FRANCO DI MARE

PER DIECI ANNI INVIATO DI GUERRA PER LA RAI
Nasce a Napoli nel 1955. Giornalista professionista, nel 1991 entra in Rai dove si occupa di cronaca per il Tg2 e della Guerra dei Balcani, oltre a coprire - come inviato - le principali zone dell’Africa e dell’America centrale. Nel 2002 passa al Tg1, seguendo buona parte dei conflitti degli ultimi venti anni. Nel corso della sua carriera giornalistica si è occupato di politica internazionale. È stato autore di servizi e documentari su mafia e criminalità organizzata nazionale e internazionale. Ha intervistato eminenti personalità del mondo della politica e della cultura come Tony Blair, Shimon Peres, Chirac, Yasser Arafat, Condoleezza Rice... Attualmente è alla conduzione della trasmissione Uno Mattina, in onda dal lunedì al venerdì, su Rai1. Alla sua attività di giornalista e conduttore affianca un forte impegno sociale e civile che lo ha portato a partecipare come testimonial allo spot televisivo per l’organizzazione umanitaria Smile Train e a realizzare uno spettacolo teatrale, Amira, in cui racconta le sue esperienze di inviato in aree di crisi con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sugli orrori della guerra. Nel 2011 pubblica con Rizzoli il suo primo romanzo, “Non chiedere perché”, candidato come finalista al “Premio Bancarella” e vincitore del “Premio Roma” e del Premio Letterario “Città di Siderno (RC) Armando La Torre”. A fine 2012 è uscito il suo ultimo romanzo “Il paradiso dei diavoli” edito da Rizzoli.

 

“Sia un Natale di pace e speranza. Ne abbiamo tutti un disperato bisogno”  

Franco Di Mare conosce la guerra meglio di chiunque altro, non per averne combattuta qualcuna, ma per averne raccontate in presa di­retta almeno una decina.
L’ex Jugoslavia, il Kosovo, la So­malia, il Mozambico, l’Algeria, l’Al­bania, l’Etiopia, l’Eritrea, il Ruanda, l’Iraq, l’Iran, l’Afghanistan, il Timor Est, il Medio Oriente, l’America La­tina... non sono state per lui destina­zioni di viaggi di piacere o di escur­sioni d’avventura. Sono i luoghi, gli scenari, i volti, le persone incontrate sui campi di battaglia dove si sono consumati i principali conflitti degli ultimi vent’anni. Poi si è occupato di politica internazionale.
Ma anche in Italia ha fatto sempre il giornalista di frontiera. I più “bei” racconti sulla mafia italiana (Cosa Nostra, Camorra, Sacra Corona Uni­ta) li ha realizzati lui. Al suo attivo reportage e servizi dai Paesi grave­mente colpiti da calamità naturali con intere popolazioni in ginocchio rima­ste senza casa e, a volte, senza fami­glia: dall’Honduras, dal Guatemala, dal Nicaragua, dall’Alabama, dall’In­dia, dall’Anatolia e dalla Louisiana. Ma è negli anni in cui “portava la guerra” nelle case degli Italiani che Di Mare è diventato un volto amico per tante famiglie. Inquadrato troppe volte davanti alle quinte di una sce­nografia reale, “colorata di bagliori” e con il sottofondo delle esplosioni, si è conquistata la simpatia ma anche la preoccupazione per la sua incolumità da parte di tante mamme.
Oggi sveglia l’Italia da Uno Matti­na. E da quella finestra ha imparato a conoscere meglio vizi e virtù del no­stro Paese.

Franco Di Mare, quanto la sua espe­rienza di inviato di guerra l’ha fatta cre­scere e formata umanamente?

Enormemente. Non c’è nessun invia­to di guerra che dopo essere stato in luo­ghi dove si vede la sofferenza e la morte causate dall’uomo sia tornato a casa lo stesso di prima. È una scuola di vita stra­ordinaria, drammatica, ma estremamente formativa.

Quale immagine non riuscirà mai a cancellare?

L’incontro con un cecchino bosniaco che, con assoluta lucidità, mi raccon­tò come sgozzava i bambini. Non aveva corna, né orpelli riconducibili a Beelze­bù, non sapeva nemmeno di zolfo: era un uomo esattamente come me. Intravidi nei suoi occhi, lucidi e freddi, quelli del diavolo. Un poeta ha scritto: “se guardi l’abisso, l’abisso ti guarda”.

