GIUSY VERSACE

Il mio Giubileo di preghiera e di ascolto

Giusy Versace è speciale. È una di quelle persone che sareb­be provvidenziale incontrare almeno una volta nella vita. Perché, al di là delle emozioni che si pos­sono provare quando vedi per strada un “volto noto” e magari gli chiedi un ba­nale autografo o di posare col sorriso di plastica per un selfie, quando si riceve il dono di incontrare Giusy, per le emozio­ni non resta più spazio nel cuore: la sua persona, la sua storia, il suo coraggio, la sua novità di vita lo lasciano in stand by, lo bloccano, lo fermano. E quando ri­parte è tutta un’altra cosa. Insomma, chi ha la fortuna di incontrarla e di lasciarla parlare a ruota libera è come se avesse trovato dietro la porta di casa il regalo più grande che abbia mai desiderato: la ricetta della felicità.

Le vicende di questa bellissima ra­gazza dal futuro radioso sono ben note. I sogni, però, sembrano svanire quella notte di dieci anni fa sulla Salerno-Reg­gio Calabria, quando per un tragico in­cidente lascia sull’asfalto sogni, progetti e due gambe abituate a indossare quasi sempre tacchi a spillo. Oggi è una donna diversa, rinata, felice a modo suo. Anche grazie alla fede.

Giusy Versace, la sua vita è cambiata in un pomeriggio di pioggia torrenziale in autostrada, quando un brutto incidente automobilistico l’ha costretta a rinunciare ad entrambe le sue gambe. Che ricordi ha di quel giorno? Cosa ha pensato una volta cosciente?

Come ho raccontato dettagliatamente nel mio libro “Con la testa e con il cuore si va ovunque”, ricordo tutto nei dettagli e le immagini non sono delle più belle ma certamente la voglia di vivere ha preval­so sulla paura di morire. Al risveglio dal coma ho provato da subito un grande sen­so di gratitudine a Dio che mi aveva dato una seconda e nuova opportunita’ di vita. Questo mi ha permesso di soffocare rabbia e paura.

Lei è una persona eccezionale: ha saputo trasformare un handicap in punto di forza, con un taglio netto col passato e una volontà ferrea di guar­dare avanti con determinazione. Chi o cosa le ha dato la forza per non cadere e, al contrario, risollevarsi dalla “cadu­ta”?

Gli affetti e la famiglia sono stati fon­damentali. Non sentirsi soli in questi mo­menti è importante. Ma credo abbia influ­ito molto anche la grande fede che ho e che mi appartiene da tempo. Guardare avanti è l’unica cosa che aiuta e che soprattutto consente di non piangere pensando alle tante cose perse, riuscendo così a dare va­lore alle tante cose che ancora si hanno e si possono fare.

Che cos’è per lei la voglia di vive­re? Di lottare per il futuro? Di guardare sempre avanti con fiducia?

Il giorno dell’inicidente ho capito quanto fosse grande la mia voglia di vive­re e l’amore che provo per la vita. Nessu­no sa cosa puo’ accadere domani, forse il segreto è dare importanza al grande dono dell’“oggi”. Ci dimentichiamo troppo spesso del grande dono che è la vita stessa, con tutte le sue sfaccettature. Non sempre la vita ci dà quello che vogliamo ma certa­mente se guardiamo con attenzione, tro­viamo tutti un motivo per cui sorridere o essere felice. Del resto, chi ha mai detto che la vita dev’essere per forza facile? Forse il bello sta proprio in questo.

Lei è devota alla Madonna. Quanto la fede l’ha aiutata a vincere la paura, a riscoprire la speranza e a convivere con il dolore? Come vive la sua religio­sità nel quotidiano?

Do molto valore alla fede e rispetto tutte le religioni. Credere in qualcosa o in qualcuno più grande di noi aiuta anche a dare un senso alla nostra esistenza, alle cose che abbiamo e che facciamo. O più semplicemente alle cose che capitano. Pre­go tutti i giorni. Faccio il segno della croce quando mi alzo al mattino e lo rifaccio pri­ma di andare a dormire ringraziando sem­pre per quanto sono riuscita a fare nella giornata. La fede mi ha aiutata e mi aiuta ogni giorno a non cedere a rabbia e dolo­re… Tutto si può e si deve affrontare. La fede mi da grande carica ed energia. guai se non l’avessi avuta… Non sarei quella che sono oggi.

