DARIO ESPOSITO

Una vita ‘in galera’ per ‘incatenare’ il pregiudizio

I Trinitari, fin dalle origini, si occupano di prigionieri e di liberazione. E di testimonianze dai luoghi di reclusione, raccontate dai cappellani che quotidianamente raccolgono le confidenze e le disperazioni di chi sta dentro, ne abbiamo lette e ascoltate chissà quante. Anche in queste pagine non mancano gli echi, questa volta dalla situazione delle carceri del Madagascar.

 IL LIBRO DI DARIO
Fuori e dentro. Tutti i giorni. Anche se io ho una vita sola, è come se passassi continuamente da un mondo all’altro. È quello che leggo negli occhi di chi incontro, entrando e uscendo. Certo, è ormai una sorta di abitudine, ma non mi piace. O ne ho paura, forse. Poiché la terra è terra e gli uomini sono uomini, non dovrebbe esserci la malattia del baratro.Ma è tutta natura. E la mia pelle di agente di polizia penitenziaria lo sa. Non è un istinto. È respiro e lavoro di ore, mesi, anni. Di pensieri e momen-ti, di amarezze e scoperte. Un po’ alla volta. Con il ritmo della libertà nella mia strada di ragazzo e con quello dei turni e delle sbarre nei passi.

Una vita ‘in galera’ per ‘incatenare’ il pregiudizio

I Trinitari, fin dalle origini, si occupano di prigionieri e di liberazione. E di testimonianze dai luoghi di reclusione, raccontate dai cappellani che quotidianamente raccolgono le confidenze e le disperazioni di chi sta dentro, ne abbiamo lette e ascoltate chissà quante. Anche in queste pagine non mancano gli echi, questa volta dalla situazione delle carceri del Madagascar.
Ma il pensiero di chi lavora oltre il rumore dei catenacci e dei giri di chiave non è facile ascoltarlo, leggerlo. Una sorta di muro di silenzio separa “l’oltre di là” da “l’oltre di qua”, il “fuori” dal “dentro”. E spesso le sfumature di ciò che in molti chiamano deontologia o segreto profes­sionale spingono i più a tenere la bocca chiusa.
Non Dario Esposito, il giovane agente penitenziario che ha scritto “Oltre le sbarre”, pubblicato da Falco editore. Un cammino interiore che oltre a rileggere la sua “storia” in carcere tra i detenuti e tra i suoi colleghi di lavoro, aiuta chi è “fuori” a conoscere senza leggerezza e non solo per curiosità, quel mondo di sofferenza e di agonia rinchiuso nelle celle.

È uno di quei libri da tenere a portata di mano, specie durante quest’Anno Santo, offerto all’impegno della Misericordia. Non esistono peccati imperdonabili, va ripetendo Papa Francesco quasi come un ritor­nello. Non esistono catene infrangibili.

Esposito, come può venire in mente ad un giovane agente penitenziario di raccontare il suo lavoro attraverso un romanzo?

Ho avvertito il desiderio di lanciare una sfida sociale. Quale? È presto detto. Indurre l’uomo a guardare il suo simile per quel che è non per quel che si dice. Far entrare il lettore dentro il carcere e permettergli di osservare cià che avviene dentro.

Finora abbiamo sempre letto solo “confessioni” di detenuti o di ex dete­nuti. Ne ha letta mai qualcuna? Che dif­ferenze ha trovato tra i suoi racconti e quelli di chi il carcere lo ha vissuto per condanna?

Amo leggere, mi piace documentarmi su tutto quel che puo’ condurre ad una crescita. Mi reputo un fermo sostenitore di una convinzione. Nell’ aprire il pro­prio cuore agli altri, nel denudarsi per consentire di toccare il proprio dolore non esiste differenza di “penna”. Il disagio di chi opera in condizioni difficili quali il poliziotto penitenziario è simile a quello del giornalista d’inchiesta argentino e a quello del minatore sottopagato cinese. Su sentimenti quali disagio, emarginazione, sacrificio non credo esistano differenze sociali, lavorative, geografiche o di altra sorta.

Ci racconta brevemente la sua sto­ria? È diventato agente penitenziario (o “secondino”, come molti vi chiamano ancora) per scelta, per necessità o per caso?

Sono diventato agente penitenziario per scelta e necessità. La scelta di seguire modelli di vita quali Falcone e Borsellino e la necessità di dover provvedere alle esi­genze materiali della vita. Dover lavorare e passione. Un connubio strano ma effi­cace.

