PADRE MARCO TASCA

CONFERMATO NEL CAPITOLO DEL 2013
Padre Marco Tasca è nato il 9 giugno 1957 a Sant’Angelo di Piove (PD). È entrato nell’Ordine a Camposampiero il 29 settembre 1968, ove ha frequentato le scuole medie inferiori; nel Seminario serafico di Pedavena (BL) ha frequentato il ginnasio, e il liceo classico a Brescia. Ha emesso la professione temporanea il 17 settembre 1977 e quella solenne il 28 novembre 1981. È stato ordinato sacerdote il 19 marzo 1983 a Sant’Angelo di Piove (PD), suo paese natale, per le mani di Mons. Filippo Franceschi, Vescovo di Padova. Ha compiuto gli studi filosofico-teologici all’Istituto Teologico “Sant’Antonio Dottore” a Padova. Nel 1982, dopo aver conseguito il grado accademico di Baccellierato, viene trasferito a Roma, presso il Collegio Internazionale Seraphicum, dove frequenta i corsi di licenza all’Università Pontificia Salesiana (UPS) e dove vi consegue prima la Licenza in Psicologia nel 1986, e poi quella in Teologia Pastorale nel 1988. Rientrato in Provincia, dal 1988 al 1994 è stato Rettore del Seminario minore di Brescia, e del Postnoviziato a Padova dal 1994 al 2001. È stato docente di Psicologia e Catechetica presso l’Istituto Teologico “Sant’Antonio Dottore”. Nel Capitolo provinciale del 2001 è stato eletto Custode capitolare e Guardiano del convento di Camposampiero (PD), incarichi che ha svolto fino al 2005, anno in cui è stato eletto Ministro provinciale. Durante il suo provincialato è stato anche Vicepresidente nazionale della CISM e Presidente del Mo.Fra.Ne (Movimento Francescano del Nord Est). Il 26 maggio 2007, presso il Sacro Convento di Assisi, il Capitolo generale ordinario lo ha eletto 119° successore di San Francesco. Il 29 gennaio 2013, sempre ad Assisi, il 200° Capitolo generale dell’Ordine lo ha confermato Ministro generale, conferendogli un secondo mandato sessennale..

 

Per noi Frati Conventuali un compito difficile: testimoniare il Vangelo come il Poverello d’Assisi

Due sono fondamentalmente gli aspetti che Padre Marco Tasca, Ministro Generale dei Frati Mi­nori Conventuali - gli speciali cu­stodi del corpo serafico di San Fran­cesco d’Assisi - coglie nell’accostare i Trinitari al carisma francescano: la devozione alla Trinità, modello della fraternità francescana e la missione di liberazione verso i poveri di ogni tempo.

Un’immersione col Generale, du­rante l’Anno della Vita consacrata, nel francesanesimo di oggi, ancor di più rinvigorito dalla scelta del nome da pontefice di Papa Bergoglio.

Padre Marco, in che modo l’Ordine dei Frati Minori Conventuali sta vi­vendo l’Anno della Vita consacrata? Quale il ruolo dei religiosi francescani nella Chiesa del terzo millennio?

La grazia di quest’anno che Papa Francesco ha voluto dedicare alla vita consacrata si inserisce perfettamente nel cammino che, come famiglia religiosa, stiamo facendo nel sessennio 2013-2019. Su indicazione dell’ultimo Capitolo ge­nerale dell’Ordine, ci stiamo infatti im­pegnando a “vivere il Vangelo”, ovvero a mettere in pratica il mandato ricevuto dalla Chiesa come cristiani e come con­sacrati, sulle orme di Francesco di Assi­si. In particolare, lo sforzo e l’obiettivo comune è quello di crescere nella nostra identità carismatica di Frati minori con­ventuali al fine di contribuire fattiva­mente alla nuova evangelizzazione. In tal senso, stanno nascendo e si svilup­pano sempre più all’interno della nostra famiglia esperienze di evangelizzazio­ne che passa attraverso la vita fraterna vissuta con autenticità, in semplicità e letizia. Particolare attenzione viene posta alla vita di preghiera e di unione con Dio, che è il fondamento della testi­monianza dei consacrati e costituisce la base principale dell’annuncio. Non si tratta soltanto di “fare”, ma piuttosto e principalmente di “essere”! Questo è il messaggio forte che vogliamo dare al mondo.

