MARIA VOCE

PRESIDENTE DEL MOVIMENTO DEI FOCOLARI DAL 2008

Maria Voce è nata ad Ajello Calabro (Cs), il 16 luglio 1937, prima di sette figli. Il padre era medico; la madre, casalinga. Nell’ultimo anno di studi di giurisprudenza a Roma (1959) incontra all’università un gruppo di giovani focolarini e rimane affascinata dalla loro testimonianza evangelica. Terminati gli studi esercita la professione a Cosenza diventando il primo avvocato donna nel foro della città. Nel 1963, imprevista e “travolgente”, la chiamata di Dio a seguire la strada di Chiara Lubich a cui risponde con immediatezza: lascia una carriera promettente e parte. Chiara le darà il nome di Emmaus, col quale da allora in poi sarà conosciuta nel Movimento. Dal ‘64 al ‘72 è in Sicilia nei focolari di Siracusa e Catania, dal ‘72 al ‘78 fa parte della segreteria personale di Chiara Lubich e nei successivi dieci anni vive nel focolare di Istanbul, dove intreccia rapporti a livello ecumenico con l’allora Patriarca di Costantinopoli Demetrio I e numerosi Metropoliti, tra cui l’attuale Patriarca Bartolomeo I. Il 7 luglio 2008 viene eletta presidente del Movimento dei focolari e indica sin dall’inizio come stile della presidenza l’impegno a “privilegiare i rapporti” e a tendere con tutte le forze al fine per cui è nato il Movimento: perseguire l’unità a tutti i livelli, in tutti i campi, percorrendo le vie del dialogo aperte da Chiara Lubich. Nell’ottobre del 2008 partecipa e interviene al Sinodo dei vescovi su “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Il 24 novembre 2009 è nominata da Papa Benedetto XVI Consultore del Pontificio Consiglio per i Laici. Il 27 dicembre 2010 è a Istanbul su invito del  Patriarca Bartolomeo I. Numerosi i viaggi per incontrare le comunità del Movimento sparse nel mondo e proseguire nei contatti con personalità del mondo civile ed ecclesiale, dell’ambito culturale e politico, ecumenico ed interreligioso “La donna potrebbe dare il suo contributo nei dicasteri della Curia Romana, negli organismi ecclesiali, centrali o periferici, là dove si prendono decisioni e avvengono consultazioni”. E'questo il pensiero di Maria Voce, presidente dei Focolarini, il movimento cattolico più diffuso al mondo (è presente in ben 192 Paesi). Ha raccolto la grande eredità spirtuale della fondatrice Chiara Lubich che già molti anni prima della sua morte aveva stabilito, non senza aver prima ottenuto il placetdel Papa, San Giovanni Paolo II, che alla guida dell’Opera ci sarebbe stata sempre una donna. Una sorta di introduzione delle quote rosa ante litteram. Ma, Maria Voce quando pensa al ruolo delle donne nella Chiesa non si lascia sfiorare dalla “tentazione” del sacerdozio femminile: occorre ben altro per le donne nella Chiesa che aspirare al titolo di cardinale. E aggiunge: “un contributo significativo della donna lo immagino nelle università e nei luoghi dove avviene la formazione dei futuri sacerdoti: le donne potrebbero contribuirvi con l’insegnamento e con una presenza che apra con naturalezza l’animo dei futuri sacerdoti all’universo femminile”.


