MADRE EVELYNE FRANC

LA PIÙ NUMEROSA CONGREGAZIONE FEMMINILE
La compagnia deriva dalle confraternite di dame della Carità istituite a partire dal 1617 da Vincenzo de’ Paoli (1581-1660) per il servizio a domicilio dei poveri e degli ammalati. Vincenzo maturò la convinzione che, per proseguire e migliorare l’opera, occorresse un impegno pieno da parte delle dame, così il 29 novembre 1633 le prime quattro ragazze si riunirono attorno a Luisa di Marillac per condurre vita fraterna in comunità nella sua casa presso la chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet a Parigi. Le prime regole della compagnia vennero redatte da Luisa di Marillac e riviste tra il 1645 e il 1655 da Vincenzo de’ Paoli, che le spiegò alle sodali mediante le conferenze settimanali di formazione che tenne fino al 1659. La compagnia si diffuse in Francia e in Polonia: dissolta nel 1792, venne ricostituita sotto Napoleone nel 1800 e nel XIX secolo iniziò a espandersi nei vari paesi europei (prima in Spagna, poi in Svizzera e in Italia) ed extraeuropei (Turchia, Egitto, Siria, Cina). Vincenzo de’ Paoli è stato canonizzato da Papa Clemente XII il 16 giugno 1737; Luisa de Marillac è stata proclamata santa l’11 marzo 1934 da Papa Pio XI. Oltre al servizio domiciliare ai poveri e ai malati, le Figlie della Carità si dedicano alla cura degli orfani, all’assistenza agli infermi negli ospedali e agli anziani nelle case di riposo, alla cura dei disabili, anche mentali, al servizio nelle scuole e alla gestione di rifugi per donne e bambini in difficoltà. In origine le Figlie della Carità indossavano abiti secolari, ma presto si affermò l’uso del costume delle ragazze del popolo dell’Île-de-France, in stoffa grossolana di saia grigia (donde il nome soeurs grises, con cui vengono indicate in Francia), e con colletto e cuffia (toquois) bianchi; la cuffia venne poi sostituita dal caratteristico copricapo a larghe tese, la “cornetta”, già in uso tra le contadine di Parigi le cui “ali” nel corso del XVIII secolo divennero sempre più larghe e inamidate. Dopo il Concilio Vaticano II, Paolo VI invitò personalmente la superiora generale della Figlie della Carità a semplificare l’abito, che il 20 settembre 1964 divenne blu scuro e senza cornetta. Le Figlie della Carità rappresentano la più numerosa società femminile della Chiesa e sono presenti in 94 paesi. La casa generalizia è presso il convento di rue du Bac a Parigi. Oggi la Congregazione conta circa 16mila sorelle in più di 2000 case.

 

L’amore fraterno l’unica forza capace di trasformare il mondo  

E chi non le ricorda nei film in bian­co e nero con la cuffia con le ali inamidate, copricapo tipico delle massaie della campagne france­si, chinate sui letti degli ospedali a prestare assistenza, ascolto e carità? Sono le Figlie della Carità fondate da San Vincenzo de’ Paoli. Con la Ma­dre Generale, Suor Evelyne Franc che ci accompagna nel nostro viag­gio nella vita consacrata, abbiamo ri­percorso le ragioni di un carisma e di un servizio che nel tempo, pur modi­ficando i modi, non si è mai fermato nella continua ricerca dei poveri da amare.

Madre Evelyne, la vostra Congre­gazione si fonda su ciò che San Paolo definisce “il più grande carisma”: la carità. Nella nostra società frammen­tata, così come nella comunità di Corinto cui Paolo si rivolgeva, che è divisa e che ha perduto il senso della fratellanza, della condivisione, dell’a­iuto reciproco (tutti comportamenti che allontanano dal cristianesimo), la carità ancora oggi “tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”?

“La carità non passerà mai”, è un dono di Dio, una virtù... È Dio stesso, perché Dio è amore. È bene sottolinea­re che nella nostra società globalizzata, ci sono molte persone, giovani e meno giovani, di tutte le età, che animate dal­la carità di Cristo si mettono al servizio degli altri, condividendo e vivendo la solidarietà; persone che sono in grado di “sopportare tutto” attraverso l’amore, che vogliono lottare contro la “globaliz­zazione dell’indifferenza” denunciata da Papa Francesco. La carità ha bisogno di recuperare il suo significato autentico di amore, di agape, di dono gratuito. Dob­biamo lavorare per la formazione delle coscienze per riscoprire il valore della carità come dono teologale. Infatti, nel­la sua opera di evangelizzazione, di an­nuncio dell’amore di Cristo al mondo, la Chiesa si impegna costantemente in opere caritatevoli per lo sviluppo integrale delle persone, per ridare loro la dignità di figli di Dio. “La carità di Gesù Cristo croci­fisso che anima e infiamma il cuore della Figlia della Carità, l’urgenza di correre al servizio di tutte le miserie” questo è il motto della Congregazione delle Figlie della Carità; infatti, grazie all’amore di Dio e attraverso l’amore di Dio possiamo credere tutto, sperare tutto, sopportare tutto. Ciò vale oggi per le Figlie della Ca­rità che servono i poveri in un ospedale di Damasco, in una bidonville del Guate­mala, nelle steppe del Kazakhstan, al con­fine tra Stati Uniti e Messico, nelle città minacciate dai terroristi in Nigeria, ecc. La carità è l’unica forza capace di trasfor­mare il mondo.