Lei è 119° successore di San France­sco. Come vive questo servizio e so­prattutto come è cambiata nel corso della storia la fisionomia religiosa del francescanesimo?

Il nostro fratello maggiore, France­sco d’Assisi, non aveva certo in mente di creare un ordine religioso. Quando iniziò la sua “nuova vita” secondo il vangelo di Gesù Cristo non aveva messo in con­to di accogliere altri fratelli e di fare loro da guida. Ma quando la Provvidenza gli indicò questa nuova strada, scelse per sé e per gli altri fratelli incaricati del gover­no dei termini molto indicativi: “mini­stri”, “custodi”, “guardiani”. Ecco: fin dal giorno della mia elezione, ho cercato di improntare il mio servizio a questa impostazione fondamentale ricevuta dal Poverello. Cerco di essere animatore del­la fraternità universale, stando vicino ai fratelli (nella misura del possibile!) e ascoltandoli: condividendone le gioie, le attese e le speranze, insieme al peso del­le sofferenze e della fatica. Un ministero, dunque: un servizio fraterno, fatto princi­palmente di condivisione.

Il professore Massimo Cacciari indivi­dua in San Francesco “l’origine del di­panarsi di narrazioni sulla coscienza e il destino europeo”. Quest’Europa che appare madre ma si rivela matrigna quanto può ritrovare nella figura del santo assisiate la sua vera identità?

Credo che Francesco di Assisi sia un modello di vita cristianamente vissuta - e pertanto autenticamente umana - che va al di là dei tempi e dei confini geografi­ci: la definizione più bella che mi viene in mente da applicare al santo di Assisi è quella di “fratello universale”. Quanto abbiamo bisogno della fraternità, in un mondo e una società come quella attuale sempre maggiormente segnata da par­ticolarismi, individualismi, egoismi… L’apertura di Francesco a ciascun uomo, anzi, a ogni creatura, come immagine vi­vente del Creatore ci invita a fare un salto di qualità, accogliendo l’altro con atteg­giamento materno. Parlando del rappor­to tra i frati, infatti, più di una volta il Poverello dice che essi devono prendersi cura uno dell’altro come una madre fa con i propri figli.

Che effetto fa al Padre Generale dei Conventuali sapere che l’attuale Pon­tefice ha scelto di chiamarsi France­sco, evidenziando, con questa deci­sione, di immaginare una Chiesa sul modello del Poverello d’Assisi?

La sera del 13 marzo 2013 sono stato colto da una sorpresa profonda, mista a una grande gioia e ammirazione. Al sen­tir pronunciare il nome di Francesco come nome scelto dal nuovo Papa ho pensato che qualcosa di storico stava per accadere. Questi anni di pontificato di Papa Bergo­glio hanno confermato questa sensazione iniziale: non si è trattato di una scelta di facciata, ma in quel nome c’è tutto il pro­gramma del nostro amato Papa. Per noi francescani, che ci fregiamo di continuare nel presente l’esperienza dell’Assisiate, la radicalità dell’esempio del Papa è un forte richiamo all’autenticità della nostra pro­fessione di vita. Rendiamo grazie a Dio, dunque, che ci ha dato questa salutare “scossa”, invitandoci a far rivivere con decisione il carisma che la Chiesa ci ha consegnato.

Il poverello d’Assisi a San Damiano udì la voce del Signore dirgli attraver­so l’icona del Crocifisso: “Francesco va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”. Quali sono le condi­zioni spirituali della Chiesa moderna? Quanto i francescani, sull’esempio del loro fondatore, fungono ancora oggi da riformatori?

