PADRE PABLO ORDOÑE

MINISTRO GENERALE DEI MERCEDARI, NELLA CHIESA DAL 1218
L’Ordine della Mercede è una famiglia religiosa fondata da un mercante spagnolo, San Pietro Nolasco, per la redenzione degli schiavi, catturati dai musulmani, che si trovavano in pericolo di perdere la fede cristiana. Il nome “Mercede” viene dallo spagnolo, e significa “misericordia”. Il nome è radicato nella tradizione dei Mercedari che hanno sempre creduto che il mercante Pietro Nolasco abbia fondato l’Ordine su ispirazione della Madonna, che si è presentata a lui come “Madonna della Mercede”, cioè della misericordia, che mossa a compassione per la situazione degli schiavi cristiani che erano in pericolo di perdere la fede nel suo figlio Gesù gli ha chiesto di andare a liberarli. In obbedienza a questa ispirazione Pietro Nolasco fonda l’Ordine della Mercede il 10 agosto del 1218. Lungo i secoli l’Ordine della Mercede ha sempre rivolto il proprio sguardo alle diverse forme di schiavitù, cercando di andare incontro a coloro che si trovavano privati della possibilità di vivere dignitosamente e liberamente la propria fede, e non vedevano riconosciuta la propria dignità umana.

 

La mia vita per la tua libertà. È questa la missione dell’Ordine della Mercede

Trinitari e Mercedari sono due ordini religiosi associati nel cammino di santità dalla scelta dei consigli evangelici. Ma questa opzione, a sua volta, non li rende diversi dalle altre famiglie di consacrati. Ciò che, invece, li “avvi­cina” di più, pur avendo alle spalle storie diverse, è la passione per l’uo­mo schiavo, progioniero, escluso, privo delle sue libertà. Non a caso entrambi gli ordini partecipano all’Osservatorio sulle nuove schia­vitù di recente costituzione. Anche Papa Francesco è contento di que­sta preziosa collaborazione e a loro, Mercedari e Trinitari, qualche mese fa durante un’Udienza generale ha chiesto di non risparmiarsi in questa missione “anche rischiando la vita, se necessario, per i nuovi schiavi, come i loro fondatori sognavano”. Ne parliamo con Padre Pablo Or­doñe, Ministro Generale dell’Ordine della Mercede.

Padre Pablo, i Mercedari rispetto ad altre famiglie religiose professano un voto in più, il voto della Redenzione. Ha ancora un senso nel terzo millen­nio?

Sì, i Mercedari, oltre ai voti di casti­tà, povertà e obbedienza, comune ad altri ordini e congregazioni, assumono libera­mente e volontariamente un quarto voto, il voto della redenzione, espresso espli­citamente in tal modo: “per compiere la missione redentrice, guidati dalla carità, ci dedichiamo a Dio con un voto ulte­riore, chiamato della Redenzione, per il quale ci impegniamo a dare la vita come ha fatto Cristo per noi, se necessario, per salvare i cristiani che sono in estremo pericolo di perdere la loro fede a causa di nuove forme di schiavitù”(Com 14). Leggendo attraverso gli occhi della fede i segni dei tempi, le nostre Costituzioni prevedono nuove forme di schiavitù in cui la libertà dei figli di Dio è minacciata e nella quale si determinano le seguenti condizioni: “È opprimente e degradante per la persona umana”; nasce da princi­pi e sistemi opposti al Vangelo; minaccia la fede dei cristiani; offre la possibilità di aiutare, di visitare e riscattare le persone che si trovano in quella condizione”(Com 16). Oggi più che mai, i nostri scenari mondiali ci sfidano. Questo è ciò che gli stessi padri capitolari esprimevano nel loro messaggio a tutti i religiosi dell’Or­dine alla fine del Capitolo generale del 2010; quando dicevano: “il carisma della Misericordia, radicato nella virtù teolo­gale della carità, è sempre presente e tal­volta significa offrire la libertà ai poveri, ai bisognosi o coloro che sono vittime di situazioni violente: guerra, terrorismo, oppressione, imprigionamento, esilio ed emarginazione”.

