SUOR ANNA NOBILI

INSEGNA DANZA CRISTIANA ALL’ACCADEMIA DELLA KOLL
Anna Nobili nasce a Milano nel 1970 e inizia i suoi studi di Danza Modern-Jazz e Classico presso S.P.I.D. Dance Accademy di Milano nel 1988. Nel 1990 entra a far parte della compagnia di danza della coreografa Marta Levis ed inizia il suo percorso di ballerina professionista in diversi teatri italiani ed europei. In TV partecipa al corpo di ballo e come prima ballerina a diversi programmi. Nel 1993 a seguito dell’ “incontro travolgente con la persona di Gesù Cristo, il Figlio di Dio” inizia un percorso che la porterà a scegliere di lasciare il mondo dello spettacolo per dedicarsi esclusivamente all’insegnamento di Danza funky-jazz e alla ricerca del vero senso della danza. Nel 1993 matura la scelta di prendere i voti nella Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth. Lascia, con gioia, anche l’insegnamento della danza, ma nel 2008 riprende, per volontà delle Consorelle, gli studi di Danza moderna-contemporanea e danza classica con Alessandra Angiolani nello Studio76 di Brescia e diventa coreografa del Musical “Uno di Noi, un santo di nome Don Arcangelo Tadini”. Da quel momento Suor Anna riprende la sua attività di ballerina e di coreografa. Nel 2007, a seguito della richiesta del Vescovo Domenico Sigalini, Suor Anna apre a Palestrina (RM) un proprio Corso di Danza cristiana, significativo il veloce aumento degli allievi e dei corsi. Dal 2002 al 2012 partecipa -in qualità di ballerina e coreografa- a Meetings di giovani ed eventi televisivi. Nel 2009 ai microfoni di “Mattino5” ha l’opportunità di raccontare, anche a parole, che la danza è vita, è espressione della persona “intera”, in rapporto con se stessa, con gli altri, con Dio. Attualmente suor Anna insegna danza cristiana nell’Accademia Star Rose Academy diretta da Claudia Koll (www.starroseacademy. com) a Roma.

 

“Lui ha trasformato il mio lamento in danza perché io possa danzare senza posa”  

Suor Anna, come si evangelizza con la danza e che cosa vuol dire pre­gare con il corpo?

Innanzitutto chi evangelizza non sia­mo noi ma Gesù stesso attraverso i piccoli talenti che ha donato a ciascuno. Questo sia chiaro. È con Lui che si cerca di fare un percorso, un cammino, un’esperienza nella vita e nel cuore ed anche nel gruppo in cui si tenta di instaurare un dialogo finalizzato all’evangelizzazione. Oltre­tutto, essendo abituati a pregare solo con lo spirito non abbiamo la consapevolezza che sia l’intero corpo a pregare insieme con noi per cui, spesso, le preghiere sono del tutto cervellotiche ovvero legate alla ragione o al pensiero e basta. Non ci ac­corgiamo di quanto e di come il corpo sia coinvolto nel pregare con tutte le emozio­ni, i sentimenti, perfino con la postura e la gestualità.

Come definirebbe quello che le ac­cadde quella notte di Natale di tanti anni fa? Come riuscì a sentire la Sua voce avendo la mente e il cuore occu­pati da tutt’altro? Un miracolo?

Non saprei ridirlo con esattezza ma certamente ho avvertito una forte spin­ta. Oggi, penso che sia stato lo Spirito Santo a bussare più volte al mio cuore senza che me ne rendessi effettivamente conto. Quella notte avvertì il desiderio di recarmi a messa dopo tanti anni e mi colpì positivamente il calore tanto umano quanto liturgico che riscontrai fra le per­sone. Si respirava una spiritualità viva che donava quella sensazione più sugge­stiva e corroborante. Lì, più che sentire la Sua voce, ho avvertito la Sua effettiva presenza nel linguaggio del corpo che si dipanava dinanzi ai miei occhi. Fu il ve­dere la gente che si abbracciava, stabilire un contatto l’uno con l’altro, l’aria densa del profumo d’incenso a far sì che mi sen­tissi toccata da una spiritualità dei cin­que sensi che superava di gran lunga una catechesi finalizzata al linguaggio della mente. Infatti, l’ho incontrato grazie pro­prio a persone che mediante il linguaggio del corpo hanno mostrato con tutta la loro sensibilità la presenza di Dio. Sì, è stato un miracolo, tutta la mia vita ne è la pro­va, il fatto che una persona si apra alla grazia di Dio è un dono incommensurabi­le. Sono miracoli, per così dire, non con­venzionali, a cui non saremmo abituati, però avvengono.

È stata lei ad innamorarsi di Dio o il contrario?

Senza dubbio il contrario. Egli si è innamorato perdutamente di me e credo che abbia fatto di tutto per raggiungermi e convincermi. Comunque sia con ognuno di noi l’iniziativa è di Dio e non è mai la nostra. Egli ci ha creati ed interviene nel­la nostra vita. C’è un passo del Vangelo che recita: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi…”.

Quali consigli darebbe ad un giova­ne lontano da Dio che non si accorge dell’amore del Signore?

Preferirei non dare nessun consiglio ma porrei delle domande a questa per­sona. “Maieutica socratica”, porre delle domande è un po’ quello che ha sempre fatto Gesù perché oggi si tende a lasciarsi trascinare e ad andare dove il fiume por­ta, senza interrogarsi ed esaminarsi. E poi gli racconterei la mia esperienza senza forzature, al fine di instaurare un dialogo costruttivo e fedele a seconda dell’interlo­cutore.

Com’è avvenuto l’incontro, ad un certo punto, con le Suore Operaie del­la Santa Casa di Nazareth? Perché ha scelto proprio questa Congregazione e come vivono le consorelle questo suo talento speciale?