Mi piace recuperare una bellissima e altrettanto nota affermazione del beato papa Paolo VI: il mondo contemporaneo (e, a fortiori, la Chiesa contemporanea) ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri lo fa per­ché sono testimoni. Credo che, al pari di Francesco d’Assisi, siamo chiamati non a denunciare e criticare dal di fuori le diverse “decadenze” della Chiesa, ma ad adoperarci con tutto noi stessi per la sua ricostruzione dall’interno. Al riguardo mi pare emblematica l’immagine giotte­sca del sogno di Innocenzo III, in cui si vede Francesco che sorregge il Laterano cadente ma con i piedi ben all’interno del­la struttura. Amare la Chiesa servendola e cambiandola con l’impegno di ciascuno di noi, nelle piccole o grandi missioni che abbiamo ricevuto.

Francesco fu sì un rivoluzionario ma non un estremista: noti sono infatti i suoi premurosi richiami all’intransi­genza devozionale di Santa Chiara e l’insistenza affinché i suoi frati man­giassero più carne per sostenersi, tutti segni di una volontà di cambiamento vissuto come una meravigliosa avven­tura più che come un sacrificio nichi­lista. Può la gioia di vivere di France­sco pervadere gli animi stanchi di tanti giovani delusi, e costituire un’ancora di salvezza nel mare del disfattismo la­vorativo ed esistenziale?

Mi permetto di correggere leggermen­te la prospettiva di base della domanda: non ritengo che Francesco sia stato un rivoluzionario, proprio per quanto ho poc’anzi affermato in relazione alla sua intenzione iniziale. Egli intendeva sem­plicemente vivere con serietà e radicalità il vangelo di Gesù Cristo! Si trattava di un programma assolutamente personale, modulato su una conversione che cambiò la vita di Giovanni figlio di Bernardone. L’esempio della sua vita provocò certa­mente molte conseguenze intorno a lui, e ben più oltre del raggio della sua azione. Ma, per ricuperare l’immagine di Paolo VI, San Francesco era un autentico testi­mone: mai volle essere maestro di nessuno È significativo il modo in cui conclude la propria esistenza, dicendo ai frati a mo’ di testamento: “Io ho fatto la mia parte, la vostra ve la insegni Cristo!”.

Nel 1219, nel pieno dei combattimen­ti della quinta crociata, Francesco in­contrò il Sultano al-Malik al-Kamil, un esempio di compromesso ancor pri­ma con se stessi che con il “diverso”. Perché oggi si preferisce perseguire la strada dello scontro religioso e cultu­rale che è inevitabilmente distruttivo, piuttosto che lavorare congiuntamente per realizzare la convivenza delle diffe­renze che è la scelta pacifica e salvifica per tutti?

Il dialogo, a qualsiasi livello, richiede umiltà e pazienza, capacità di ascolto e di­sponibilità a far spazio all’altro. France­sco era un uomo veramente libero, soprat­tutto da se stesso: questa profonda libertà interiore gli consente di andare incontro all’altro, anche se “nemico”, senza averne paura. Il sultano percepì la buona dispo­sizione del cuore di Francesco, che gli val­se l’amicizia e l’accoglienza del principe musulmano. Questo esempio è più che mai attuale, in una società come quella contemporanea in cui, a motivo della glo­balizzazione, gli incontri e gli scambi con i tanti “diversi da me” si moltiplicano a dismisura.

Il Cantico delle Creature, indubbio ma­nifesto del francescanesimo, è una poesia che ci invita ad accettare, con animo umile e sereno, tutto ciò che proviene da Dio, ma possiamo anche considerarlo un Protocollo di Kyoto ante litteram. Può il Canto d’amore di Francesco rappresentare un’indi­cazione concreta per scelte rispetto­se dell’ambiente e consapevoli della necessaria, e non più procrastinabile, salvaguardia del pianeta?

