Mons. ENRICO SOLMI

APPASSIONATO DI CALCIO E GRANDE TIFOSO DELL’INTER
Mons. Enrico Solmi è nato a San Vito di Spilamberto, provincia e arcidiocesi di Modena, il 18 luglio 1956. Ha frequentato il Seminario minore, poi quello maggiore di Modena ed ha completato la formazione sacerdotale nell’Istituto interdiocesano di Reggio Emilia. È stato ordinato presbitero il 28 giugno 1980 a Modena e, inviato a Roma a perfezionare gli studi, ha conseguito il Dottorato in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana e la specializzazione in bioetica presso l’Università Cattolica. Dal 1986 è Insegnante di Teologia morale presso lo Studio Teologico interdiocesano di Reggio Emilia e dal 1987 presso l’Istituto di Scienze religiose di Modena. Nel 1991 ha ricevuto l’incarico di Delegato arcivescovile per la Pastorale familiare e dal 1996 dirige il Centro diocesano per la Pastorale familiare. Nel 2005 è stato nominato Vicario episcopale. È stato, inoltre, Vicario parrocchiale a S.Felice sul Panaro e a Santa Rita. Attualmente è anche Direttore dell’Ufficio regionale di Pastorale familiare dell’Emilia Romagna. Fino alla sua nomina episcopale, è stato assistente spirituale della squadra di calcio Modena F.C. Papa Francesco lo ha nominato Vescovo di Parma il 19 gennaio 2008. Ha preso possesso della Diocesi il 30 marzo 2008. Il 25 maggio 2010 è stato nominato presidente della Commissione episcopale per la famiglia e la vita della Cei. Nel luglio 2013 ha partecipato alla XXVIII Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro, guidando la delegazione della diocesi di Parma. È un grande appassionato di calcio e tifoso dell’Inter.

 

“E nonostante tutto c’è tra i giovani un grande desiderio di famiglia”  

Ha manifestato paterna vicinan­za alla sua gente che ha subito la paura e i danni dell’alluvio­ne proprio mentre sedeva tra i banchi del Sinodo straordinario sul­la famiglia, mons. Enrico Solmi. E la Cei, come per Genova, ha stanziato un sostenzioso contributo in segno di sostegno e di solidarietà per le persone, le aziende e le famiglie, la grande passione di questo vescovo fin dai primi passi del suo ministero sacerdotale.

Eccellenza, prima dell’Assemblea Sinodale si è svolto un dibattito in­tenso sollecitato dallo stesso Papa Francesco che ha posto al centro la famiglia con le difficoltà che essa adesso attraversa ma anche il valore fondamentale che continua a rappre­sentare per la società e per la Chiesa oggi. Tale dibattito è risuonato du­rante i lavori del Sinodo?

Assolutamente sì. I lavori del Si­nodo sono partiti dall’Istrumentum laboris che ha generato un vastissimo dibattito all’interno della Chiesa. Dob­biamo anche riconoscere come questo dibattito abbia avuto delle colorazioni diverse che partono anche dalle varie re­altà che la famiglia vive nelle diverse zone del mondo. Pertanto, è emerso un quadro variegato, un quadro che chiede, ad esem­pio, a noi italiani-occidentali di guardare oltre i nostri orizzonti e di scorgere anche delle famiglie che operano e vivono sotto pressioni diverse, in scenari differenti e con problematiche che non sono le nostre, anche la globalizzazione in molti versi sta accomunando un po’ tutte le famiglie del mondo.

Nel mondo occidentale, da una par­te la famiglia è in crisi ma dall’altra vi è un grande desiderio di famiglia spe­cie da parte dei giovani quasi come si sentisse il bisogno di vincoli affidabili e duraturi che sostengano un comune progetto di vita. È vero, oppure no?

In realtà, in Italia basta avere tra le mani il “Rapporto Toniolo” che, su un campione molto significativo, è stato re­alizzato con criteri assolutamente scien­tifici. È provato che i giovani avrebbero un grande desiderio di famiglia, poiché valutano la figura della madre e del padre come modelli essenziali di riferimento, come pure un desiderio di avere figli non indifferente, qualora fossero messi nella condizioni ottimali per potere attuarlo. Quindi, ci troviamo davanti a delle tinte

contrastanti: da un lato un’apparente chiusura al mondo della famiglia per i valori che la circondano, dall’altro un grande desiderio. Tuttavia, se entras­simo in contesti giovanili e sapessimo cogliere il giusto linguaggio con un pizzico di autorevolezza dettata dall’e­sperienza, allora, i giovani ci starebbero certamente ad ascoltare.

Inutile negare che tra i temi sui quali c’è stata maggiore risonanza soprattutto mediatica si collochi la questione della comunione alle per­sone divorziate e risposate. Cosa ne pensa?

