è scaturito un me­lologo per orchestra; un altro recital è an­dato in onda su Tv2000 e ruota attorno alla figura di Edith Stein, dal significati­vo titolo “La matassa e la rosa” e mette in scena un dialogo tra Edith Stein e Etty Hillesum; un altro ancora su Santa Ca­terina e poi sul Cottolengo... Di recente mi è stato commissionato dai Carmelitani di Brescia, uno spettacolo a ricordo della canonizzazione di Karol Wojtyla. Si trat­ta di un recital che metterò in repertorio e che spero abbia lunga vita anche per­ché permette a tutti di conoscere meglio il pensiero di Karol, il suo rapporto con la vita, con Dio, con gli uomini, con la morte, ma anche con la società, la politica e soprattutto con i Carmelitani. L’opera, infatti, svela il suo primo desiderio di far­si frate carmelitano, dissuaso ben presto dai suoi superiori. Le gravi perdite subite in quegli anni dalla Polonia (ben 3500 sacerdoti) per colpa del regime sovieti­co, sguarnirono le diocesi di troppi preti che operavano nelle parrocchie, per cui egli, obbedendo, si convinse a non entra­re nel Carmelo. Anche il titolo di questo recital è emblematico: “È tutta intera la Luce”, preso in prestito dal suo primo componimento poetico uscito negli anni 1946-47, quando era ancora un semina­rista. Il versetto recita: “In quell’istante guarda dentro di te. Ecco l’Amico, che è solo una scintilla, eppure è tutta intera la Luce”. Per cui, lo spettatore, oltre che apprendere meglio il suo pensiero, cono­scerà anche il Wojtyła poeta.

Ricorda come è iniziato questo ri­torno alla profondità dello spirito?

In realtà, non c’è stato nessun evento tragico che ha determinato un ritorno alla fede per bilanciare una precedente cesura netta. Provengo da una famiglia cattolica, mia madre pur essendo tedesca è comun­que cattolica in quanto proviene dalla Baviera. Ho studiato presso le Suore Car­melitane e rimane questa la mia formazio­ne. A dire il vero, negli anni giovanili ho sviluppato un certo rifiuto nei confronti di quello che ritenevo un apparato della Chiesa in cui non mi riconoscevo affatto e da lì ho intrapreso tanti cammini di cono­scenza sociale e spirituale anche attraver­so il buddismo, l’induismo e il pensiero ebraico che ha dei testi antichi strepitosi.Comunque, questa mia tendenza a ricon­durre il percorso sempre verso una ricer­ca spirituale mi ha condotta a credere più intensamente.

Quant’è difficile incontrare il Signo­re in un mondo, quello dello spettaco­lo, pieno di lustrini e che obbedisce solo all’apparire?

Farei una grande distinzione, perché il mondo dello spettacolo va dallo spo­gliarello del night club sino, appunto, al recital su Wojtyla, quindi non mescolerei troppo le carte. Giovanni Paolo II nella sua Lettera agli Artisti sosteneva: con­centratevi sulla vostra missione, non vi perdete nelle vanità delle vanità ma tene­te alto il significato della vostra missione, del vostro mestiere che è un altro modo per cercare la verità. Credo che l’artista debba essere come un “grillo parlante” che libera le persone dallo tsunami di fal­sa cultura che avvelena la società. L’attore teatrale produce, invece, autentica cultu­ra. Certo, parlare di sogni e di spiritualità è assai complicato nel nostro lavoro come lo è testimoniare una fede, tuttavia c’è grande rispetto sulle ricerche individuali.

Esiste una figura del passato che l’aiuta nel suo cammino di fede?

Una di queste è certamente Santa Te­resa d’Avila, sin da quando la “conobbi” ne fui rapita. Recitavo a Madrid col Tea­tro d’Europa e, durante la mia giornata di riposo, affittai una macchina per andare ad Avila. Non appena vi giunsi mi trovai di fronte alla statua di questa “forza del­la natura” e sempre più affascinata dalle chiese romaniche e suggestionata da un paesaggio meraviglioso, acquistai subito una sua biografia che mi entrò dentro e da quel momento non l’ho mai più abban­donata. Sono ormai vent’anni che sogno di fare uno spettacolo su di lei e adesso pare che il sogno stia diventando realtà in quanto i Carmelitani di Brescia mi hanno finalmente commissionato lo spettacolo che verrà prodotto dal Teatro Stabile di Innovazione di Orvieto e debutterà il 28 marzo 2015 a Brescia. Quindi, è ormai una certezza. Avrò la responsabilità di in­terpretare la protagonista, solo a pensarci mi tremano i polsi.

Chi è per lei Gesù di Nazareth?

