PADRE JOACHIM REGO

25° SUPERIORE GENERALE DEI PASSIONISTI. ALLA GUIDA DAL 2012
Padre Joachim è il primogenito di George Rego e Celina Pinto. È nato in Birmania il 16 agosto 1954. In seguito la famiglia si trasferì in Australia. È entrato nel Noviziato Passionista a Glen Osmond, in Australia della Provincia dello Spirito Santo nel 1974 e ha professato i primi voti come passionista nel 1976. È stato ordinato sacerdote nel 1981. Dopo l’ordinazione ha svolto vari ruoli nella Provincia. È stato Parroco, Direttore degli studenti, maestro dei novizi, Direttore della casa di esercizi, ecc. È stato Vicario Regionale in Papua Nuova Guinea per due mandati: 1995-1999 e 1999- 2003. Superiore provinciale dal 2011 al 2012. È stato eletto 25° Superiore Generale della Congregazione durante il 46° Capitolo Generale della Congregazione nel mese di ottobre del 2012. Oggi i Passionisti nel mondo sono 1958 sparsi in 361 comunità religiose. Di cui 11 vescovi e 1572 sacerdoti (dati aggiornati ad agosto 2015).

 

Missionari dell’amore di Dio Con la passione e la croce sulle strade del mondo

“Aamo la mia Congrega­zione e amo i religiosi che sono chiamato a guidare. Significa tan­to, perché la vedo molto come una “chiamata”, sia da parte dei fratelli di Congregazione che da parte di Dio, per esser loro guida in questo tempo”. Così Padre Joachim Rego prova a sintetizzare la nuova voca­zione e il nuovo servizio che dall’ot­tobre del 2012 impegna per intero la sua vita di religioso. E poi parlando del ruolo della sua Congregazione nel terzo millennio: “la nostra mis­sione nella Chiesa, come Passioni­sti, sia il mantenere viva la memo­ria dell’amore di Dio così come lo si vede all’opera e viene mostrato nella Passione di Gesù”. Un ottimo programma che proietta i Passionisti nel futuro con le radici ben salde nel carisma originario.

Padre Joachim, quando e perché ha scelto di diventare passionista?

Se penso al “quando” posso dire che io sono emigrato dal mio paese, la Bir­mania, in Australia nel 1969; ero un ragazzo di quindici anni allora. E sin da quando ero un bambino avevo sen­tito il desiderio di diventare prete. Per­ciò quando arrivammo in questo nuovo paese che era l’Australia, quel desiderio era ancora lì. E proprio quando stavo per finire i miei studi, il direttore per le voca­zioni dei Passionisti venne a farci visita a scuola. Il caso volle che io vivevo già in una parrocchia servita dai Passionisti. Per questo andai a conoscere i Passio­nisti e decisi che volevo essere un prete dentro quella Congregazione. Natural­mente a quel tempo io non sapevo un granché per quanto riguarda la differen­za tra la vita religiosa e quella dei preti diocesani. Era il 1972 quando entrai nel seminario dei Passionisti per iniziare la mia formazione. È difficile dire ora per­ché scelsi di diventare un Passionista. Mi sentivo attratto dallo stile di vita dei religiosi che avevo incontrato. Non pos­so dire che avessi colto molto della spi­ritualità a quel tempo, ma era - per così dire - la vita concreta di quei religiosi che avevo visto e pensai che era una vita “buona”, come quella di chiunque altro del resto.

Cosa vuol dire per lei guidare una Congregazione religiosa così presen­te nel mondo? Come vive questa mis­sione speciale?

Significa tanto. Mi pone in una si­tuazione molto privilegiata. Amo la mia Congregazione e amo i religiosi che sono chiamato a guidare. Significa tanto, per­ché la vedo molto come una “chiamata”, sia da parte dei fratelli di Congregazione che da parte di Dio, per esser loro guida in questo tempo. Porto avanti la mia mis­sione in gran parte “fidandomi”: fidando­mi sia di Dio che dei miei fratelli. E an­che delle mie sorelle, ovviamente, perché come capita per molti Istituti, anche noi abbiamo un movimento ben più ampio della semplice congregazione maschile che guido. Ci son le suore e ci sono i laici, tutti coloro che noi poniamo sotto la denomina­zione di “Famiglia Passionista”.