L’incontro è avvenuto per pura e semplice curiosità. Un frate anziano che le accompagnava spiritualmente, aveva il “dono della predicazione” e quando lo incrociai per la prima volta mi invitò ad una settimana di spiritualità. Sentendo il bisogno di saperne di più e di conoscer­lo meglio, mi recai da queste suore. Pre­metto che avvertivo un reale rifiuto nei confronti della consacrazione per colpa di una brutta esperienza che mi ero lasciata alle spalle, la mia parola d’ordine era: “Io, suora mai”. Poi, però, quando le vidi così giovani, allegre e spensierate, per nulla retrograde, né claustrali, decisi di fare un’esperienza insieme a loro e non sono più andata via. È stata un’illuminazione, ho realizzato che quella era la mia strada e la famiglia dove crescere e alla quale dedi­care la mia vita. Già conoscevo altre real­tà ed altrettante ne avrei potute conoscere in sovrappiù ma solo lì sentivo di poter iniziare un concreto percorso interiore.

Riesce a conciliare la vita comunitaria con l’apostolato della danza e del­lo spettacolo?

Più che conciliare il mio apostola­to con la vita comunitaria, sono le mie consorelle che si adeguano poiché sanno quanto sia fitta la “tabella di marcia”. Tutte loro comprendono l’importanza di questo ministero e si tenta di trovare dei momenti significativi per stare insieme. Hanno sempre amato e promosso questo mio talento, hanno compreso il mio sforzo e mi sono sempre spiritualmente vicine. La loro preghiera e il loro sostegno sono una costante, generano una sorta di pa­storale allargata che idealmente le avvi­cina a questa associazione che è la “Holy Dance”.

Concretamente in cosa consiste il suo ministero? Come funziona il pro­getto “Holy Dance”?

Questo progetto è nato, quasi per scherzo, sette anni fa, quando il vescovo Domenico Sigalini mi spronò e mi auto­rizzò ad iniziare un corso di danza nel locale del centro di pastorale giovanile della Diocesi di Palestrina. All’inizio ero un po’ sfiduciata poiché non sapevo come coniugare la danza moderna con il Van­gelo e come suscitare interesse nei giova­ni. Iniziai con due bambini che poi in un mese divennero trenta e l’anno successivo cinquanta e dopo sette anni si è giunti a quota cento. Col tempo essendoci staccati dalla pastorale giovanile sorse la necessi­tà di creare un’associazione a sé stante a servizio delle Diocesi del mondo. A tale scopo si lavora molto in rete, pur non assomigliando ad una normale scuola di danza che si autogestisce.

Come risponde a coloro che stor­cono il naso quando pensano ad una suora ballerina?

Sì, alcuni storcono il naso ma mai da­vanti a me. Se qualcuno avesse il coraggio di obiettare parlando direttamente con me sarei disposta innanzitutto ad ascoltarlo prima ancora di rispondergli. A volte si generano incomprensioni per nulla. È ac­caduto che qualcuno si sia lamentato tra­mite la rete internet e volutamente non ho risposto poiché ritengo che lo debba fare di persona. Gesù mentre tutti lo ac­cusavano taceva, allo stesso modo quando vi sono degli attacchi altamente negativi tendo a non rispondere.

Oggi, lei è una vera “star” nel mon­do della danza ma anche in ambito ec­clesiale, teme la tentazione del succes­so a tutti i costi?

Assolutamente non mi sento una “star”, non posso accettare di essere tale perché non è la fama che cerco. È una de­finizione stridula che non appartiene al mio modo di essere. Mi fa paura persino il termine successo e quindi credo che la più grande tentazione demoniaca sia proprio: “evangelizza perché ce n’è bisogno”, ap­punto, a tutti i costi. Pertanto, rinuncio ed ho già rinunciato a ciò che protende verso la celebrità, l’essere famosa all’inve­rosimile che avrebbe oscurato il mio reale messaggio.

Cosa si aspetta, come religiosa, dall’Anno della Vita Consacrata? Tra­durrà mai in danza il carisma della sua Congregazione?

Dalla vita religiosa mi aspetto: tene­rezza, amore, comprensione, maggiore collaborazione con i laici, meno struttu­ra, più contatto con la gente per fare reale esperienza dell’amore di Dio insieme con gli altri. Spazio a Fraternità più libere. Qualche anno fa abbiamo realizzato con la mia Congregazione un musical, dal titolo “Uno di noi”, che faceva conoscere il mondo delle Suore Operaie e nel con­tempo le apriva al mondo della danza ar­ricchendone il carisma e ravvivandone lo spirito.

Papa Francesco nella Giornata per la Pace ha sollecitato la fraternità tra gli uomini contro ogni moderna schia­vitù invitando tutti alla “globalizzazio­ne della fraternità”. In che modo da religiosa potrà collaborare a questo disegno?

È quello che in piccolo già sto facen­do. È in preparazione uno spettacolo sotto l’egida di tre Diocesi diverse cui parteci­pano un gruppo di mie preadolescenti, un gruppo della nuova sede “Holy Dance”di Foggia e un altro gruppo di adolescenti di Oppido Lucano in Basilicata. Lazio, Puglia e Basilicata, tre regioni che ab­bracciano lo stesso progetto dove ragazzi hanno la concreta possibilità di mettere in atto i propri talenti, di conoscersi tramite un ritiro spirituale cogliendo vari carismi per poi evangelizzare. Andremo in scena a fine marzo col solo scopo di far cono­scere la Parola di Dio e di vivere un’espe­rienza bella di fraternità globale nel limite delle nostre possibilità.

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Christian Tarantino

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