Dal punto di vista mediatico non c’è dubbio che questo sia stato un tema molto dibattuto anche perché i giornalisti ricercano spesso quello che maggiormente interessa e che sollecita la curiosità dei potenziali lettori. Co­munque, questo non è stato proprio il tema centrale del Sinodo che invece si è riunito per cercare di comprendere la collocazione della famiglia e il suo legit­timo posto nella Chiesa, come espresso anche in Lumen Gentium 13, e nella società. È in questo contesto che sono stati affrontati i problemi specifici tra cui quello della riammissione alla comunio­ne eucaristica per le persone divorziate e risposate. Nel Sinodo, come già diceva Familiaris Consortio, credo che si sia fatta ormai largo una prospettiva nella quale devono valutarsi situazioni specifi­che date dal motivo per il quale si è giunti alla separazione e poi alla rottura del ma­trimonio ed anche dall’oggettiva diversità tra le une e le altre. Su questo si è lavorato nel rispetto della verità del matrimonio e della sua indissolubilità e di quel mes­saggio sempre e comunque dettato dalla tradizione della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia.

Comunque, alla fine il Sinodo non ha dato una risposta certa?

Il Sinodo appena concluso è detto stra­ordinario proprio in quanto prima parte di un secondo Sinodo, quello ordinario del quale, sicuramente, avremo anche su questi temi delle precisazioni e delle esem­plificazioni più specifiche. In quest’ulti­ma Assemblea abbiamo tirato la volata a quel Sinodo.

E qual è l’orientamento dei Vesco­vi circa quelle persone non coniugate che hanno sposato una persona divor­ziata?

Nel momento stesso in cui ciò avve­nisse essi sono già nella condizione di non poter accedere all’Eucaristia e al sa­cramento della Penitenza per l’oggettività delle loro situazioni. Queste, insieme ad altri casi possono essere situazioni sulle quali tornare con attenzione rinnovata, come dice il Santo Padre, facendo leva su quello che già la Familiaris Consortio proponeva. Papa Francesco al Sinodo ha detto che è necessario guardare tutte que­ste cose con gli occhi di Cristo per trovare soluzioni e letture nuove che in un pri­mo momento non appaiono. E, ritengo che questa situazione sia proprio una di quelle.

Il tema dell’indissolubilità e del “per sempre”. Che cosa pensa del modello offerto dalla Chiesa Ortodossa?

La Chiesa Ortodossa ha certamente chiara davanti a sé la natura sacramen­tale del matrimonio nella prospettiva del “per sempre”. Essa considera pure la ca­ducità e la debolezza della persona. Per­tanto, riconosce che si possano verificare delle situazioni in cui il matrimonio non può più continuare ed ecco che in chiave penitenziale si può convolare a seconde nozze che però non sono sacramentali e, in questo contesto anche ricevere la co­munione eucaristica. Si tratta di una via che mette in evidenza da un lato, la fatica e la debolezza della persona umana che è trasversale a tutte le vocazioni e, dall’al­tro, l’attenzione alla storicità e alla con­cretezza di ogni propria situazione.

Il card. Erdő, nella Relatio post di­sceptationem, la relazione intermedia che ha preceduto i circoli minori, tra le altre cose ha detto: “a livello mon­diale abbiamo una tendenza diffusa ed evidente per quanto attiene la fami­glia: riguarda il fatto che la gente non si sposa, che rimanda la decisione del matrimonio o non la considera nem­meno più. È un comportamento che si avverte, pur con tonalità differenti, in ogni continente. A questo si aggiunga che in tantissime regioni del mondo, Europa compresa, la mancanza di un reddito sufficiente pone le famiglie in condizioni di disagio, di tensione men­tre i giovani senza lavoro non possono serenamente costruire una famiglia”. Questa urgenza, secondo lei, ha trova­to un’eco congrua nel Sinodo appena terminato?

Certamente sì. Davvero una forte ri­sonanza soprattutto sollecitata dai nostri confratelli dell’Asia e dell’Africa dove c’è una famiglia soggetta alla povertà a volte radicale, forte e quindi, che lede i vincoli familiari in tanti modi e in tante forme. Per esempio, genera la migrazione: coppie che si dividono e che espatriano alla ricer­ca di un lavoro abbandonando i figli a loro stessi; situazioni di guerra disastrose che provocano in questi Paesi non solo tan­te vittime ma anche situazioni di atroce dolore. Senza tralasciare l’ulteriore piaga della persecuzione che ha reso centinaia di migliaia di famiglie profughe, solo a poche migliaia di chilometri da noi, in ragione della fede. Come pure tante situazioni in cui, a livello legislativo, i cattolici sono minoritari, contesti veramente di dispa­rità nei confronti della parte non catto­lica, soprattutto a livello di norme civili e di giurisdizione. Su tutto questo c’è la coltre della cosiddetta modernità, per la quale al centro assoluto c’è l’individuo e il suo appagamento e questo porta anche in quei contesti alla convivenza, al ma­trimonio che non arriva e anche a quelle forme di pianificazione familiare e di pre­sentazioni di modelli culturali come, ad esempio, le unioni omosessuali e la teoria del “gender” che non sono propri di quel­le culture. Questo mondo ha riecheggiato fortissimamente nel Sinodo straordinario appena concluso.