Sta per concludersi l’Anno della vita consacrata. In che maniera l’avete vis­suta voi Passionisti? Lungo quali linee avete camminato in questo tempo san­to?

Molto è stato lasciato alle singole co­munità o aree geografiche, in modo che po­tessero celebrarlo secondo la loro specifica modalità culturale. Ma all’inizio dell’An­no della Vita Consacrata, ho scritto a tutta la Congregazione per invitarli a vivere con impegno quest’anno come un tempo di ri­flessione. E ho chiesto loro che questo fosse un anno di “rinnovamento” nella nostra vocazione alla vita consacrata. Li ho in­coraggiati a riflettere sul significato della chiamata e della missione come religiosi; a farlo personalmente, ma anche a condi­videre gli uni con gli altri nella comunità questa riflessione. Ho cercato di ricordare loro - perché personalmente ne son con­vinto - che questo non deve essere un tem­po per leggere o per scrivere qualcosa di nuovo sulla vita religiosa. No. È un tempo per condividere e per provare a riaccende­re quel fuoco originale che ognuno aveva percepito nell’ascoltare per la prima volta la chiamata di Dio. Io spero che nelle varie parti della Congregazione e attraverso an­che le molte iniziative che son state offerte dalle Diocesi e dalle Conferenze dei Reli­giosi, questo sia realmente avvenuto. Ma ancora è presto per fare un bilancio finale. Come Congregazione, a livello di governo generale, abbiamo incoraggiato la rifles­sione e la preghiera con la pubblicazione di qualche documento o provocazione sul nostro sito web, sperando che fosse come una scintilla per riaccendere quel fuoco di cui parlavo prima.

San Paolo della Croce, il “più grande apostolo della passione”, che nell’isti­tuzione della sua Congregazione, as­sieme ai tre voti canonici, ha aggiunto il quarto che riguarda la propagazione della devozione alla Passione di Gesù, quale messaggio di forza evangelica porta in un tempo in cui la morte del Figlio di Dio continua ad essere, come scrive San Paolo Apostolo, “scandalo e stoltezza”(1 Cor. 1, 22-24)?

La morte del Figlio di Dio, la morte di Gesù, se la si considera senza aver la fede che Gesù è il Figlio di Dio e senza capire per nulla che questo era il modo con cui Dio stesso stava donando se stesso, la sua vita e dimostrando il suo amore e mise­ricordia per ogni persona, allora rimane - come diceva S. Paolo - solo scandalo e stoltezza. Storicamente in tal caso si ve­drebbe solo l’ennesimo essere umano cru­delmente ucciso con la crocifissione dai Romani. Ma per noi e per coloro che cre­dono diventa allora potenza e sapienza di Dio. Il nostro Fondatore, San Paolo della Croce, ci ricordava sempre che la morte di Gesù non solo non è stoltezza o scandalo, ma è anzi l’amore di Dio, “la più stupenda opera dell’amore di Dio”.

In passato il segno delle missioni po­polari era testimoniato dalle numero­se croci-ricordo poste lungo le strade dell’Italia e del mondo, e che ancora oggi sembrano riscrivere simbolica­mente la passione di Cristo, sul gran­de libro della terra. Nel presente con le vostre azioni di apostolato incidete nei cuori degli uomini e delle donne croci invisibili che trasformano le loro esi­stenze. Dove, in futuro sarà necessario erigere croci come segni di cambia­mento e vittoria sulle miserie umane?

