PADRE GIANFRANCO MATARAZZO

SANT’IGNAZIO E LA NASCITA DELL’ORDINE
I’gnazio di Loyola nacque, ultimo di tredici figli, attorno al 1491 da una nobile famiglia basca. A tredici anni venne inviato a Arévalo come paggio del primo tesoriere di Ferdinando II d’Aragona, Juan Velázquez de Cuéllar, e nel 1517 si arruolò nelle truppe del viceré di Navarra, il duca di Nájera Antonio Manrique de Lara, prendendo parte alle guerre di Carlo V contro Francesco I: durante la difesa di Pamplona, assediata dai francesi, fu ferito gravemente. Durante il periodo di convalescenza nel castello di Loyola maturarono in lui i germi di una profonda crisi spirituale e si convertì: deciso a recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme, sostò presso il monastero benedettino di Montserrat e, trascorsa una notte in preghiera davanti all’immagine della Madonna nera, depose le sue armi ai piedi dell’immagine sacra e prese l’abito e il bastone da pellegrino. Si diresse quindi a Manresa, dove rimase un anno vivendo ricche esperienze interiori: lì cominciarono a prendere forma gli elementi essenziali dei suoi Esercizi spirituali. Nel 1523 raggiunse Venezia e si imbarcò per Gerusalemme, dove visitò i luoghi santi. Tornato in Spagna con il desiderio di abbracciare il sacerdozio, riprese gli studi a Barcellona, poi presso l’università di Alcalá dove, per il suo misticismo, venne sospettato di essere un alumbrado e venne tenuto in carcere dall’Inquisizione per quarantadue giorni. Si trasferì quindi a Salamanca e poi, per completare la sua formazione, a Parigi, dove arrivò il 2 febbraio 1528. Iscrittosi al Collège Saint-Barbe, lì conobbe quelli che divennero i suoi compagni: Pierre Favre, Francesco Saverio, Diego Laínez, Alfonso Salmerón, Simão Rodrigues, Nicolás Bobadilla, Claude Jay, Paschase Broët e Jean Codure, e Diego Hoces. Ignazio (assieme a Saverio, Laínez, Rodrigues, Bobadilla e Codure) venne ordinato sacerdote il 24 giugno 1537 da Vincenzo Nigusanti, vescovo di Arbe in Dalmazia. Subito dopo si divisero in piccoli gruppi e si stabilirono in diverse città (Verona, Vicenza, Treviso, Monselice, Bassano) dove si dedicarono alla predicazione per le strade. Prima di lasciarsi, decisero di chiamarsi Compagnia di Gesù, perché Cristo era il loro unico modello, colui a cui essi dedicavano tutta la vita. Nel novembre del 1537, Ignazio, Favre e Laínez si recarono a Roma, dove, secondo la tradizione, Ignazio ebbe una delle sue più celebri esperienze mistiche, ossia la visione di Dio Padre insieme a Cristo con la Croce, che lo invitavano a essere loro servo. Il 3 settembre 1539 Paolo III approva oralmente la Formula instituti di Ignazio, che conteneva i principali fondamenti della Compagnia: il carattere apostolico, il fine di far progredire gli uomini nella fede e nella cultura religiosa, la povertà, l’obbedienza alla Santa Sede e al preposito, l’abolizione degli uffici corali, la promessa di recarsi ovunque il papa avesse indicato.

 

La missione dei Gesuiti: passione per l’uomo senza discriminazioni

Poco più che cinquantenne, con una bella storia vocazionale alle spalle, Padre Gianfranco Mata­razzo, casertano, dal 31 luglio scorso superiore dei Gesuiti d’Ita­lia, è la guida dell’Ordine nella pro­vincia italiana e in quella albanese. Formalmente, è a lui che il gesuita Papa Francesco deve rispondere. Lui, ovviamente, un po’ si scherni­sce: “Il Papa agisce in continuità con la missione dei suoi predecessori: la cura di ogni anima in cui il Signore agisce in maniera sempre generosa. La sfida allora sta solo nel saper rico­noscere questa presenza”.

Padre Gianfranco, su quali linee ha impostato il suo mandato di Supe­riore dei Gesuiti della Provincia italia­na e albanese?

Innanzitutto, sto puntando su una presenza sul territorio, approfittando di momenti formali e informali. Questa presenza mi dà informazioni preziose e mi permette di essere vicino ai confra­telli e ai laici impegnati sul territorio. Un’altra linea è quella di coinvolgere nell’azione non solo la mia persona, ma tutto lo staff dei miei collaboratori (vice-superiore, delegati, ecc.), in modo tale che dall’immagine del Superiore si passi all’immagine del Governo della Provin­cia. Altra linea è quella di restituire cen­tralità al Corpo apostolico, in modo tale che si recuperi l’unione spirituale tra tutti noi, evitando di vedere come giu­stapposti il Superiore e i sudditi. A que­sto livello, decisiva è la cura spirituale del corpo e quindi delle nostre comunità.

