Mons. GIANCARLO MARIA BREGANTINI

PRESIDENTE COMMISSIONE CEI PER I PROBLEMI SOCIALI E DEL LAVORO
Padre GianCarlo Maria Bregantini, nasce a Denno (Tn) il 28 settembre 1948. La vicinanza al mondo del lavoro affonda le radici nell’esperienza vissuta da giovane nelle fabbri­che veronesi. La com­prensione di problemi e sacrifici dei lavoratori lo prepara a svolgere il suo apostolato nella Pasto­rale del Lavoro dell’arci­diocesi di Crotone-Santa Severina dove apre varchi nel mondo opera­io. Ordinato sacerdote il 1° luglio 1978, insegna religione all’Istituto Nau­tico e Storia della Chiesa nel Pontificio Seminario Teologico Regionale di Catanzaro. Da cappel­lano del carcere, luogo dove bene e male si scontrano, con una tale potenza che non con­sente di restare neutrali, impara la misericordia di un Dio che si fa vicino all’errante; non lo giudi­ca, ma lo salva. A Bari è docente nello Studentato interreligioso pugliese, parroco di San Cataldo e cappellano del CTO. L’in­contro con la realtà della sofferenza lo plasma in fraternità e tenerezza. Eletto vescovo di Locri- Gerace il 12 febbraio 1994 e consacrato nella cattedrale di Crotone il 7 aprile, un mese dopo fa il suo ingresso in dio­cesi. L’8 novembre 2007 è assegnato alla sede arcivescovile metropo­litana di Campobasso- Bojano dove entra il 19 gennaio 2008. Attual­mente è membro della Commissione Pontificia per il clero e la vita consacratae Presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace. Nel 2014 ha scritto i testi della Via Crucis al Colosseo, presieduta da Papa Francesco che Bregantini ha accolto in Molise lo scorso 30 giugno

 

“Non saranno. le banche a risollevare l’economia del nostro Paese ma le curematerne della politica”

Ha lavorato in una fonderia a Por­to Marghera, prima di farsi pre­te stimmatino. Ora è presidente della commissione Lavoro del­la Cei, e vescovo di Campobasso. Mons. Giancarlo Maria Bregantini segue da vicino giorno dopo giorno il dramma dei lavoratori, la soffe­renza di chi è avvolto nella crisi da cui non si riesce ad uscire.

Eccellenza, secondo lei qual è oggi la situazione socio-economica dell’Italia?

L’Italia sta attraversando una gran­de fase di cambiamento. Da una parte c’è la sfida della globalizzazione e la prepa­razione del nostro Paese risulta ancora piuttosto inadeguata; dall’altra è anche vero che possiede tante energie e risor­se cui attingere per poter affrontare tale sfida, in quanto è più importante non entrare nel gioco con la certezza che la modernizzazione estrema sia di fatto la condizione per poter reggere la sfida, ma piuttostoro tentare di contenerla nel solco delle tradizioni culturali solide, consci di un passato rinascimentale importante, di valori cristiani, della grande scommessa culturale già affrontata che continua a dimostrarsi una carta vincente dinan­zi alla globalizzazione ancora tutta da esperire.

Ritiene che la precarietà sia or­mai elemento stabile della nostra economia? Come far fonte a questo disagio?

Purtroppo sì, ma nessuno, pure nel­le alte sfere, ha dato ascolto. Con troppa leggerezza si sono volute cambiare le leggi sul lavoro che hanno conseguen­temente dato vita alla precarietà senza ravvisare tuttora alcun vantaggio. La so­luzione non è facile da tracciare. Certa­mente ci si dovrebbe convincere a livello europeo che la politica di rigore non ha prodotto risposte antropologicamente vere ma solo tecniche. Il Papa ha ribadito con forza l’esistenza di una generazione di giovani del tutto scartati e questa gene­razione grida vendetta al cospetto di Dio, grida a chi comanda in Europa. Occorre assolutamente cambiare sistema per en­trare in una logica di produttività e di ri­presa. A livello nazionale non ci si stanca di chiedere di non dimenticare il Sud che è periferico (Molise, Campania, Calabria, Puglia etc.) e che va assolutamente ascol­tato il grido che si leva da queste terre per ritoccare il cuore secondo quelle emergen­ze. Ancor di più a livello locale bisogna dare vigore a tutto ciò che è tipico, parten­do dal basso poiché solo dalle forze locali si ha l’autocapacità di prendere in mano la propria storia senza lasciarsi abbattere.

