PADRE SAVERIO CANNISTRÀ

TEOLOGO ED ESPERTO DI FILOLOGIA
Padre Saverio (Antonio Gennaro) Cannistrà del Sacro Cuore è nato a Catanzaro il 3 ottobre 1958. Dopo gli studi di Filologia alla Scuola Normale di Pisa, ha lavorato per le Edizioni Einaudi. È entrato nel noviziato della Provincia italiana di Toscana dellOrdine dei Carmelitani Scalzi nel 1985, ha pronunciato la Professione perpetua nel 1990 ed è stato ordinato sacerdote il 24 ottobre 1992. Dottore in Teologia Dogmatica presso l’Università Gregoriana di Roma, è membro dellAssociazione Teologica Italiana (area settentrionale) ed ha partecipato a numerosi congressi dellOrdine. Conoscitore di varie lingue, ha insegnato nella Facoltà di Teologia del Teresianum e nella Facoltà di Teologia dell’Italia centrale, nella sede di Firenze. Nel 2008, Padre Saverio è stato eletto Superiore provinciale dal Capitolo Provinciale di Toscana. Il 20 aprile 2009 è stato eletto Preposito Generale del Carmelo Teresiano dal 90° Capitolo Generale a Fatima ed a maggio scorso è stato confermato dal Capitolo di Avila per il prossimo sessennio

 

Noi Carmelitani Scalzi... La contemplazione radicata nella storia

La cita anche lui nell’intervista. Teresa d’Avila, fondatrice in­sieme con Giovanni della Cro­ce dell’esperienza religiosa dei Carmelitani Scalzi, amava ripetere: “cominciare sempre”. Da qualche mese è ricominciata anche per lui una nuova avventura, Padre Save­rio Cannistrà è stato rieletto, anche per il prossimo sessennio, Preposito Generale di un Ordine che oggi con­ta più di 600 Case sparse in tutto il mondo con quasi quattromila reli­giosi. “Dopo il Concilio Vaticano II - spiega Padre Saverio a sottolineare la spinta evangelizzatrice che muo­ve anche i contemplativi - l’Ordine ha conosciuto un grande sviluppo apostolico e missionario. Tutto ciò fa parte oramai della nostra storia e della nostra identità. Nessuno può, né vuole tornare indietro”.

Padre Saverio, dalla prima elezione a Preposito generale nel 2009 a quella del maggio scorso per il prossimo sessennio, qual è il fil rouge program­matico che la lega al passato e che utilizzerà per tessere la trama delle sue azioni future all’interno dell’Ordi­ne? Come la vostra famiglia religiosa vive l’Anno della vita consacrata?

Al centro del programma che abbia­mo cercato di tracciare in questi anni c’è la questione dell’identità e della specifi­cità del carisma carmelitano-teresiano. Nello scorso sessennio la preparazione al quinto centenario della nascita di Santa Teresa ci ha aiutato a prendere coscienza dell’immensa ricchezza della sua eredi­tà. Abbiamo riletto comunitariamente i suoi scritti in tutti i conventi, monasteri e fraternità dell’Ordine Secolare. L’in­tenzione non era solo di conoscere me­glio la dottrina e l’esperienza della Santa Madre, ma anche di rivedere la nostra attuale maniera di vivere alla luce del suo insegnamento. Il rischio che spesso corriamo nella vita consacrata è l’appiat­timento della specificità carismatica in una ministerialità generica. Così facen­do pri­vi del nostro contributo più specifico. Per il Carmelo teresiano, questo significa so­prattutto il bisogno di rimettere al centro la vita di comunità e la vita di preghiera. È quanto vogliamo continuare a fare in questo sessennio anche attraverso una ri­lettura dei nostri testi legislativi, in vista di una loro possibile revisione.

Da Fatima ad Avila, nella terra della “Santa Fundadora” riparte la sua mis­sione. Verso quali nuovi lidi spirituali personali lei spera che la conduca que­sta nuova chiamata?

In questi giorni sto lavorando al tema della “paternità”, e questo probabilmente influenza la mia risposta. Vedo quanto è difficile oggi essere padri, sia nella fami­glia naturale, sia nella vita della Chiesa. Bisogna fare seriamente i conti con se stessi, con la propria storia, con l’eredità che si è ricevuta, se si vuole essere anel­li di una tradizione viva. Forse è proprio questa la faticosa grazia connessa all’uffi­cio che mi è stato affidato dai confratelli.

Il profeta Elia, Santa Teresa d’Avila, San Giovanni della Croce, punti di rife­rimento della vostra spiritualità, ci han­no rivelato una visione non disgiuntiva e contrapposta dell’esistenza contem­plativa, come un fecondo utero mater­no, preludio necessario per la vita at­tiva. Ma in una dimensione meno alta come può l’uomo moderno, come dice Santa Teresa, “concordare questi due contrari”, cioè Dio e il mondo?