Nel nuovo impegno che ha assun­to da pochi mesi cosa ha portato della sua esperienza personale e della sua formazione culturale e religiosa?

Porto innanzitutto una sostanziale continuità con il servizio di governo da parte dei Superiori che mi hanno prece­duto, anche perché ne sono stato parte integrante come responsabile del settore sociale della nostra Provincia. Sto cercan­do di preservare il radicamento sul terri­torio, la cura della nostra dimensione in­ternazionale, in particolare europea, una mia sensibilità per gli aspetti gestionali e progettuali della nostra azione apostolica.

Qual è stata la discriminante che l’ha condotta nella Compagnia di Gesù piuttosto che in un’altra famiglia reli­giosa?

Provengo da una formazione diocesa­na di cui sono molto contento e ho cono­sciuto anche la spiritualità francescana, attraverso i Frati Minori e i Cappuccini. Ciò che mi ha condotto nella Compagnia di Gesù è stata la cura personalis che ho sperimentato, durante gli studi univer­sitari e la professione, nella confessione, nell’accompagnamento spirituale, nel modo di servizio alla Chiesa. Ho sentito una chiamata specifica a questo carisma.

L’ordine dei gesuiti nasce all’ini­zio del Cinquecento con l’obiettivo di formare una milizia per il Santo Padre. Come ci si sente a guidarlo in un mo­mento il cui il vostro carisma è impres­so nel Dna del capo della Chiesa?

L’ordine dei gesuiti è spesso identifi­cato con l’immagine della milizia. In re­altà, nasce con il fine della cura delle ani­me, quindi della persona, che mi sembra un’immagine più bella ed efficace rispetto ad altre. È stato proprio questo aspetto a conquistarmi e a orientare la mia voca­zione. Credo che l’attenzione alla persona, la sua cura, la possibilità di attuarla, a partire dai tanti carismi che scaturisco­no nell’alveo della Chiesa, sia il servizio evangelico a cui siamo chiamati oggi. E Papa Francesco, in continuità con i pre­decessori, si stia muovendo proprio in questa prospettiva.

Jorge Mario Bergoglio è il primo papa gesuita della storia. Qual è l’im­pronta tipicamente gesuitica che sta imprimendo al suo pontificato?

L’impronta gesuitica la rintraccio nel rapporto personale con il Signore che il Papa testimonia e propone come decisivo per il cristiano, nell’essere esigente in­nanzitutto con se stesso, nel saper speri­mentare una fedeltà creativa al Vangelo, nell’amore per la Chiesa.

Papa Francesco ha un carisma che sorprende e lo rendono irriducibile a ogni schieramento. Molti legano que­sto suo atteggiamento al suo essere gesuita. È così?

La logica degli schieramenti non è adeguata per descrivere Papa Francesco, così come si è dimostrata inadeguata per comprendere i suoi predecessori, a partire da Benedetto XVI. Il bisogno mediatico di ricondurre a schieramenti di questo tipo, a risolvere il susseguirsi dei ponte­fici nella logica della contrapposizione tra gli stessi, non conduce lontano. In realtà c’è continuità fra i papati e certamente un arricchimento messo a disposizione pro­prio dal carisma di ogni pontefice.

Come è cambiato il ruolo e il compi­to dei Gesuiti nella storia?

Io troverei la costante nella passione per l’uomo, il desiderio di prendersi cura della persona e formarla bene. Questa costante non è statica, ma è stata conti­nuamente adattata ai contesti e ai tempi, in modo da renderla reale e incisiva. L’a­zione dei gesuiti ha saputo comprendere le nuove classi dirigenti, le prostitute, le minoranze del Nuovo Mondo, i rifugiati.

Ignazio di Loyola prima di ab­bracciare la vita religiosa è stato un ardimentoso cavaliere al seguito dell’imperatore Carlo V e un innamo­rato appassionato. Non le chiedo della santità che ha trasformato l’uomo ma dell’umanità che ha conservato il san­to e che ha profuso nel suo ordine.

Ignazio di Loyola, per rielaborare il carisma affidatogli dal Signore, ha valo­rizzato il suo cammino personale, segnato da tante contraddizioni. Il carisma da lui proposto, il percorso formativo, la spiri­tualità, il metodo del discernimento espri­mono la grandezza della nostra umanità fragile e debole quando questa si apre alla grazia. Ignazio ha conservato e valoriz­zato quest’umanità non lasciandola a un livello personale, ma sapendola confron­tare e condividere con quelli che sarebbero stati i suoi primi compagni. I Gesuiti na­scono non da un singolo, ma da un’espe­rienza di amicizia condivisa e nascono da un gruppo internazionale.

Ci consegna un’immagine della Compagnia di Gesù che sia più equa ed equidistante dall’aneddotica pane­giristica e dalla denigrazione tout court che ha portato alla sua soppressione per alcuni periodi della storia?