Penso che la nostra missione nella Chiesa, come Passionisti, sia il mantene­re viva la memoria dell’amore di Dio così come lo si vede all’opera e viene mostrato nella Passione di Gesù; noi continuiamo a voler erigere le croci nella “memoria” del­la gente, come un qualcosa che si imprima dentro il cuore e non venga mai dimenti­cato. San Paolo della Croce infatti diceva che un gran numero delle “malattie” della nostra società, un gran numero di peccati, un gran numero di ingiustizie e miserie umane e così via, son causate dalla no­stra dimenticanza dell’amore di Dio per noi. Guardare alla Croce di Gesù e tenere quella croce impressa nella nostra memo­ria. In ogni nostra azione pastorale come passionisti (sia che avvenga predicando, o insegnando in una scuola, o facendo la­voro pastorale in una parrocchia, o dando la direzione spirituale ecc…) ciò che cer­chiamo è di imprimere nella memoria della gente è questo segno della croce, che serve a ricordare sempre alla gente ciò che esso realmente significa: il fatto che Dio ti ama davvero in profondità.

Le vostre missioni non rappresentano solo un momento di speciale catechesi ma sono una straordinaria e indimenti­cabile avventura dell’anima. Le chiedo Padre, se e come è cambiata, nella for­ma o nella sostanza, la predicazione sia di voi passionisti, alla luce delle indica­zioni di San Giovanni Paolo II, che nel corso del suo pontificato ha promosso la “nuova evangelizzazione?”

In realtà, io non sono stato formato e non ho vissuto in quel tempo in cui la no­stra predicazione delle missioni (come tut­ta la predicazione in genere) era davvero uno scagliare “tuoni e fulmini” dal pul­pito. Era una predicazione che finiva per trasmettere la paura alla vita della gente. L’impressione che mi son fatto dai raccon­ti che ho sentito sul come erano soliti pre­dicare i nostri confratelli Passionisti nel passato, è quella che si era convinti che quanto più la gente avesse provato pau­ra di Dio, tanto più si sarebbe convertita. Cambiare vita per paura di Dio! Certo, forse questa era la teologia in quel tempo. Ma non lo è più. Certamente durante il pontificato di S. Giovanni Paolo II, scru­tando i segni dei tempi e ascoltando ciò che la gente sta cercando, nella Chiesa si è compreso che la gente non risponde più a questa sorta di “paura”. La gente sta cer­cando un buon e sostanzioso alimento, per la riflessione e per la conversione. Questo è ciò che la nuova evangelizzazione com­porta: trovare nuovi modi di predicare. E penso proprio che nella nostra Congrega­zione non ci siano più religiosi che predi­cano secondo quel vecchio stile. Forse ce ne sarà qualcuno, ma in genere no. La teo­logia certamente è cambiata. Il nostro stile è senz’altro cambiato in forma e sostanza. I nostri religiosi continuamente sono alla ricerca di nuove forme di predicazione che siano rilevanti e abbiano senso per la gen­te di oggi.

Nella sua esperienza di vita, arricchi­ta da numerosi viaggi ed esperienze e dai contatti con tante differenti realtà, ha riscontrato in alcune popolazioni o in qualche parte del mondo una parti­colare devozione verso la croce e per questo Gesù appassionato di un uomo spesso ingrato e irriconoscente?

In molti dei luoghi dove finora sono stato ho visto un grande amore per Gesù sulla croce. Lo vedo in modo molto visibi­le. Ciò che c’è poi nel cuore delle persone, deve essere senz’altro qualcosa di ancora più grande e profondo. Per esempio, io vengo dall’Australia e l’Australia è un pa­ese molto secolarizzato, molto più dell’Ita­lia. Ma quando giunge il Venerdì Santo, il giorno della morte di Gesù in croce, per la commemorazione della passione di Gesù, le chiese sono piene di gente. E le persone sono presenti e partecipano sinceramente al ricordo e alla celebrazione della morte di Gesù. Lo si percepisce. Questa è una na­zione, ma io lo vedo continuamente quan­do viaggio in molte altre nazioni. Ora sto vivendo a Roma e praticamente quasi ogni giorno esco per fare una passeggiata. e molte volte mi infilo nelle varie chiese che incontro e sto lì a pregare. Vedo davve­ro molti turisti entrare. Alcuni sono cri­stiani e cattolici, altri no. Ma tanto spes­so vedo gente - ed è meraviglioso notare che molti sono giovani - che sono attratti e vanno a vedere ogni cappella che abbia una crocifissione. Li puoi vedere pregare, fare qualche gesto di devozione per ciò che Dio ha fatto per loro (a volte anche solo accendendo una candela). Veder questo, mi colpisce sempre. Io davvero non credo che ci sia molta gente che mostra ingrati­tudine alla croce di Cristo. Al contrario, mi stupisco sempre di vedere quanta più gente sia invece grata a Gesù. Forse i non cristiani non vedono in lui il Figlio di Dio, ma solo un uomo buono che ha dato la vita per noi. Ma mostrano comunque ricono­scenza.