Nel suo penultimo libro “Non chie­dere perché”, narra la storia di una bambina incontrata sul fronte, che poi è diventata sua figlia adottiva. Per qua­le ragione ha preferito entrare nel meri­to di vicende personali ed intime pur di raccontare la guerra?

In realtà facevo i conti con me stesso. Non intendevo raccontarmi anche se poi qualcuno lo ha scoperto ed è venuto fuori. Sebbene i nomi siano tutti differenti dalla realtà, le circostanze restano le stesse, ma non c’è nulla che riporti alle persone vere. Comunque, il segreto non ha retto e alla fine risultava da sciocchi non confessare. È una storia d’amore generata da una se­rie di circostanze casuali, è come innamo­rarsi di una persona che s’incontra all’al­tro capo del mondo.

Rimpiange qualcosa della sua vita da inviato di guerra?

Una delle ragioni per cui ho deciso di fare altro è che sono stato al funerale di troppi amici. Se loro sono morti ed io oggi conduco Uno Mattina non è perché io fos­si più bravo, ma perché ho avuto più for­tuna: questo fa di me un sopravvissuto. L’altro motivo riguarda mia figlia Stella, la bambina del romanzo, che ho conosciu­to nella ex Jugoslavia e poi adottato. Nei primi dodici anni della sua vita ho pas­sato solo due Natali con lei perché ero sempre fuori. Oggi, che Stella ha 21 anni, faccio invece una vita che mi costringe a delle levatacce, ma la vedo tutti i giorni. Credo ci sia un tempo per tutto: per fare l’inviato di guerra come per stare in stu­dio a collegarsi con gli inviati di guerra.

Ma tornerà “in guerra”?

Mai dire mai. Forse quel capitolo della mia vita è concluso ma… chi può dirlo?

Da qualche anno, conduce Uno Mattina e di buon’ora dà il buongiorno all’Italia che si sveglia. Come trova l’I­talia all’alba, è stanca o ogni tanto le capita di scorgere qualche barlume di speranza?

Siamo tutti molto stanchi ed è per questo che tendo a ricordare a ciascuno l’esperienza dei nostri padri che veniva­no da una guerra che ha lasciato in gi­nocchio tutti. Vi fu una crisi peggiore di quella attuale. Erano tempi in cui non si riusciva a mettere insieme il pranzo e la cena, nei quali una famiglia fortunata ve­deva la carne solo la domenica. Oggi si sta sperimentando una sorta di “malattia da benessere” che prima non c’era. Sì, le po­vertà aumentano, le famiglie sono sempre più in bolletta ma non è nulla di parago­nabile al secondo dopoguerra. Abbiamo le risorse per farcela e ce la faremo.

Ci dobbiamo abituare ad un nuo­vo regime di vita e dobbiamo compie­re tutti un passo indietro rispetto allo “star bene” di prima?

Ritengo che questa sia una crisi di si­stema, come sottolineano anche gli esper­ti. Non è simile alla grande crisi del ’29, tutto non ricomincerà come prima ma sa­remo costretti a fare i conti con una way of life, ovvero con una visione del mondo e della vita stessa che dovrà necessaria­mente cambiare. Non è necessario avere tre telefonini, cambiare cellulare una vol­ta al mese. Tutti i nostri comportamenti dovranno essere modificati. Probabilmen­te sarà opportuno acquisire una nuova relazione tra noi stessi e il mondo ma non è detto che ciò sia un male.

Quale ruolo ritaglia per la politica in questo processo?

In questo processo la politica sarà fon­damentale fino a quando non realizzere­mo che la politica siamo noi e che è sciocco parlarne male, anche perché è difficile che le cose si modifichino in questo campo. L’anti-politica nasce solo da una cattiva gestione amministrativa ma la politica è parte integrante di noi stessi mediante lo strumento del voto. Parlare negativamen­te del parlamento e dei politici significa parlar male di noi stessi, genera un non­senso.

Di fronte a questa crisi e agli sce­nari di guerra che Papa Francesco chiama “guerra diffusa” o addirittura “terza guerra mondiale” che cosa pen­sa di chi afferma che Dio si è stancato dell’uomo o che comunque si è allon­tanato dalla vita dell’uomo?