Innanzitutto sono molto affascinata dall’umanità di questa divina figura. Ho in mente la visione di Mario Luzi nella sua meravigliosa “Passione di Cristo” che ho avuto modo di leggere tante vol­te. È un capolavoro assoluto ed è proprio l’uomo che esce fuori da questa immersio­ne. In quest’opera c’è un Cristo profonda­mente umano che si lega a questo mondo, poi, segue il Padre, sceglie l’obbedienza ed anche quando deve lasciare gli umani, il monte Calvario, la sofferenza umana, quando deve attraversare il dolore è, come direbbe Wojtyla, un Giobbe sbalordito dalla cattiveria umana, stupito per come l’uomo può essere così malvagio. Vi sono molti “artisti illuminati” che hanno colto questa umanità che rappresenta per noi la porta d’accesso alla divinità. Per esempio, in un quadro di Antonello da Messina c’è una mezza figura, come si direbbe al ci­nema, in cui Cristo è legato alla colonna per essere flagellato con un’espressione che lungi dall’essere di rabbia è piutto­sto un connubio tra profonda sofferenza e sbalordimento per la cattiveria umana, sembra quasi che dica: “Ma come potete farlo? Come ci riuscite?”. Una sorta d’in­comprensione della malvagità umana. Anche a noi può capitare di domandarci: “Ma come ho potuto fare questa cosa?”.

Come nasce lo spettacolo “Dio maternamente” e perché la scelta di questo titolo così bello? Ci descriva la figura di questo Dio così materno.

Era il secondo anno pregiubilare, pre­cisamente l’Anno della Misericordia e, a quel tempo, ero molto vicina al Vescovo di Prato, mons. Gastone Simoni, oggi in pensione e tenevo dei laboratori per ra­gazzi, giovani attori in erba, musicisti alle prime armi ma comunque aperto a chiun­que volesse mettersi in gioco. Fu lui che mi fece conoscere poi la figura di Edith Stein. Non finirò mai di ringraziarlo per questo, poiché è stata una figura che mi ha arricchito tanto. Decidemmo anche di fare un recital nel quale non emergesse quell’aspetto della divinità tipicamente veterotestamentario di un Dio severo e vendicativo ma quello meraviglioso della libertà, dell’accoglienza, della protezione, della misericordia e del perdono.

Siamo nel mese di maggio. Che cosa, invece, la affascina di Maria?

La figura di Maria l’ho riscoperta da adulta. Vi sono tante persone di Chiesa che mi hanno aiutato in questo. È una figura alla quale comincio a rivolgermi in maniera più disinvolta ed è un po’ la scoperta della maturità. Grazie anche a Dante e alla sua Divina Commedia che però non ho mai avuto l’ardire di inter­pretare, considerandola come la Cabala per gli Ebrei, prima dei 40 anni. Quindi, nonostante avessi seguito tanto la poesia anche per lavoro, tanto da ritenerla an­che un po’ la mia specialità, non l’avevo mai voluta affrontare finché l’allora ma­estro dello Stabile di Palermo quasi mi costrinse a leggere dei Canti del Purga­torio quale piacevole preludio ad un vero e proprio recital che si concludeva col l’ultimo Canto del Paradiso. Così Dante mi ha accostata alla meravigliosa figura della Madonna.

Avendo fatto parte del cast de “La Grande Bellezza”, l’Oscar un po’ le ap­partiene...

Girare “La Grande Bellezza” è stata una bella esperienza perché Sorrentino pur essendo giovane è un maestro con un grandissimo mestiere tra le mani, un vero capitano di nave. Personalmente al cine­ma sono più insicura perché non è proprio il mio ambiente e mi sono sentita molto curata, molto controllata. Tuttavia mi sono lasciata andare e penso di aver dato comunque il meglio di me. L’Oscar mi ha ricordato quando mi recavo al Teatro dell’Opera a Parigi e facevamo le code di 1 km per avere un posto sul loggione. Noi italiani, quando raccontiamo noi stessi, la nostra identità con comprensione, con amore, con critica e lo facciamo col nostro insuperabile mestiere di grandi artigia­ni dell’Arte, siamo vincenti, perdiamo quando facciamo la cattiva imitazione de­gli altri. Non solo, ma Sorrentino, il regi­sta di questo capolavoro, ha avuto anche il coraggio di raccontare quello che siamo: una società alla deriva.

A proposito di deriva. Qual è il suo giudizio rispetto alla situazione italiana attuale, soprattutto guardando all’eco­nomia e alla crisi di tante famiglie? A cosa ci si può aggrappare per tornare ad aver fiducia?

A forza di utilizzare la politica a fini personali, l’organismo Italia non si è solo ammalato ma ormai giace in agonia com­pleta. Non parlo del settore in cui lavoro che è il vero “oro nero” di questo Paese, in quanto depositario della maggior par­te del patrimonio artistico e culturale del mondo. Potremmo vivere solo di questo e non è un caso se siamo “il fanalino di coda” non solo dell’Europa, complice qui una cecità anche economica intolle­rabile. Spero tanto in un cambiamento immediato, anzi repentino ma che ribalti la mentalità. La gestione di questo Paese deve convergere ormai su un piano di sal­vataggio piuttosto che riservarsi qualche posto dove rubacchiare qualcosa. Perso­nalmente continuerò a lavorare a testa bassa ripensando al “Non abbiate paura” di Giovanni Paolo II, cercherò sempre di tenere duro e di continuare a fare il mio dovere con tenacia. È la mia risposta a questa deriva.

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Christian Tarantino

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