Ci sono diverse immagini dei Gesuiti. Oltre a quelle denigrative, che parlano di ipocrisia e di ambizione per il potere, sono limitative anche quelle che vorrebbero elo­giarli descrivendoli in termini militari e come campioni nella lotta agli avversari della fede cattolica. Di tutto questo, non c’è traccia nelle nostre fonti. Il carisma originario si è concentrato nella cura del­le persone.

Fondamentale è stato il contributo dei Gesuiti in ambito pedagogico: c’è qualche intervento, inteso come mi­glioramento correttivo, che lei attue­rebbe nel sistema educativo attuale?

Vedrei come decisivo il ritorno alla cura personalis per ogni studente: la formazione standard rivolta a tutti gli studenti va integrata con l’attenzione ai singoli e alla personalizzazione dei per­corsi. Un altro intervento dovrebbe favo­rire un sistema educativo interconnesso in tutte le sue componenti (studio, atti­vità informali, espressioni creative, vita sociale extra scolastica, appartenenze as­sociative), così come proposto nella nostra Ratio Studiorum.

Gli Esercizi Spirituali di Sant’Igna­zio possono essere considerati come una prova del fuoco dell’anima che pu­rificata e rinnovata ritrova se stessa. Un’esperienza alla quale ogni uomo dovrebbe sottoporsi per ritrovare se stesso e trovare il giusto posto nel mondo. Come li descriverebbe a chi non li ha mai fatti?

Il mondo interiore è una dimensione importante del nostro cammino e va cu­rata. Gli Esercizi Spirituali ignaziani of­frono un’opportunità di poterlo fare. Non si fa un favore a Dio. Si fa un favore a se stessi.

La convinzione diffusa che l’identi­tà debba sempre portare ad escludere l’Altro sta preparando a una guerra che potremmo definire invisibile perché non sarà più delle nazioni e non sarà solo degli uomini, ma coinvolgerà le coscienze. I gesuiti che furono cam­pioni nell’arresto del protestantesimo e della conversione di tanti infedeli, quali soluzioni prospettano e azioni praticano per contenere il furore cieco degli jihadisti?

I gesuiti non hanno arrestato il pro­testantesimo e non hanno convertito in­fedeli. Come ho già detto, i gesuiti si sono dedicati alla cura delle anime, cioè alla formazione personalizzata degli uomini e delle donne del loro tempo. Rispetto agli scenari attuali, fatti di luci e di ombre, di violenza e di speranza, è importante saper dialogare in contesti complessi, valorizza­re quella dimensione dell’identità che dà il meglio di sé nelle relazioni, nella vita sociale e nell’intercultura, secondo l’inse­gnamento e il servizio offerto dal cristia­nesimo. L’investimento nell’educazione e nella formazione costituisce la migliore azione che la fede cristiana, e in essa il carisma dei gesuiti, è chiamata a offrire.

Il vostro carisma vi porta ad an­nunciare Cristo a ogni uomo, senza di­menticare il suo insegnamento. Molti, però, sostengono che basti l’abbraccio del buon pastore, contrapponendolo all’insegnamento di Gesù.

La logica della contrapposizione tra l’approccio del buon pastore e quel­lo dell’insegnamento dottrinale non mi sembra trovare riscontro nella storia della Chiesa, neanche in quella recente. Rico­nosco che, a livello mediatico, c’è questa chiave di lettura e nel dibattito tra cre­denti, specie sui social network, si insi­nua a volte ambiguamente questa logica riduttiva. In realtà, la comunità cristiana è complessivamente animata da uno stile che sa coniugare i due aspetti in questio­ne. Il tema della Nuova evangelizzazione, dell’Iniziazione cristiana, del Primo An­nuncio della fede, tanto per fare un esem­pio, è stato fatto e viene fatto da Pontefici che hanno curato con altrettanta atten­zione l’insegnamento e mi sembra che ci siano riusciti. In questo scenario ricco e cattolico i gesuiti cercano di offrire il loro apporto, in particolare puntando sulla persona e sul suo sviluppo integrale. Per­ché il Signore agisce nella vita dell’uomo in maniera sempre generosa. La sfida sta nel saper riconoscere questa presenza, nel saperla discernere e nel vederla agire.

Quale messaggio darebbe oggi ai tanti laici “Compagni di Gesù” che lot­tano quotidianamente per aiutare chi è in difficoltà economiche e vive destabi­lizzanti crisi personali?

Innanzitutto, la presenza e azione di questi laici è sempre più riconosciuta, apprezzata e sostenuta. Lo Spirito sta stanando risorse preziose all’interno della comunità cristiana. Per questi laici, ri­tengo importante la cura della formazione e la cura della comunione ecclesiale.

 di Vincenzo Paticchio
in Collaborazione con Maria Rosaria Contaldo

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