La frase che Lei cita, tratta dal capitolo 7 della Vita, descrive un momento di cri­si nel percorso di Teresa, quando si rende conto di vivere quella che Papa Francesco definirebbe come “mondanità spirituale”. Su questo Teresa, come Giovanni della Croce, sono evangelicamente radicali: non si può condividere una mentalità mondana e al tempo stesso pretendere di compiere un cammino spirituale. Se però per mondo intendiamo piuttosto la storia, il tempo in cui ci è dato di vivere, allora non c’è dubbio che Teresa e Giovanni ci hanno insegnato una forma di contem­plazione saldamente radicata nella storia, tanto in quella personale (il conoscimento di sé), quanto in quella collettiva. La pre­ghiera o la contemplazione sono modi di vivere più in profondità la storia, non di evadere da essa.

“Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremo­to, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Si­gnore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera” (1Re 19,11-13). Anche oggi il Signore passa nelle nostre vite, scosse dai venti della mondanità, distrutte dai terremoti delle eresie, bruciate dalle seduzioni lucife­rine, come e dove può l’uomo riposare l’anima e sentire il sussurro della leg­gera brezza divina?

Teresa ha posto alla base di un serio cammino spirituale tre virtù fondamen­tali: l’amore fraterno, il distacco e l’umil­tà. Penso che questi tre atteggiamenti ci dispongano a cogliere la presenza di Dio, a percepirne il passaggio e a gustarne la bontà e bellezza. Ovviamente, bisogna continuare tutta la vita a lavorare su se stessi per diventare davvero capaci di amore fraterno, di distacco (specialmente da se stessi) e di vera umiltà.

San Giovanni della Croce ha scritto “Non far cosa, né dir parola importan­te, tale che Cristo non farebbe e non direbbe, se si trovasse nello stato in cui sei tu, e avesse l’età e la salute che tu hai”. Cosa pensa che farebbe o di­rebbe Gesù Cristo se fosse neoeletto Preposito Generale dei Carmelitani?

È una domanda particolarmente diffi­cile, ma provo a rispondere pensando che Gesù farebbe e direbbe tutto per amore. Ma l’amore di Gesù non è sentimento, de­vozione, moralismo. È un incontro perso­nale in cui Gesù ci chiede di consegnarci nelle sue mani, anche se siamo, o proprio perché siamo feriti, peccatori, malati. Solo le sue mani infatti ci possono curare. In questo senso, Gesù non è un “buonista”. Ci richiama fortemente a non fuggire dal suo amore, con una passione che solo i mistici hanno colto in tutta la sua forza. Io credo che Gesù farebbe queste due cose: continuare a propagare la gioia del vange­lo, la buona notizia dell’amore del Padre, ma anche combatterebbe con forza ciò che più si oppone a tale amore: l’ipocrisia, la superbia, l’autosufficienza, il cinismo…

Nel 500° anniversario della nascita di Santa Teresa ci sarà, il prossimo 18 ottobre, la canonizzazione dei genitori di un’altra santa carmelitana, Santa Te­resa di Gesù Bambino. Una felice coin­cidenza d’eventi che esalta la feconda prole dei figli del Carmelo, dalla quale emerge prepotente il dato sull’impor­tanza della famiglia. Quale augurio per il fondamento della società, terreno fertile di santità che, nelle migliori del­le ipotesi è ormai disgregata e nei casi estremi si vuole destrutturare e rifor­mulare secondo ipotesi lontane dalla Chiesa?

Il Carmelo teresiano si è sempre pen­sato come famiglia, sul modello della famiglia di Nazareth. Teresa ha voluto piccole comunità, nelle quali ci si potesse conoscere, incontrare, dialogare e amare per davvero. Forse è proprio questa la te­stimonianza e l’augurio che il Carmelo può donare alla famiglia, a qualsiasi fa­miglia in questa occasione ecclesiale così importante: che siano luoghi di conoscen­za reciproca, di dialogo, di condivisione, nei quali le persone possano sentirsi com­prese e così possano crescere e maturare. Mi pare che ciò che di più uccide la vita spirituale e umana di una famiglia (ma anche di una comunità religiosa) sia pro­prio la freddezza dei rapporti, che si ridu­cono spesso a comunicazioni funzionali, che non impegnano il cuore.

Ricordando la nascita di Santa Te­resa d’Avila, Papa Francesco ha volu­to che sulla medaglia commemorativa del suo terzo anno di pontificato ci fos­se l’immagine della Santa spagnola. Qual è oggi l’insegnamento di questa modernissima religiosa e mistica, dal 1970 dottore della Chiesa?