Non crede che dopo i Governi di centrodestra, durante i quali di Sud si parlava soprattutto in contrapposizio­ne alle politiche leghiste, oggi, con i Governi di centro-sinistra si parli trop­po poco di Sud?

Sì, è così. Purtroppo anche il Governo Renzi non ne parla molto in quanto non ha soluzioni. Finché non si avrà una so­luzione globale, chiunque parli di Sud si troverà dinanzi ai fischi e alle situazioni insolubili, come anche davanti alla realtà tragica della mafia. Nemmeno la Grecia con la politica di rigore ha fatto poi molto, bisogna radicalmente cambiare soprattut­to nel modo di impostare la politica.

Lei ha lasciato una parte del suo cuore in Calabria, conosce bene la si­tuazione. In tante terre del Sud è la ma­fia a controllare l’economia. Non pensa che quel tipo di economia sia anche tra le cause di questa crisi profonda?

Non proprio. Personalmente non sono per criminalizzare ma per far emergere un sistema intelligente non fatto di regole rigide, né di eccessiva burocratizzazione, come nello schema di Bruxelles, ma che attraverso la capacità di comprendere i problemi locali guardi ad essi con atten­zione e con cura materna. Il problema non si risolve in senso bancario ma solo in senso materno. Allora bisogna riatti­vare maggiormente i voucher, mettere in atto l’accompagnamento per valorizzare quello che già esiste e non tentare di can­cellarlo bensì di purificarlo. Non bisogna tagliare l’albero ma potarlo: è questa la soluzione più accomodante.

Durante la sua visita in Molise, il Papa le ha spiegato il senso di quella scomunica per i mafiosi?

No, non ne abbiamo parlato. Tuttavia è divenuta una domanda molto aperta e molto seria. Personalmente ho inviato tramite le agenzie un invito alle grandi testate per dialogare su come coniugare misericordia e scomunica. Questo tema va affrontato non per porsi in maniera antitetica ma per riuscire a capire in che modo, discorrendo con le realtà della ma­fia, si può comprenderne la drammaticità.Non dobbiamo mollare sulla misericordia cercando di condurre i mafiosi in questa logica, per farli sentire comunque accom­pagnati da un Dio che ha misericordia anche per Matteo: “Miserando atque eligendo”. Bisogna riflettere, dialogare e pregare.

Lei, avendo conosciuto questa re­altà per tanti anni è giunto alla conclu­sione che la mentalità mafiosa, a volte, è una condizione imprescindibile per certe terre?

Assolutamente no, se fosse così vor­rebbe dire che Dio inutilmente ha man­dato suo Figlio. Se giungessimo a que­ste conclusioni tanto care a certi giudici frettolosi e sbrigativi, che a volte hanno accusato anche me, significherebbe aver perso la battaglia come Chiesa. Al con­trario, proprio perché queste situazioni sono così, la Chiesa è ancor più spinta ad essere autenticamente esemplare, più ra­dicale nel proprio vissuto, sviluppando la capacità di entrare in contatto con chi ha sbagliato. Tutto ciò ci converte, ma con­verte anche lo Stato che chiaramente non deve essere rigido ma capace di capire e accompagnare, di seguire i processi e non di tagliarli. Anche nei confronti delle ne­cessità popolari occorre essere molto acu­ti, piuttosto attenti e alquanto saggi.

Il Papa nei suoi viaggi italiani, pri­ma a Lampedusa, poi in Sardegna, in Calabria, in Molise, e infine a Caserta, ha dimostrato una predilezione per le periferie benché già nota fin dall’ini­zio del suo Pontificato. Che cosa egli ha lasciato nei luoghi dove si è recato seppur per motivi differenti e apparen­temente lontani?