Chi afferma questo non sa che non esistono le responsabilità di Dio, non possiamo continuare a tirarlo per la to­naca in quanto noi stessi siamo gli unici responsabili. La mia fede è stata messa alla prova quando ho visto i bambini mo­rire ed ancora mi faccio domande che non trovano risposte. Col tempo mi sono reso conto che Dio è una “metafora” in questi luoghi e non gli si può imputare nulla. Il solo responsabile degli orrori è l’uomo, come diceva Nietzsche: “Umano, troppo umano”.

Che rapporto ha con Dio? Qual è il suo modo di credere?

Sono un cattolico praticante anche se non ho alcun problema ad ammettere, come accennavo prima, che la mai fede ha più volte vacillato. Da inviato di guerra ho visto spettacoli terribili che di umano non avevano proprio niente. Ho incrocia­to il demonio al lavoro, in più di un’occa­sione. Un bilico che mi portava a chiedere come Dio potesse tollerare cose del genere, perché non intervenisse. Interrogativi le­gittimi sulla presenza del male, pagine tra le più belle e controverse dei testi sacri. Poi la “pecorella” è tornata a casa grazie a Giuseppe, un mio caro amico, frate ago­stiniano, con il quale ho cominciato una serie di lunghe chiacchierate. Confronti in cui ho compreso meglio il principio del libero arbitrio, di come Dio lascia li­bertà all’uomo e di come non interferisca proprio perché siamo noi a scegliere. La presenza del demonio che continua ad agitarsi dentro di noi resta un tema che comunque ancora mi turba.

Lei da un po’ di tempo si sta cimen­tando anche come romanziere. Meglio la narrativa della cronaca? Cosa le succede?

A volte, attenersi alla cronaca non basta a descrivere la realtà ma spesso è più semplice parlarne attraverso metafo­ra o anche allontanarsene. Pertanto, con l’ausilio del cosiddetto specchio della nar­rativa si possono decriptare validamente alcuni comportamenti dell’uomo come modi di fare collettivi che altrimenti ri­schiano di essere soltanto analizzati dalla lente della sociologia o del giornalismo. Invece è divertente spostarsi un po’ più in là e guardare da fuori.

Il suo ultimo romanzo, “Il paradiso dei diavoli”, sembra quasi una canzo­ne d’amore dedicata a Napoli, che lei descrive come una città dove c’è po­sto per tutti nonostante l’ombra e le tenaglie della malavita rischiano di ro­vinare uno degli spettacoli più belli del mondo...

È proprio così, ma nel testo prendo Napoli a metafora di ciò che è l’uomo. Il male che si può scorgere nei tanti luoghi di Napoli è in realtà un male che ci por­tiamo dentro, quello stesso che ho visto manifestarsi in tanti posti del mondo. Non è mai esterno all’uomo ma insito in lui. Quindi, il male non è della terra ma umano e, se è così, i conti dobbiamo farli con noi stessi.

Papa Francesco, da tutti è giudica­to come il Pontefice del cambiamento, della svolta della Chiesa. Sin dal suo primo giorno di papato ha messo mano ai tanti problemi della Chiesa e agli scandali che ne offuscano l’immagi­ne e la credibilità. Come vede l’attuale Papa in questo momento storico, pen­sa che riuscirà a portare a termine la “restaurazione” che ha programmato?

Credo che lo Spirito Santo abbia vera­mente guidato la mano dei cardinali per­ché nessun papa sarebbe stato più adatto a quest’epoca. Francesco è la risposta dello Spirito perché la Chiesa necessita di una riforma, anche nel magistero stesso. E poi, è una guida estremamente vicina alla gente. Denunciando uno scollamento tra la gente e il potere, politico ed ecclesiale, oggi, Papa Francesco riparte da zero per un’autentica rifondazione dell’uomo.

Che cosa pensa del Sinodo da poco concluso, ovvero a quella mezza aper­tura nei confronti dei divorziati rispo­sati? È giusto fare un passo verso que­ste persone?

È doveroso riaprire le porte a costoro. Se la Chiesa è accoglienza e amore non può tenere fuori tanti cattolici, tanti laici cristiani che vivono queste situazioni di stallo attendendo che la madre Chiesa li riaccolga nel suo seno. Ovviamente con forme, tempi e modalità possibili senza violare il Verbo e la sacralità della Parola di Dio.

Che Natale sarà? Quali sono le sue attese?

Auguriamoci che sia un Natale meno doloroso e che la Nascita del Signore restituisca pace e speranza a tutti. Ce n’è sempre un disperato bisogno.

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Christian Tarantino

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