Papa Francesco nell’indire il Giubileo straordinario per l’anno prossimo ha ribadito che “… siamo stati salvati nel mistero della morte e risurrezione del Signore Gesù. Lui è il Riconciliatore, che è vivo in mezzo a noi per offrire la via della riconciliazione con Dio e tra i fratelli … E la misericordia di Dio si è riversata in noi rendendoci giusti, do­nandoci la pace”. Pensa che, in que­sto straordinario evento che ci atten­de, laici e religiosi riusciranno, come esortava San Paolo, “a tenere accese le lampade della fede, della speranza e della carità, cioè a vivere alla presenza di Dio”?

Il Giubileo della Misericordia è un’i­dea meravigliosa, un’occasione meravi­gliosa nella storia della Chiesa. Sappiamo che questo sin dall’inizio è stato uno dei punti chiave del suo pontificato: indicare alla gente l’amore e la misericordia di Dio. Lo ha fatto perché nel leggere i segni dei tempi ha percepito che - come disse una volta - la Chiesa è un ospedale di campo, sta soffrendo. Io amo dire che la Chiesa è la gente stessa che sta soffrendo in molti modi. Soffre perché, come dicevo prima, vive dentro una società che non promuove la fede in Dio, vive in un contesto di as­senza di Dio. Soffre per varie situazioni che stanno ancora accadendo: guerre, lot­te, razzismo, disuguaglianze, ingiustizie, miseria, paura. C’è gente che scappa dai propri paesi, rifugiati, cercano asilo, per paura delle persecuzioni. Questo è molto attuale per noi. Papa Francesco, ascoltan­do lo Spirito e vedendo questo, ci provoca e ci chiede: “Qual è la nostra testimonian­za? Che cosa ci viene chiesto di fare?”. E ci indica ciò che è definitivo: torna a Dio, ricevi la sua misericordia, lasciati raffor­zare da essa. Non riceverla solo per te, ma donala. Dona misericordia agli altri. È una grande sfida. Ovviamente, ogni conversione deve iniziare da se stessi. Ci deve essere un impegno personale, durante quest’anno, per far qualcosa che permetta di apprezzare l’amore di Dio e la sua misericordia e permetta anche di dare misericordia e dare la vita per gli altri. È una grande opportunità.

In che modo i Passionisti intendono ri­spondere all’appello del Santo Padre: “ero straniero e mi avete ospitato?”. È la prima opera di misericordia che Francesco propone alla Chiesa univer­sale alla vigilia dell’Anno Santo della misericordia. Aprirete i vostri conventi alla povera gente in fuga da terre mar­toriate dalla guerra e dalla povertà?