Quali sono le schiavitù moderne che oggi chiedono aiuto al vostro servi­zio?

Partiamo dall’indiscutibile fatto che “sorgono oggi nelle società umane, nuo­ve forme di schiavitù sociale, politica e psicologica, derivanti in ultima analisi dal peccato e che risultano per la fede cristia­na altrettanto pericolose come la schiavitù e la prigionia del passato” (Com 3). Non siamo in grado di poter elencarle, tanto sono numerose. Quello che possiamo dire è che “lo spirito della Mercede comporta fondamentalmente la scoperta di Cristo che continua a soffrire nei cristiani op­pressi o esposti a perdere la loro fede, e assume l’impegno concreto della carità mettendo la propria vita a servizio di que­sti fratelli affinchè vivano la libertà di figli “(Com 9). Per noi Mercedari, il prigionie­ro di oggi, così come quello del tempo di San Pietro Nolasco, nostro Fondatore, ha un volto e una faccia, ha la sua storia e la sua famiglia. Le sue urla e le grida richia­mano la nostra coscienza.

Come è nata l’idea dell’Osservatorio sulle nuove schiavitù?

L’Osservatorio trova le sue origini nel rinnovamento ecclesiale e della vita reli­giosa. I primi passi dell’Osservatorio sono stati mossi con la riflessione generata nell’Ordine della Mercede intorno all’ar­gomento “nuova schiavitù” e “persecu­zione religiosa”, a partire dall’invito del Concilio Vaticano II di tornare al “carisma fondazionale” della famiglia religiosa (cfr. De Brito, 1996; Espinoza Ibacache, 1999). Sotto il mandato del Capitolo generale del 2010, il Governo Generale attuale ha sot­tolineato l’urgenza e la necessità di questa istanza espressa nella seguente disposizio­ne: “Che il Gruppo di Riflessione assuma l’Osservatorio sulle nuove schiavitù, in­formando costantemente l’Ordine”. Una volta costituito il Gruppo di Riflessione dell’Ordine della Mercede, chiamato Pro Redemptione, si definirono le strategie e le linee di azione, tenendo conto del loro scopo specifico: identificare e dare priorità alle nuove situazioni di oppressione e di prigionia con le impostazioni e le culture attuali.

I Trinitari e i Mercedari hanno alle spalle storie diverse ma sono animati oggi da un unico obiettivo: alleviare le sofferenze dei cristiani perseguitati, difendere e promuovere i diritti fonda­mentali degli uomini, favorire la pace e il dialogo nei paesi colpiti dalla guerra. Oltre all’Osservatorio quali sono le al­tre forme di collaborazione con l’Ordi­ne fondato dal de Matha?

L’Ordine Trinitario e l’Ordine della Mercede sono due ordini molto antichi, ma il cui carisma è di grande attualità no­nostante l’abolizione formale della schia­vitù. L’attuale sistema economico globale, dominato dal desiderio di profitto, genera “nuove forme di schiavitù peggiori e più disumane di quelle del passato” (Papa Francesco). In questo senso, la collabora­zione tra Trinitari e Mercedari nell’ambi­to dell’Osservatorio delle nuove schiavitù dovrebbe seguire, a mio parere, la linea espressa da Papa Francesco nell’udienza generale del 12 agosto 2015: “Lavorino insieme, Trinitari e Mercedari, a favore della libertà dei cristiani perseguitati... uniscano le forze. Vedo che si mettono in­sieme per lavorare per la libertà, bene, non dobbiamo perdere tempo e dedicarci, anche rischiando la vita, se necessario, ai nuovi schiavi, come i loro fondatori sognavano”. Credo che queste parole siano un monito e una conferma del dialogo fra i governi ge­nerali negli ultimi anni. Solo che la sfida inizia ora. Si tratta quindi di condividere studi sul campo in aree perseguitate; con­dividere visioni di servizio e di presenza, ovunque si possa; condividire spazi di ri­flessione, in cui religiosi e laici conoscano, discernano e progettino strategie e servi­zi pubblici o privati, che si traducano in presenza, voce, opinione, comunicazione, collaborazioni con le organizzazioni inter­nazionali; condividire la travolgente forza della preghiera, offerta quotidiana nei mo­nasteri trinitari e mercedari. Essi sosten­gono con la loro preghiera i redentori e i redenti. Senza di loro non avremmo potu­to e non potremmo raggiungere le perife­rie della nuova libertà che rivendichiamo; condividere spazi comuni di formazione nelle fasi iniziali e permanenti; mettere la propria vita a disposizione dei prigionie­ri, come base concreta per redenzione, che mette in gioco la vita, la fede, la libertà; continuare a proporre al Santo Padre i no­stri fondatori quali Patroni universali dei cristiani perseguitati.