Mi piace molto ciò che scrisse il beato Paolo VI nel decreto Multiformis Sa­pientia Dei, con cui dichiarò Teresa dot­tore della Chiesa: “Il centro della dottrina spirituale di Teresa è Cristo che rivela il Padre, ci unisce a lui e ci associa a sé… l’umanità di Cristo assume intimamente l’uomo che a lui interamente si affida, nel mistero della sua morte, risurrezione e vita gloriosa presso il Padre. Per questo l’umanità sacratissima di Cristo com­prende ogni nostro bene e salvezza”. A mio parere, l’attualità di Teresa sta essen­zialmente in questo richiamo al Cristo che vive in me e che condivide tutta la mia vita, perché uomo come me.

Il modello di vita dei due grandi mistici del 1500 rivela oggi un’attualis­sima forza pedagogica. San Giovanni della Croce infatti ha dimostrato da subito una particolare predilezione per i giovani, sostenendo la necessità dell’impegno, del rigore e della rinun­cia, non nel senso di cieca abnegazio­ne ma consapevole promozione di sé. Quanto il suo esempio può aiutare i ragazzi d’oggi naufraghi nel mare del relativismo a salvarsi aggrappandosi all’ancora della teresiana “determinata determinazione” affinché possano di­ventare “ciò che devono essere?”.

Sociologi e psicologi di oggi constata­no come si stia spegnendo il desiderio nei giovani. Il desiderio, invece, è il motore di vite come quelle di Teresa e di Giovanni della Croce: desiderio di vita, desiderio di pienezza, di esplorare fino in fondo gli spazi dello spirito. Alla tensione del de­siderio oggi si va sostituendo una cultu­ra del relax, del piacere a basso regime, dell’emozione passeggera e superficiale. Parrebbe che nella nostra società la fati­ca o ascesi sia ammessa solo nell’ambito dell’allenamento fisico o dello sviluppo di capacità tecniche, professionali. Ma la persona come tale, la sua umanità viene lasciata in qualche modo alla deriva del consumo istantaneo. Non si può dire sì a tutto, senza discernimento. Senza dubbio, abbiamo sulle spalle una grave responsa­bilità formativa nei confronti delle nuove generazioni, che non sempre assumiamo con serietà e impegno.

Dal XIII secolo ai giorni nostri, pur nella ferrea custodia del pulsante cuo­re spirituale dell’Ordine, tanti sono sta­ti i mutamenti strutturali e organizzati­vi. Lei pensa che le sfide che attendono l’uomo possano produrre mutamenti della fisionomia dei Carmelitani? Quali sono i più importanti terreni d’impegno apostolico?

Teresa ha una bella espressione a que­sto proposito, dice che dobbiamo “inco­minciare sempre”. In effetti, non c’è che una possibilità di futuro per la vita reli­giosa tradizionale, e cioè quella di assu­mere in modo creativo le sfide del tempo presente, reincarnando la propria identi­tà in forme continuamente nuove. Negli anni dopo il Concilio Vaticano II fino a oggi l’Ordine ha conosciuto un grande sviluppo apostolico e missionario. Tutto ciò fa parte oramai della nostra storia e della nostra identità. Nessuno può, né vuole tornare indietro. Ma oggi la sfida a mio parere più impegnativa è quella che ci chiede di scendere in profondità, di rima­nere fermi e ascoltare, di preparare lun­gamente parola e azione. In questi giorni leggevo un famoso sonetto che John Mil­ton scrisse sulla sua cecità; l’ultimo verso dice così: “Anche coloro servono, che solo stanno e attendono”. Mi pare che abbia­mo bisogno di ritrovare questa idea più ampia di “servizio”.

In che misura, invece, i Carmelitani possono migliorare la fisionomia del mondo e l’esistenza degli uomini?

In quanto famiglia contemplativa, il Carmelo dovrebbe aiutare l’uomo di oggi a pensarsi più altamente e più liberamen­te. L’uomo oggi, direbbe Giovanni della Croce, “pensa bassamente di se stesso”.

Quali cambiamenti il mondo deve affrontare e avere il coraggio di attuare per superare la giovannea “oscura not­te dello spirito”?

Non so quali cambiamenti il mondo dovrebbe affrontare. L’ultima Enciclica del Papa dà molte indicazioni concrete su come il nostro modo di vivere e di pensare dovrebbe cambiare se vogliamo che la casa comune sia custodita e rimanga un luogo vivibile. Si tratta di riscoprire alcune cose essenziali, elementari, che tuttavia sem­brano sfuggirci. Ma senza di esse è im­possibile acquisire l’unica cosa che vera­mente conta, e cioè una sapienza di vita.

 di Vincenzo Paticchio
in collaborazione con Maria Rosaria Contaldo

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