Io parlo anzitutto per me stesso. Mi son sentito molto toccato, mosso e pro­vocato da quanto accadeva ancora prima che il Papa chiedesse qualcosa. Queste cose stanno succedendo proprio attorno a noi. Noi continuiamo a vivere la nostra vita nel confort, vivendo bene e facendo il nostro lavoro (che spesso diventa rou­tine). Come si può vivere nel mezzo di così tanto dolore, sofferenze e ingiustizia e così via, tenendo gli occhi chiusi e senza che il cuore se ne senta commosso? Qual­che volta ci riusciamo vivendo però con la sensazione di avere la coscienza sporca. Io mi sono sentito molto toccato da quan­to sta succedendo. Il Papa è uscito allo scoperto e ha lanciato la provocazione a tutta la chiesa, comprese le congregazioni religiosi, chiedendo loro di mostrare qual­cosa di concreto: compassione concreta, una solidarietà concreta, una preoccupa­zione concreta. Questo colpisce a fondo. So che questo non solo ha toccato me, ma anche molti dei miei fratelli passionisti. Ci stiamo pensando. Dobbiamo fare qual­cosa senz’altro. Ieri, il superiore di questa casa in cui vivo ora, che è la casa genera­lizia, mi ha detto: “Padre, pensa che dob­biamo fare qualcosa qui in questa casa?”. Gli ho risposto: “Sì, penso proprio che dobbiamo farlo”. E allora mi ha detto che ne avrebbe parlato alla comunità. Certo, la comunità ne deve parlare, devono af­frontare questa sfida e confrontarsi con le loro proprie coscienze e deve giungere a dare una risposta, qualsiasi essa sia. Io spero che tutte le nostre comunità in tutta la Congregazione faranno lo stesso. È mia intenzione chiederlo ufficialmente nel corso del Sinodo Generale della Con­gregazione, ormai imminente. So che molto già si sta facendo in diverse parti della Congregazione, perché c’è gente che soffre ed è nel bisogno anche in altre par­ti del mondo in cui siamo presenti come Congregazione. La provocazione è stata posta. Non possiamo accontentarci di parlarne, rifletterci sopra e poi aspettare che siano gli altri a fare qualcosa, mentre noi non facciamo nulla!

Alla luce delle difficili realtà che vi­viamo sembra che l’uomo abbia at­traversato la storia senza imparare la lezione che scaturisce dalla croce santa, sino al punto che continua a crocifiggere Gesù Cristo nei tanti figli meschinamente traditi, ingiustamen­te accusati, crudelmente flagellati e impietosamente condannati a morte da una società che non si sa prende­re cura di loro. Perché questo errore umano si perpetua nei secoli?

Questa domanda è davvero molto “passionista” perché fa parte della nostra comprensione del mistero della croce la convinzione che la passione di Gesù non è solo un qualcosa che avvenne duemila anni fa sul colle del Calvario. Noi cre­diamo che la passione di Gesù che porta alla risurrezione, continua lungo tutte le epoche, lungo la storia, nella sofferenza della gente. Perché questo continua a succedere? Perché l’essere umano è così disumano con i suoi simili? Credo che tutto sia legato alla nostra peccamino­sità; al desiderio di essere dominatori, al desiderio di avere il potere sugli altri. Dà grande soddisfazione quando possia­mo opprimere qualcun altro: ti fa sentire che hai potere, che domini la loro vita. Dal modo in cui trattiamo l’altra gente, dalle disuguaglianze, dalle ingiustizie, dall’indifferenza, dal vivere con paura degli altri, specialmente quando l’altro è diverso da me, si capisce quanto siamo dentro questa condizione di peccamino­sità. Dobbiamo vivere tenendo sempre davanti agli occhi la richiesta di Gesù di amare gli altri come ci ha amato lui, cosa che non è facile. Questa è anche la grazia di questo Giubileo della Misericordia: te­ner sempre presente la chiamata di Dio a tornare a lui, per esser salvati. Questo ci condurrà ad alleggerire la croce della gente, in cui si rinnova la crocifissione di Gesù. Dio continuamente ci benedice con la grazia della conversione. Il messaggio passionista è proprio nel mantenere viva la memoria della passione: non dimen­ticare che Dio ti amato tanto da donare il suo Figlio per te. Dio è misericordia, è compassione, ti capisce, perciò cambia la tua vita, convertiti, rinnova te stesso.

Concludiamo non con una domanda ma con una richiesta: ci consegni una frase, un messaggio, una preghiera che caratterizza le vostra spiritualità, e che possiamo piantare come seme di resurrezione nei giardini delle nostre Passioni personali?

La frase che spontaneamente mi vie­ne in mente è quella che possiamo anche considerare il motto della nostra Congre­gazione: “Che la passione di Gesù Cristo sia sempre nel nostro cuore!”. Questo è il modo con cui noi Passionisti viviamo la nostra vita, nel ricordare la passione come segno e prova dell’amore di Dio per noi. Che Dio ci conceda di non dimenti­carci mai di questo.

 di Vincenzo Paticchio
in collaborazione con Maria Rosaria Contaldo

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