Presidente, negli ultimi anni, non solo in Italia, il dibattito sul ruolo della donna in ogni contesto umano, ha vissuto una notevole accelerata. Da più parti, si avverte la necessità di ristabilire quella parità di genere che purtroppo la storia e la cultura hanno sacrificato in nome di un maschilismo esagerato.Qual è il suo punto di vista? 
Senz’altro c’è stata un’evoluzione nell’umanità: le donne hanno conquistato ruoli importanti e ancora prima in culture diverse da quella occidentale. Tuttavia il ruolo della donna oggi non è pari a quello dell’uomo. E non parlo di compiti, che possono e debbono essere diversi, come diversi sono l’uomo e la donna. Dio, infatti, ha creato l’uomo “maschio e femmina”: creature diverse e complementari. Il ruolo della donna, come quello dell’uomo, va letto e trova fondamento all’interno di questo disegno originario di Dio.Senza la reciproca comunione non si realizza l’uomo e neppure la donna. èla complementarietà tra femminilità e mascolinità, la loro reciprocità che fa dell’umanità l’“immagine e somiglianza” di Dio. La donna ha migliorato le proprie prerogative, si è impegnata a sviluppare di vincEnzoPaticchiole proprie capacità, a incidere maggiormente nella vita sociale, a portarvi il suo contributo e si costatano gli effetti positivi. Comunque ci sono ancora criticità circa il riconoscimento della sua identica dignità, siamo in cammino.

Anche la Chiesa, nel corso dei secoli, al di là della perenne polemica sul sacerdozio alle donne e sull’ingresso nei vari livelli della gerarchia, non è stata da meno nel sacrificarle in ruoli e posizioni marginali. Oggi, però, sembra cambiare qualcosa. Qual è secondo lei, la vocazione della donna nella Chiesa del terzo millennio? 
A me pare che la vocazione della donna nella Chiesa l’ha manifestata Maria fra gli apostoli nella prima Chiesa di Gerusalemme. Nella Mulieris dignitatem,Giovanni Paolo II riconosceva alla donna due facoltà che - nel suo “dover essere” - le sono particolarmente proprie: la donna maggiormente sa amare e sa patire. E il patire è una condizione per poter amare, perché l’amore costa.La donna quindi se non può accedere al sacerdozio ministeriale, detiene quello che è il più grande dei carismi: l’amore. Con ricchezza di implicazioni sia per lei stessa che per le sue relazioni. Così, se la genitorialità è congiuntamente dell’uomo e della donna, non si può tacere che il rapporto donna-madre-figlio contenga una caratteristica speciale: la capacità di generare e, allo stesso tempo, di distaccarsi dal frutto del suo seno. Tale peculiarità conferisce alla donna un’attitudine particolare anche all’esercizio del potere, perché la rende naturalmente capace di un amore disinteressato. Ritengo che la vocazione della donna sia essenzialmente questa: salvare dappertutto l’amore, mostrare che l’amore è più importante dei ruoli di governo e che non si può governare senza l’amore. Questo penso sia il senso profondo di una sua presenza incisiva nella Chiesa e nel mondo. La storia della Chiesa attesta l’esistenza di uomini che brillano come giganti di carità; ma è innegabile che la donna, in modo tutto particolare, può rispecchiarsi in Maria, in Colei che ha vissuto l’amore in modo perfetto.Amore, carità che supera tutti i doni, i carismi, anche quello del papato.

La Mulieris dignitatemdi San Giovanni Paolo II ha significato una svolta, una nuova prospettiva. Crede che la Lettera apostolica sia stata applicata a più di 25 anni dalla sua pubblicazione? 
Sicuramente la Mulieris Dignitatem non ha ricevuto tutta la considerazione e l’applicazione che occorreva dare ai suoi contenuti. Il testo possedeva - e lo mantiene - un grande valore, per cui vedrà una progressiva attuazione nella misura in cui i tempi matureranno, in cui crescerà una “coscienza ecclesiale”, ma anche nella misura in cui le donne, come realtà d’insieme, sapranno offrire contributi sempre più adeguati