In Molise la Parola del Santo Padre ha trovato terreno fertile come anche nelle altre terre. In sintesi, egli, ha lasciato nei tumulti del mondo del lavoro la dignità del lavoro, nell’essere contadino per vo­cazione e non per costrizione, la santifi­cazione della domenica. C’è da chiedersi se l’apertura dei centri commerciali è un discorso di libertà, ha sottolineato il Papa; il senso del gratuito che vale anche per l’Europa, per le relazioni interpersonali e per la Chiesa stessa. Attraverso l’esempio della Vergine Maria che cammina in li­bertà e che serve. Servizio e libertà sono dunque le direttrici. Inoltre, ci ha dona­to la bellezza dell’abbraccio dei malati, ai giovani ha infuso coraggio e poi la simili­tudine: “uscire dal labirinto non girando la vita ma camminando la vita”. Ha indi­cato ideali, certezze, punti di riferimento e sogni, perché occorre tornare a sogna­re. Dopo l’invito alla misericordia fatto in carcere ad Isernia con l’ausilio della figura di Pietro Celestino, sulle orme di San Francesco d’Assisi, ha ricordato a tutti di essere cittadini e fratelli, profezia di un mondo nuovo. E come diocesi ab­biamo proprio quest’impegno per l’anno venturo: “Cittadini e fratelli, profezia di un mondo nuovo”. È più o meno questo il fulcro del discorso consegnato a tutta l’I­talia Minore, poiché temi talmente gran­di e di una tale bellezza costituiscono una risposta etica, autentica e radicale anche nei riguardi della precarietà nell’Italia di oggi.

Intanto il lavoro continua a manca­re e con esso decade il senso della di­gnità umana...

Il lavoro oggi bisogna inventarselo. Lo sto riscontrando personalmente nel corso della Visita Pastorale e in questa tappa di Jelsi, un paese vicino Campobasso, dav­vero molto intraprendente, dove sostan­zialmente vi sono due generazioni di la­voratori: artigiani che ora hanno tra i 70 e gli 80 anni, i veri fondatori del mestiere, e i 40enni. Quello che purtroppo manca è il passaggio dai 40enni ai 20enni per cui occorre far in modo che queste risorse passino ai giovani: aiuterebbe la creazio­ne delle iniziative, degli appoggi banca­ri. Oggi le banche sono quasi dei nemici, in quanto non rischiano più, secondo la logica di Bruxelles, una logica della pau­ra dove non si investe per mancanza di fiducia. È necessario, quindi, riprendere il gusto del sogno e del segno, ovvero del coraggio: le banche non devono più ra­gionare nella logica europeista ma nella logica di Federico II che sognava Palermo quale Capitale d’Europa e non Bruxelles, cioè una città del Sud, in quanto è il Sud il vero futuro dell’Europa, non l’Europa senza il Sud. Ciò vuol dire tornare alla logica dei più piccoli, dei poveri, degli scartati per ricostruire, partendo da loro, una vera economia del gratuito e non del sicuro. Si tratta di concetti che apparen­temente sembrano utopistici ma in realtà sono rivoluzionari, anzi evangelicamente rivoluzionari. Se si chiudessero i centri commerciali di domenica e si aprissero i villaggi, se si incoraggiassero gite fuori porta, pic-nic, pranzi a contatto con la na­tura, si attirerebbe un nuovo tipo di eco­nomia che rinvigorirebbe anche quella già esistente. È necessario, quindi, cambiare radicalmente l’ottica del discorso.

Di questo passo quando si potrà uscire dal tunnel della crisi?

L’uscita non è immediata, anzi si va molto a rilento perché si continua a ragio­nare con logiche stantìe, alquanto finan­ziarie e ragionieristiche, non certo di spe­ranza. Qui, come Chiesa, dovremmo fare molto di più soprattutto se tutti i parroci si attivassero, se ogni parrocchia creasse una cooperativa di giovani che dia vigore, in quanto ciò che oggi davvero scarseggia non è il denaro ma le motivazioni, non mancano i mezzi ma il perché ai mezzi, manca il filo per la collana, non le perli­ne, come ha giustamente ricordato Papa Francesco.

Un messaggio di speranza per le famiglie italiane soffocate da questo grave momento di crisi…

Darei alcuni piccoli consigli: saper valorizzare quello che si ha; aiutare i ra­gazzi a ringraziare, a benedire, a mangia­re quello che c’è nel piatto, a non gettare il gelato solo perché non ha quel gusto che mi piace. Soprattutto sarebbe auspicabile la creazione di una rete di solidarietà uti­le per sostenere chi si trova in difficoltà partendo sempre da un cuore che sa bene­dire e che sa ringraziare e pregare di più, sviluppare più rapporti gratuiti, allestire l’angolo della Parola in casa, ovvero svi­luppare una nuova mentalità nel rappor­to con le cose e con i fratelli.

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Christian Tarantino

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