Le Figlie della Carità, per il loro servizio sociale, già dalla loro costi­tuzione, rappresentarono una novità nell’ambito della vita consacrata. Fino a che punto, oggi, il vostro servizio so­ciale religioso supplisce alla mancanza di politiche di sostegno agli indigenti?

Eravamo in effetti “una novità”, in principio, nel 1633. Allora non era ne­anche possibile immaginare che le donne consacrate potessero vivere fuori dalla clausura, facendo su e giù per le strade delle città per curare i malati, educare i bambini, prestare servizio negli ospedali, in guerra, ecc. Questo nuovo carisma fu donato, dallo Spirito Santo, a San Vin­cenzo de’ Paoli e Santa Luisa di Marillac, per il servizio dei poveri, dei più poveri, ovunque. La ricchezza della nostra spiri­tualità è che nessuna miseria è estranea alle Figlie della Carità, secondo una bella espressione di San Vincenzo. Il servizio di Cristo presente e riconosciuto nei poveri è un atto di fede, di speranza e di amo­re. Il nostro servizio nel XXI° secolo non è cambiato nella sostanza, ma solo nelle modalità. C’è sempre nel nostro mondo, da un lato la povertà “tradizionale” (ma­lati, in particolare i lebbrosi, i malati di Hiv, i disabili, gli anziani, i bambini, i giovani poveri e abbandonati, in età sco­lastica, e tutte le situazioni legate alla guerra, alla violenza, ecc.), e dall’altro la cosiddetta “nuova povertà”: tratta di es­seri umani, emigrazione forzata, anziani abbandonati, ecc. Purtroppo, qualunque sia il continente o la politica sociale di un Paese, ci sono sempre i poveri. Le Figlie della Carità sono al loro servizio, che sia nell’Europa occidentale, negli Stati Uniti o in Africa e in America Latina, assistono gli emarginati che ogni società, anche la più organizzata, dimentica, scarta e qual­che volta “costruisce”. (Cfr. Deus cari­tas est, 28).

La storia dell’assistenza sociale è legata al concetto di povertà che si rivela in un’infinità di aspetti e di situa­zioni. Alla luce della vostra esperienza, che aspetto ha oggi la miseria e come si può agire per combatterla?

La nostra passione per i poveri ci spinge a servirli accorrendo come per spegnere un incendio, secondo un’espres­sione di San Vincenzo. Come ho appena detto, i volti della povertà di oggi sono molteplici... Papa Francesco li cita rego­larmente e i media li espongono con un compiacimento che qualche volta lascia dei dubbi. La geografia della povertà non ha confini di spazio e di tempo. Il volto della povertà è multiforme e le ferite del­la nostra umanità sofferente continua­no ad essere aperte, per colpa nostra. Ci sono anche i poveri che non hanno volto, che sono il prodotto della società egoista. Oggi abbiamo bisogno, più che mai, di contemplare il volto di Cristo sofferente, di guardare questo uomo pieno di dolore. I sociologi classificano così i diversi tipi di povertà: legata a questioni economiche: disoccupazione, sfruttamento, condizioni di lavoro umilianti, precarietà; legata ai conflitti familiari: conflitti, separazioni, violenza, abbandono, giovani senza fu­turo, bambini vulnerabili; legata a varie dipendenze: alcool, droga, sesso... legata all’immigrazione: spiazzamento, situa­zione irregolare; legata alla vecchiaia e alla malattia. Come agire per combattere questa miseria? Bisogna essere sul cam­po, andare nelle periferie, essere attenti ad ogni persona, mettersi in ascolto, vivere l’accoglienza, la tenerezza, la solidarietà, sapersi “mettere affianco”, accompagna­re… Bisogna lavorare insieme agli altri, individuare le cause della povertà e lavo­rare per porvi rimedio. Tutto ciò richiede una formazione seria. E non si dimentichi che la lotta contro la povertà è sostenuta dalla nostra vita di preghiera e di comu­nità.

Secondo la stampa, si può consi­derare San Vincenzo de’ Paoli come il primo “assistente sociale” della storia, come colui che ha trasformato il soc­corso compassionevole in aiuto orga­nizzato. Oggi, rispetto al passato, quali sono le vostre principali attività e, in particolare, verso quale classe sociale è indirizzato per il vostro sostegno?