Che cosa sono per i Mercedari le “periferie esistenziali”, tanto a cuore come emergenza pastorale per Papa Francesco?

Sono periferie esistenziali quelle situa­zioni in cui sono minacciate la fede e la libertà dei figli di Dio.

La formazione dei Padri Merceda­ri, studi teologici a parte, in che cosa si distingue? Come i giovani chiamati “prendono confidenza” con il vostro carisma?

Il mercedario è un uomo di fede che assume la chiamata di Gesù facendosi imitatore di Cristo Redentore. Pertanto, il principio fondante della sua formazione sarà sempre il Vangelo. In questo mondo, prendendo Gesù come maestro e modello, lavoriamo nel servizio redentivo a favore di coloro che soffrono. In questo senso, la formazione dei Mercedari si inserisce nella linea del Magistero, che recita: “per soddisfare le aspettative della società mo­derna e cooperare alla vasta azione evan­gelizzatrice, mancano sacerdoti (religiosi) preparati e coraggiosi, senza ambizioni o paura, ma convinti della verità evangeli­ca, che siano preparati principalmente per annunciare Cristo e nel suo nome, siano disposti ad aiutare le persone che soffrono, facendo conoscere il conforto dell’amore di Dio e il calore della famiglia ecclesiale a tutti, specialmente ai poveri e alle perso­ne in difficoltà”(Benedetto XVI). È quindi evidente che la formazione dei Mercedari si basa sulle scienze teologiche integrate alle scienze umane, per spiegare la fede nel mondo in cui viviamo attraverso una testimonianza di vita, sulle orme di San Pietro Nolasco.

Fra poco più di due anni celebrerete l’800° anniversario della vostra fonda­zione. In che maniera le vostra radici storiche e spirituali possono incidere ancora oggi? Qual è la novità del cari­sma mercedario dopo 8 secoli di vita?

Le nostre radici storiche e spirituali sono una preziosa eredità, a volte matura­ta con il martirio come moneta di riscatto per il riscatto dei prigionieri. Non ci sen­tiamo in alcun modo un semplice pezzo da museo. Consideriamo la nostra storia come una continuazione della storia della salvezza, nella quale il Dio dell’Alleanza rimane il Go’El (parente stretto che ha pagato il riscatto) del suo popolo. Abbrac­ciamo il cammino con grata memoria. La ricchezza spirituale della Misericordia maturata in carisma personale, lo stile e i diversi accenti culturali, la figura del Cristo Redentore, Maria della Misericor­dia, San Pietro Nolasco e le testimonianze di santità, che hanno forgiato una vera e propria scuola di santità e un percorso di misericordia redentrice. La novità dei Mercedari sta nello sforzo di qualificarci sempre di più nell’aiutare l’umanità nel­la lotta contro i nuovi genocidi contro la fede, espliciti o impliciti, visibili o non visibili. Solo coloro che vivono la loro esi­stenza esclamando “La mia vita per la tua libertà!” potranno aderire a questa eco­nomia della redenzione a cui diede avvio Gesù Cristo sulla croce come riscatto per la nostra liberazione.