All’inizio e alla fine del Cantico di Frate Sole c’è il riferimento a Dio, “Altis­simo, onnipotente e bon Signore”: credo sia questa la vera chiave ermeneutica che ci aiuta a comprendere tutti i passaggi in­terni alla lirica sanfrancescana, evitando di ridurre il messaggio del testo a un sem­plice manifesto ambientalista o ecologista. Francesco amava e rispettava le creature perché in esse vedeva inscritta l’impronta del Creatore, non perché fosse panteista! Questa dimensione teologica del Cantico, che tra l’altro Francesco non ha inventato ma mutuato dalla teologia della creazione del libro della Genesi, è fondamentale per comprendere l’atteggiamento del Poverel­lo, evitando di trasformarlo in qualcosa che non era.

La Basilica di Assisi, da voi custodita, è il cuore palpitante di un sentire reli­gioso che ha smarginato tutti i confi­ni temporali della storia francescana, perché San Francesco è un santo del 1200 che ha perpetuato la sua mo­dernità attraverso i secoli. Voi sacri custodi di questo tempio come avete adeguato la vostra vita consacrata, l’accoglienza dei pellegrini, le varie ini­ziative religiose e laiche alle esigenze del tempo attuale?

Siamo consapevoli che la custodia del corpo mortale del nostro Serafico Padre è per noi un gran dono, ma anche una grande responsabilità. La gente giunge al “Colle del Paradiso” per incontrarsi con un testimone, che ha assunto sul serio gli impegni della vocazione cristiana ed è giunto a dire con autenticità: “mio Dio, mio tutto”. Noi frati minori conventuali siamo, per i pellegrini, la prosecuzione vivente di questa testimonianza: un com­pito che fa tremare le vene ai polsi! Cer­chiamo, nondimeno, di compiere questa missione con serietà e semplicità, offrendo ai pellegrini la possibilità di incontrarsi con il Signore e non solo con un museo di fantastiche opere d’arte. La comunità che vive nel Sacro Convento di Assisi, poi, of­fre ai pellegrini la possibilità di partecipa­re alla preghiera che scandisce le giornate dei frati, come pure cerca di rispondere ai molteplici bisogni e richieste (spirituali e materiali) che provengono dai pellegrini giunti da ogni parte del mondo.

Giovanni de Matha, fondatore dell’Or­dine Trinitario, nel 1209 ospitò a Roma, nel convento di San Tommaso in For­mis, Francesco d’Assisi e gli divenne amico. Al pari di Domenicani e France­scani sono all’origine dell’esperienza degli ordini mendicanti. Trova delle assonanze tra Trinitari e Francescani?

Certamente sì, e proprio nel richiamo presente nel nome dell’Ordine Trinitario: Francesco era un devoto ardente della Santissima Trinità, come emerge a più riprese nelle laudi e nelle preghiere che gli vengono attribuite. Nella comunione di amore che lega il Padre al Figlio nello Spirito Santo, vedeva il modello supremo e primigenio di ogni tipo di fraternità. I frati non si riuniscono perché condivido­no simpatie o progetti o chissà che altro: si riuniscono in fraternità perché chiamati a testimoniare al mondo quell’unione mi­stica che in Dio è eternamente presente e che tutti vivremo pienamente nella gloria del Paradiso. Mi pare, poi, che anche l’al­tra caratteristica propria del carisma tri­nitario, ovvero il servizio di liberazione, ha tratti di continuità con il carisma fran­cescano: come figli del Poverello, anche noi siamo chiamati a essere vicini a tutte le forme di povertà, cercando di alleviare le sofferenze di coloro che stanno più vici­ni al cuore di Cristo.

Quale messaggio di San Francesco consegnerebbe ai lettori al fine di ritro­vare, alla luce della spiritualità france­scana, un migliore senso della vita?

Riprendo le parole dei cosiddetto “pic­colo testamento di Siena”: amore a Dio, amore alla madre Chiesa, amore ai fratelli. Sembrano cose scontate e banali: ma su questa “banalità” si gioca tutta l’essenza del nostro essere cristiani e consacrati! Ci aiuti il Signore a essere autentici seguaci del Figlio suo Gesù Cristo, nella luce del­lo Spirito Santo. Il Signore vi dia pace!

 di Vincenzo Paticchio
in collaborazione con Maria Rosaria Contaldo

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