Pensa che sia giunto il momento - anche dietro la spinta di Papa Francesco che ha manifestato sempre un grande entusiasmo verso il genio femminile - del riscatto? Non crede che siano ancora poche le donne che nella Chiesa svolgano un servizio di governo, di pensiero e di orientamento delle scelte future? 
Recentemente sono state nominate donne in posti di rilievo in organismi importanti della Chiesa. Considero che ciò abbia un significato rilevante, ma non mi sembra sufficiente per un vero cambiamento di rotta. Secondo me, bisogna che tutta la compagine ecclesiale sia disposta a riconoscere l’autorevolezza di persone di sesso femminile anche laddove si prendono decisioni importanti nella Chiesa. Papa Francesco può fare molto, ma c’è bisogno di una maturazione della coscienza ecclesiale.Se poi il contributo di pensiero della donna è ancora poco considerato, ciò è dovuto anche al fatto che ha avuto scarse possibilità di svilupparlo. Essa ha dovuto quasi sempre, fino adesso, ricoprire altri ruoli nella Chiesa come nella società. Voglio però sottolineare che quello che forse manca più di tutto nella Chiesa è riconoscere non l’eccezionalità in una persona, ma il “genio femminile” presente in ogni donna, che si sviluppa anche nel quotidiano e si manifesta in molteplici forme concrete e nei più vari ambiti, familiare, sociale, spirituale, ecc. Se la donna non viene sufficientemente riconosciuta nel suo “genio” specifico, né valorizzata nelle sue capacità, credo che la Chiesa perda anche in visibilità nei confronti del mondo, nel mostrarsi aperta a tutti, senza steccati o categorie.

Se Papa Francesco la convocasse per chiederle un consiglio che cosa gli suggerirebbe? Quali passi potrebbe fare la gerarchia della Chiesa per ridurre un gap troppo evidente?
A Papa Francesco domanderei se dall’esperienza fatta con le donne della sua famiglia può ricavare ispirazione per l’apertura alle donne nel magistero della Chiesa. Mi piace quando si rifà a quegli esempi per mettere in luce come le donne possono avere un’influenza anche maggiore di quella di un direttore spirituale o di un professore. Sappiamo poi che quando gli viene un’idea o vede una necessità per la Chiesa avvia una consultazione. Ecco, vedrei bene che, oltre ai cardinali, consultasse altre persone, uomini e donne laici, con particolari esperienza nei diversi campi. La donna potrebbe senz’altro dare il suo contributo nei dicasteri della Curia Romana, negli organismi ecclesiali, centrali o periferici, là dove si prendono decisioni e avvengono consultazioni. Potrebbe portarvi il suo contributo. La decisione nella Chiesa, poi, la penso come una decisione “collegiale”, maturata nella comunione: le donne con gli uomini. Vedrei ancora un contributo significativo della donna nelle università e luoghi dove avviene la formazione dei futuri sacerdoti: le donne potrebbero contribuirvi con l’insegnamento e con una presenza che apra con naturalezza l’animo dei futuri sacerdoti all’universo femminile.

Il Movimento dei Focolari, per volontà della sua fondatrice, avrà sempre una guida al femminile...
Per un periodo - anni prima del Vaticano II - sembrava che a capo dei Focolari dovesse esserci un uomo e possibilmente un sacerdote. Chiara, e con lei tutto il Movimento, ha sempre resistito istintivamente a quest’idea. Però non ha mai smesso di mantenere un’obbedienza incondizionata alla Chiesa per la fede adamantina che aveva nella grazia della gerarchia ecclesiastica, per quel “chi ascolta voi, ascolta me”. Ne è seguito un cammino che per Chiara ha avuto le caratteristiche di una “pasqua”, cioè di una morte e di una resurrezione. Un cammino che ha permesso il manifestarsi del disegno di Dio nel delineare la fisionomia di quest’Opera con una presidenza femminile. Chiara Lubich ne ha parlato direttamente a Giovanni Paolo II nel settembre 1985, chiedendogli se vedeva bene che a presiedere l’Opera di Maria fosse sempre una donna. La risposta affermativa del Papa è stata immediata, richiamandosi al profilo mariano della Chiesa.