Attraverso quali iniziative le comu­nità sparse nel mondo hanno vissuto l’Anno della vita consacrata?

Nell’Anno della Vita Consacrata ab­biamo incoraggiato la partecipazione, per regioni geografiche, a corsi di formazione continua, favorendo l’incontro, la rifles­sione carismatica e l’approfondimento di alcuni aspetti centrali della vita consacra­ta. In più, i superiori generali della Fami­glia Mercedaria, composta da dieci isti­tuti, diciassette monasteri e fraternità di laici consacrati, abbiamo dato continuità alle riunioni periodiche di riflessione e di azione redentrice. Frutto di questo impe­gno, stiamo iniziando una nuova presen­za intercongregazionale di tre Istituti re­ligiosi di Mercedari a Cuba (Camagüey).

Quanto è importante per il vostro ministero la presenza religiosa nelle carceri? Qual è il vostro impegno per le famiglie dei prigionieri? E per gli ex detenuti?

È abbastanza comune nell’Ordine del­la Mercede parlare di “pastorale peniten­ziaria” e di “servizio redentivo”. Quasi in tutte le province mercedarie c’è un lega­me con la pastorale carceraria redentrice. Alcune province come Aragona, Messico, Romana, hanno assunto la pastorale pe­nitenziaria redentrice come azione cari­smatica prioritaria. La nostra presenza nella pastorale liberatrice è fondamentale perché siamo mandati e chiamati dal Si­gnore per annunciare con la nostra vita, le nostre parole e tutta la nostra esistenza la presenza di Gesù, che all’inizio della sua missione apostolica incarnò le parole del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signo­re è sopra di me... Mi ha mandato ... a proclamare la libertà ai prigionieri” (Lc 4,18-19). L’attività con le famiglie dei de­tenuti ed ex detenuti, si realizza in diversi ambiti. In primo luogo, nel campo della “prevenzione”: è qui che le nostre scuole e parrocchie costituiscono una piattaforma di grande importanza per la sensibiliz­zazione e l’educazione in materia di lotta contro la criminalità. È una forma di li­bertà e di responsabilità. In secondo luogo, a livello di “privazione della libertà”: vale a dire, individuare una cura pastorale in­dividualizzata per i singoli detenuti, che comporta un vero e proprio “accompagna­mento”, dal momento che ogni prigionie­ro ha il suo volto, la sua storia ed è unico. Infine, nell’ambito della “reintegrazione”: cerchiamo di offrire le nostre case o creare “oasi di libertà”.

La misericordia, dono e compito. All’inizio del Giubileo della Misericor­dia, una sua riflessione sul senso e sul valore del perdono che oggi sembra in crisi rispetto al prevalere della sopraf­fazione dell’uomo sull’uomo.

Il Giubileo della Misericordia è un dono di Dio. In un mondo in “crisi di fede e di speranza”, il Giubileo della Miseri­cordia, è per noi un momento opportuno, un kairòs , direi, per riscoprire il vero volto di Dio, che è definita dalle Scritture come un Dio ricco di misericordia (cfr Ef 2,4). Il Giubileo della Misericordia è an­che il momento opportuno per ricordare la nostra vocazione ad essere “misericor­diosi come il nostro Padre celeste è miseri­cordioso” (Lc 6,36). Capire che Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza, e ci ha riconciliati in Cristo per essere santi e immacolati al suo cospetto (2Cor 5,18). Il Giubileo della Misericordia è un invito ad andare alla scuola di Gesù che ha perdo­nato anche i suoi carnefici. La scuola di Gesù è una scuola di umiltà, di servizio e di sacrificio.

 

 di Vincenzo Paticchio
in collaborazione con Annalisa Nastrini

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