A proposito di coppie omosessua­li il Sinodo ha ribadito che “la Chiesa deve essere casa accogliente” anche se è la stessa Chiesa ad affermare che unioni del medesimo sesso non pos­sono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna. Ha detto, ancora, che “esse hanno doti e qualità da of­frire alla comunità cristiana” e poi, ha avuto un pensiero circa l’attenzione speciale che la Chiesa dovrebbe ave­re nei confronti di bambini che vivono con coppie dello stesso sesso. Qual è il suo pensiero?

Il Sinodo ha sottolineato un aspet­to reale e da tempo vissuto nella pratica pastorale della Chiesa. La pastorale non è un’altra cosa rispetto alla disciplina o meglio rispetto alla dottrina ma è l’an­nuncio cristiano che diventa proposta di vita. Allora le esperienze delle tante Chie­se mostrano che le persone omosessuali sono accolte, sono anche sostenute nel loro cammino di fede ed esse stesse a loro volta possono offrire contributi impor­tanti e significativi. Tutto ciò lo asserisco anche in quanto direttore da tanti anni di un centro di consulenza familiare poiché, incontrando svariate persone che han­no condiviso gioie, spesso anche dolori e sofferenze, sono state per così dire umil­mente accompagnate dalla nostra Chiesa particolare anche tramite il servizio da me diretto. Questo significa parlare sempre e solo di persone omosessuali e non di ma­trimonio tra omosessuali. Il matrimonio è una realtà assolutamente diversa che im­plica l’uomo e la donna con la prospettiva generativa, una stabilità di vita, una real­tà che non appartiene di per sé stessa ad una prospettiva di unione omosessuale.

Eccellenza, il suo parere sul divor­zio breve e sulle unioni di fatto.

Parto dal divorzio breve. Esso riguar­da una relazione in cui due persone si sono giurate lo stare insieme l’uno con l’altra per tutta la vita pertanto necessita di un’attenta riflessione, di tempi lunghi. Il divorzio breve, invece, lancia dal pun­to di vista emotivo un messaggio molto forte al matrimonio. È come se dicesse: “sposati, tanto puoi tornare indietro in fretta”, quasi evidenziando un percorso usa e getta. Al contrario i matrimoni sono realtà estremamente serie che necessita­no anche di un percorso responsabile nel momento in cui si è in crisi e si pensa ad una separazione e ad un divorzio. Spesso accade quello che non dovrebbe mai acca­dere quando in materia giudiziaria ma­rito e moglie fanno à la guerre comme à la guerre ed usano i figli come merce di scambio. Così come non vorremmo mai vedere soggetti terzi che approfittano di questi percorsi dolorosi. Per quanto riguarda le unioni di fat­to, invece, risultano delle realtà che da un punto di vista legislativo sono quasi un controsenso (come i registri che le attesta­no) in quanto, se due persone decidono di stare insieme senza il vincolo del matri­monio non si vede ragione per cui lo Stato le debba mettere in un registro. E tuttavia dovrebbero anche esserci, specialmente quando queste unioni si protendono nel tempo, tutta una serie di cautele e di di­ritti che si basino sul Codice Civile e sul diritto della persona in quanto tale. Se c’è il bisogno, anche nel rispetto di terzi, sa­rebbe meglio modificare il Codice piutto­sto che pensare ad un ibrido che non è il matrimonio.

“Misericordia” è una delle parole chiave del pontificato di Francesco e, “accompagnare” è stato il verbo più ricorrente in tutto il Sinodo. Un suo pensiero sul significato di questi due termini…

Penso alla radice biblica di misericor­dia. In ebraico è hesed che indica il rap­porto di alleanza ed anche rahamim che parte dalla radice delle viscere materne. L’essere sostenuti da Dio come una ma­dre sostiene il proprio bambino, la propria creatura nell’utero. Questo atteggiamen­to materno, viscerale, di misericordia diviene nel contempo educativo. Cam­minare insieme, in prossimità prendendo gli uni i pesi degli altri o, come fa una madre, indicando la strada e, alle volte, anche sostenendo il peso del figlio. Ebbe­ne, questa è la chiave con cui procedere, tenendo sempre presente che la verità e la misericordia si incontrano in Cristo e che la dottrina è misericordiosa perché la misericordia è nella verità. Quest’unità profonda va sempre considerata e, quando entrambi questi elementi da alleati, quasi fuochi di un’ellisse divengono realtà lon­tane fra loro, allora vi è un qualcosa di sbagliato che deve assolutamente essere identificato. La Chiesa invoca sempre la misericordia, infatti, il Kyrie eleison con cui si inizia la celebrazione eucaristica nel rito in latino, e che tante volte viene ripetuta in quello ambrosiano, è proprio quest’invito al Signore, al Kurios affin­ché ci dia la sua misericordia. Non è sem­plicemente “Signore, pietà” ma “Signore, riempici, sommergici di misericordia”. In greco è èleos, quindi eleison è una forma verbale. Pertanto, chiediamo al Signore che ci ricopra della sua infinita misericor­dia.

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Christian Tarantino

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