Come si sente lei che è una donna nel ruolo di presidente di una grande comunità internazionale composta da uomini e da donne?
La presidenza femminile dei Focolari, determinata per statuto, indica una distinzione fra il potere di governo e l’importanza del carisma. Il “vero” potere risiede nella reciproca relazione d’amore che genera la presenza di Gesù in mezzo e che Chiara Lubich ha voluto fosse premessa di ogni altra regola negli Statuti generali del Movimento. La presidente non governa da sola: ha accanto un copresidente ed è coadiuvata da un Consiglio, un gruppo di persone con le quali costruire quella particolare unità con cui esercitare il governo. La funzione di una tale presidenza non solo non mi pesa, ma riscontro che è una peculiarità sempre più riconosciuta dal Papa e dai vescovi: essere segno e garanzia di quel profilo mariano coessenziale al profilo apostolico-petrino. Mio impegno è cercare di vivere, io per prima, le esigenze dell’amore. E con sempre nuova meraviglia tocco con mano una grazia che mi supera di gran lunga.

Chi è Maria negli insegnamenti di Chiara e nella spiritualità dei Focolarini?
Il Movimento dei Focolari porta anche il nome di “Opera di Maria” e Maria è sentita dai suoi membri come la “Parola completamente vissuta”, lo “stampo”, il “dover essere” personale e collettivo. Più volte Chiara ha messo in luce che la Madonna è “sede della sapienza”, non tanto perché ha parlato o perché è stata dottore della Chiesa, ma perché ha dato al mondo il Cristo, la sapienza incarnata. E questa è la vocazione di quanti si riconoscono negli ideali dei Focolari: dare, come Maria, Gesù al mondo per l’amore reciproco vissuto. Chiara vedeva Maria, facendo un confronto con la natura, come il cielo azzurro che contiene il sole, la luna e le stelle. In questa visione, se il sole è Dio e le stelle i santi, Maria è il cielo che li contiene, che contiene anche Dio: per volontà  proprio Sua, che si è incarnato nel suo seno. Maria quindi madre. Madre di Dio, Theotókos. Madre della Chiesa. Colei che contiene tutte le realtà della Chiesa.

Un’ultima domanda. Il Movimento dei Focolari ha fatto del dialogo interreligioso un cavallo di battaglia. Chiara Lubich si è spesa in ogni forma per il sogno dell’unità della famiglia umana. I vostri rapporti con l’Islam e con le altre religioni sono molto fecondi. Come si pone il Movimento di fronte alla grande discriminazione della donna nelle altre religioni e nelle culture non occidentali?
La questione è molto complessa, perché radicata in culture millenarie. E non sempre valgono le nostre categorie occidentali. Più delle parole in ogni caso vale la vita, la testimonianza. Chiara non ha mai avvertito l’opposizione uomo-donna, ma - per il suo stesso carisma - si è sentita continuamente spinta ad andare oltre ogni barriera per costruire ovunque dialoghi fecondi orientati alla fraternità universale. Nell’ambito del Movimento accadono fatti che dicono come, sia nell’uomo che nella donna, di religioni diverse, maturi la coscienza della comune appartenenza a Dio e la conseguente consapevolezza di un’uguale dignità. Può essere emblematico un episodio. A Fontem, nel cuore della foresta del Camerun occidentale dove vige la poligamia, una delle mogli del chief di un villaggio non aveva obbedito a un suo comando. La reazione, come prevista, è violenta e pubblica. In seguito lo stesso chief partecipa a un incontro dove si mette a fuoco l’espressione di Gesù “qualunque cosa avete fatto al minimo l’avete fatta a Me”. Indipendentemente dalla tradizione, quel chief raduna la famiglia allargata: di fronte a tutti s’inginocchia davanti alla donna e le chiede perdono. Un fatto eclatante che avrà incidenza dentro e anche fuori del villaggio.

Vincenzo Paticchio

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