Come vive sul piano umano il suo quotidiano andirivieni “dentro-fuori”? Che cosa le ha insegnato la vita del car­cere in questi anni?

La vita dentro il carcere insegna mol­to. Forse troppo per poterlo descrivere ap­pieno in un’intervista, per questo invito a leggere il libro e crearsi, secondo il proprio vaglio critico, un’opinione. Il dentro e fuo­ri vuol dire conoscere l’uomo in ogni sua sfumatura, convincersi che bene e male non sono categorie stagne ma albergano, in parte diversa, in ogni uomo. Vuol dire mettersi alla prova, affrontare le proprie paure e angoscie per trasformarle in dove­re e correttezza.

Quali sono stati fino ad oggi i mo­menti più difficili del suo lavoro. E quali quelli più gratificanti? Le è mai capitato di avere paura?

La paura è l’orologio del mio lavoro. Scandisce i turni e sostituisce il calen­dario. Momenti difficili ce ne sono molti, nel libro vengono descritti bene gli eventi critici più duri che mi è capitato di dover gestire. Evasioni, tentativi di suicidio, risse, aggressioni. Non è un elenco privo di significato. Sono gocce di sudore che cadendo dalla pelle formano le pagine di questo romanzo. Le gratificazioni bisogna saperle cogliere. Il mio è un mestiere che vive sotto l’ombra del pregiudizio e che si accontenta di guardare a testa alta la pro­pria coscienza.

Il suo è un ruolo delicato. Da un lato è chiamato a controllare che la gente non scappi. Dall’altro ha anche il com­pito di “educare all’evasione”, cioè ad aiutare i prigionieri al reintegro in so­cietà dopo aver scontato la pena. È così? Non le sembra che viene chiesto troppo ad un semplice appuntato?

Prima di entrare in servizio effettivo ho seguito un corso per un anno. Deonto­logia, diritto costituzionale e penale, pro­cedura... Solo alcune delle materie studia­te. Poi ovviamente la tempra, il carattere, lo spirito di servizio vengono forgiate con la pratica. Le basi teoriche però si getta­no lì. Ci viene chiesto troppo? Non so, di certo dobbiamo fare molto. Si pretende che da noi passi il risultato della pena dimen­ticandosi, spesso e volentieri, se il numero di colleghi, come anche di psicologi, edu­catori, assistenti sociali, sia quello giusto. I miracoli, lei mi insegna, non sono opera umana. Così nella quotidianità dobbiamo far i conti con le strutture, le risorse ed i mezzi.

Lei ha lavorato in tre istituti di pena diversi: Genova, Pavia e attualmente a Vibo. E avrà avuto modo di farsi un’i­dea tutta sua sul sistema carcerario ita­liano. Cosa buttare giù e cosa, invece, salvare e migliorare?

C’è una risorsa intangibile che acco­muna le tre strutture: lo spirito di sacri­ ficio. Ho visto colleghi lavorare anche per dodici ore di seguito, far fronte alle esigen­ze di servizio e mettere in secondo piano la vita privata. Poi, com’ è ovvio, ogni penitenziario ha le sue caratteristiche. Il fascino della scoperta lo lascio però ai let­tori che potranno sapere direttamente dal libro differenze e particolarità. Butto giù il pregiudizio. È un cancro che consuma l’animo e ci riduce a maschere, perdiamo la nostra identità per diventare manichini a cui altri hanno deciso di affibbiare un ca­rattere. Non mi piace e mi rifiuto di vivere questo tormento.

Per i Trinitari, la liberazione dalle prigioni materiali e non, è una missio­ne, una richiesta del carisma. Tanti di loro sono cappellani carcerari. Quanto è importante secondo lei il conforto di una fede per chi è in carcere?

Il carcere dilata tempi e luoghi, è im­portante avere punti fermi per non far vacillare mente e spirito. La fede senza dubbio è un valido strumento.

E per lei?

La fede è un dono che mi è stato con­cesso e che mi onoro di conservare. Vivo la religione in modo aperto confrontandomi tranquillamente con chi ha posizioni di­verse dalle mie.

Chissà quante volte avrà aperto e chiuso una cella. Le è mai capitato di aprirne una per l’ultima volta per qual­cuno che aveva definitivamente scon­tato la sua pena? Come ha vissuto lei quel momento?