Non c’è una risposta uguale per tut­te le nostre differenti Province. Il nostro servizio è legato alla situazione sociale di un particolare paese, di una regione, ma le Figlie della Carità sono sempre al servizio delle persone più vulnerabili, trascurate, sfruttate. La Congregazione è sempre invitata da Dio alla ricerca dei più svantaggiati della società. Posso cita­re alcuni esempi: una Comunità ha sede a Magadan, in Siberia orientale, un’altra a Cité Soleil, un sobborgo di Port-au-Prin­ce (Haiti), una nella foresta equatoriale in Congo, un’altra in una regione remota del nord dell’India, ma potrei aggiungere le periferie delle nostre grandi città occi­dentali e molti campi profughi in tutto il mondo.

Poniamo la stessa domanda rivolta da Papa Francesco ai religiosi: cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Come è cambiata la Chiesa con voi e con il vostro servizio?

La Chiesa è il Corpo mistico di Cri­sto, che è tutto! I nostri servizi - già da San Vincenzo e da Santa Luisa - riflettono il Cuore misericordioso di Dio, di Gesù Cristo, che è venuto per amare, per sal­vare tutta l’umanità. Siamo una piccola parte della Chiesa. È Cristo che si prende cura dei suoi figli sofferenti. Anche se noi non siamo presenti, Cristo è lì, la Chiesa è ancora viva. La nostra speranza è che lo Spirito Santo mantenga vivo il nostro carisma di servizio di Cristo verso i pove­ri, un servizio fornito da umili servitori, semplici e pieni di amore. Papa Benedet­to XVI, nella sua prima enciclica, “Deus caritas est”, ha avuto la bontà di citare San Vincenzo de’ Paoli e Santa Luisa de Marillac tra molti altri santi come modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomi­ni di buona volontà. Sappiamo bene che tutti i Santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomi­ni e donne di fede, di speranza e di amore.

Tra il serio e il faceto, c’è un detto diffuso in ambito religioso che recita: “Dio stesso non sa esattamente quan­te Congregazioni sono presenti nel mondo”. Come spiegata questa ric­chezza di ordini femminili rispetto agli ordini maschili?

I Carismi dipendono dallo Spirito Santo che agisce come vuole, dove vuole...

Quali sono le caratteristiche spe­cifiche delle Figlie della Carità che possono essere riconosciute come es­senziali per le ragazze che sentono di avere una vocazione religiosa?

Essere una buona cristiana, vivere l’impegno battesimale, la partecipazio­ne alla vita della parrocchia, coltivare la vita interiore, impegnarsi al servizio dei poveri, essere disponibile, generoso, avere un buon equilibrio umano. Testimoniare Cristo, con le azioni e le parole, nel pro­prio contesto di vita... Avere un amore appassionato per la persona di Cristo e per i poveri, un’attitudine alla vita di comunità e alla relazione con tutti, con umiltà e semplicità, come ha vissuto San Vincenzo.

Quante sono le Figlie della Carità oggi nel mondo? Come vi siete aperte alle nuove vocazioni in Africa, in Asia, in America Latina?

Le Figlie della Carità sono 16.000 in 94 paesi. La pastorale delle giovani e la pastorale vocazionale, inserite nella pa­storale della Chiesa, è viva in tutti i conti­nenti. Si tratta di testimoniare, proporre, accogliere, discernere e formare giovani donne affinché diventino le serve di cui i poveri hanno bisogno. Aggiungo che le vocazioni oggi sono più numerose in Africa, in Asia e in America Latina, più che in Europa Occidentale.

Quali sono i vostri campi d’azione più complicati? Dove la vostra vita reli­giosa è più sollecitata?

Sono le condizioni della miseria mate­riale, ma anche di quella spirituale, della violenza, della corruzione, quelle che ab­biamo già citato... È difficile lavorare in contesti a volte dominati dalla violenza, cercare di rompere le catene invisibili che legano le vittime ai loro trafficanti e sfrut­tatori. È anche difficile prestare servizio nelle società occidentali che hanno perso le loro radici cristiane, dove c’è per esem­pio la grande sfida di far rispettare la vita dal suo concepimento fino alla sua morte naturale.

San Paolo ha scritto ai Corinzi: “Queste dunque le tre cose che riman­gono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”. Quali azioni sono necessarie per sal­vare questo mondo sull’orlo dell’im­plosione religiosa ed esistenziale?

Per noi Figlie della Carità, il servizio è l’espressione del nostro dono totale a Dio è ciò che dà pieno significato alle nostre azioni. Il servizio è visione di fede e attua­zione dell’amore, di cui Cristo è sorgente e modello. Direi che l’atto di carità più importante è essere fedele a ciò che siamo. Assumiamo le cause dei poveri, abbiamo il desiderio di promuovere la persona in tutte le dimensioni del suo essere. Tra­smettiamo gli appelli e le legittime aspi­razioni di coloro che non hanno la pos­sibilità di essere ascoltati. Finché sarà in grado di sentire i pianti di un bambino abbandonato, il gemito di una persona che soffre, la Figlia della Carità, spinta dall’amore di Cristo, andrà rapidamente in loro aiuto e li consolerà. Vorrei aggiun­gere che le nostre Sorelle anziane e malate prendono parte alla missione attraverso la preghiera, l’offerta della loro sofferenza e la loro testimonianza di vita. La carità è azione, ma anche “stato di vita”.

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Simone Stifani

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