La vita, non solo il mio lavoro, è incen­trata sulla speranza. È il punto cardine di cui non si può fare a meno: ecco qualsi­asi momento che richieda una riflessione sul futuro si basa su questo. Il mio lavoro richiede parecchie doti umane: tra queste non secondaria è la correttezza. Verso noi stessi, verso la legge, verso l’imparzialità che ci viene richiesta. Speranza e corret­tezza, due parole che sintetizzano tutto.

Il fenomeno dei suicidi in carcere ogni tanto in Italia torna d’attualità. Che cosa succede nella mente di chi decide di farla finita?

Il suicidio può avere cause diverse e completamente opposte, esistono trattati scientifici che mostrano come questo ter­ribile passo viva motivazioni diverse a seconda dei casi. Posso dire quel che vive un poliziotto penitenziario dopo aver sal­vato dal suicidio un detenuto: alcuni passi del libro sono incentrati proprio su questo drammatico problema.

Con il Giubileo della misericordia Papa Francesco - che fin dall’inizio del suo pontificato ha manifestato sempre una grande predilezione verso il mon­do dei detenuti - ha voluto lanciare segnali chiari e molto forti circa la ne­cessità di adottare il perdono e la cura dell’altro come stili di vita. Crede che possa essere applicato il valore della misericordia all’interno di un carcere?

Le parole del Papa sono meritevoli di attenzione e considerazione, certamente non possono cadere nel vuoto. La miseri­cordia, nella secolarizzazione che necessi­ta in un discorso che riguarda l’esecuzione della pena, vive nella funzione rieducativa e non più afflittiva della detenzione. Nel concedere strumenti, fra cui quelli scola­stici, per dar modo di dare una svolta alla propria vita.

Agente Esposito, esiste una spe­ranza oltre le sbarre?

Esiste ed esisterà sempre. Non c’è vita senza speranza.

 di Vincenzo Paticchio

 


 

Il cappellano in carcere in Madagascar ai tempi di Padre Angelo Buccarello

Padre Angelo Buccarello fu no­minato Cappellano delle carce­ri di Antananarivo nel 1983. È l’amore, che lungo tutti gli anni seguenti, gli ha permesso di non battere in ritirata.
Il cappellano visitava il carcere una o due volte a settimana, confor­tava come poteva i cattolici, e ogni domenica celebrava la messa. L’in­fermeria era un posto privilegiato e i dieci letti erano attribuiti agli “ospiti paganti”. I malati, invece, riposavano sulle lastre del pavimento, mangiava­no poco e spesso non sopravviveva­no. Come conseguenza diretta, Padre Angelo sentiva il bisogno di fare di più per i detenuti infermi.
Oltre al latte e allo yogurt, fece in modo che ricevessero del riso due volte a settimana, poi tre volte. Que­ste distribuzioni furono estese ai de­tenuti più denutriti, cioè quasi tutti.
Tutto questo portò ad un soccorso alimentare per circa 500 persone, in seguito anche a più di 1000 e qualche volte a tutti. Alcuni erano così deboli che non riuscivano a sostenere il loro piatto.
La situazione dei detenuti era tale che si dovevano assolutamente pren­dere delle iniziative a loro favore, anche per il periodo relativo alla loro scarcerazione. Così si pensò di crea­re una casa di accoglienza per offrire un asilo di pace e una possibilità di rimettersi in salute. È così che è nato Tonga-Soa (Benvenuto, in italiano) che divenne la Sede sociale della Cappellania Cattolica delle Carceri. Poi fu costruito un grande Centro autonomo. Si pensò ad un preciso programma di reinserimento dei de­tenuti liberati, in tre tappe: prima ac­coglienza a Tonga-Soa; studio della personalità, delle capacità, debolezze e ricchezze dell’individuo; partenza per la campagna con dei professioni­sti allo scopo di preparare il ritorno in società.
Nel 1988, il Cardinale Victor Raza­fimahatratra di Antananarivo decise che la Cappellania Cattolica delle Carceri sarebbe stata per sempre (in perpetuum), tenuta dai Padri Trinitari.
La Cappellania Cattolica delle carceri nel Madagascar attualmente, è composta da un effettivo di circa 2000 persone (sacerdoti, frati, suore e laici) distribuite nei vari centri, dioce­si e parrocchie in tutto il Madagascar. Sono tutti volontari che operano per restituire ai detenuti una dignità da lungo tempo perduta. Eliminare da loro l’idea di essere “esclusi” da ogni possibilità di reintegro sociale, ras­sicurarli quanto al futuro delle loro famiglie, sono tra i compiti di cui si è fatta carico la Cappellania Cattolica delle Carceri.

 

 

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