Nei momenti difficili si è mai arrab­biata con Dio, ha mai avuto risentimen­to o rancore nei suoi confronti?

Mai. Sin dal mio risveglio dal coma, come dicevo prima, ho subito provato un grande senso di gratitudine verso di Lui. Ho visto nelle mie nuove gambe non una croce da portarmi dietro ma una nuo­va opportunità di vita. Arrabbiarsi non aiuta. Non ti fa tornare indietro. Alcune cose non puoi cambiarle, ma puoi decidere come affrontarle. Io ho scelto di sorridere e guardare avanti comunque e nonostante le difficoltà che, ti garantisco, non man­cano neanche a me! E poi, arrabbiarsi fa solo venire le rughe.

È la prima atleta donna, per di più disabile, a condurre “La domenica sportiva”, la storica trasmissione della Rai dedicata allo sport. Che cosa rap­presenta questo traguardo per lei a die­ci anni esatti dal terribile incidente che l’ha coinvolta?

Beh… difficile dirlo. Io non avevo programmato tutto questo quindi non lo vedo come un traguardo. Ho sempre scel­to e selezionato progetti che potevano dare un senso anche a quello che faccio e che rappresento nella vita. Partecipare ad una trasmissione così importante è certamen­te lusinghiero, una grande palestra per me ma sopratutto l’opportunità, a volte e quando possibile, di dare luce anche a sport così detti minori. Abbiamo ospitato atleti paralimpici, abbiamo fatto vedere immagini di mie gare in occasioni degli scorsi mondiali di Doha, abbiamo raccon­tato storie… Messaggi importanti per chi guarda da casa. Almeno lo spero. Sono fe­lice di aver preso parte a questo progetto e ringrazio la rete per aver creduto in me e avermi dato questa possibilità.

Come sta vivendo questa esperien­za televisiva? Sente attorno a lei di es­sere apprezzata professionalmente o hai mai avuto la sensazione che qual­cuno, nell’ambiente televisivo, pensas­se che la sua disabilità l’avesse favori­ta? Come vive il pregiudizio altrui?

Al pregiudizio sono abituata e franca­mente non ci faccio caso. ma devo dire che a “La Domenica Sportiva” non ho avuto questi problemi. Sono in una squadra di professionisti che pensano principalmente alla riuscita del programma e mi danno una mano come possono. L’esperienza è tosta, inutile nasconderci dietro il dito. Si tratta di due ore e mezza di diretta duran­te le quali tutto cambia in base a come è andata la giornata di campionato. Parlia­mo spesso di tanti sport ma decisamente il cuore della trasmissione è il calcio ed io mi sto appassionando all’argomento. All’ini­zio è stato difficile, ma dopo due-tre pun­tate sono entrata nei meccanismi. Cerco di rimanere spontanea e di interagire con gli altri come ho sempre fatto. Non credo di essere stata favorita per il fatto di essere disabile. La tv non fa sconti a nessuno. Se non fossi stata in grado di andare avanti mi avrebbero già sostituita. Certamente questa è un’esperienza molto formativa che non dimenticherò facilmente.

I Trinitari fin dallo loro origine (ol­tre 8 secoli) si preoccupano di liberare l’uomo dalle catene della vita. All’inizio riscattavano con il denaro gli uomini schiavi o ingiustamente in prigione. Oggi, in tanti settori del sociale, si im­pegnano a spezzare catene di ogni ge­nere. Dalla disabilità all’emarginazione. Dalla povertà alle dipendenze... Quali sono secondo lei le catene più pesanti che impediscono agli uomini e alle don­ne di oggi di essere veramente liberi?

Decisamente l’ignoranza. Spesso in italia si traggono conclusioni affrettate senza andare a fondo alle cose e la gente spesso si fa condizionare da questo. Ma la mentalità sta cambiando. La gente si sta evolvendo. Internet e i media stanno dan­do un grosso contributo sotto questo aspet­to. Voglio essere fiduciosa. Una mia cara amica, atleta paralimpica, ricorda spesso una cosa… 20 anni fa quando in aeroporto si vedeva un gruppo di disabili in carroz­zina si pensava subito stessero andando ad un pellegrinaggio. Oggi, vedendo la stessa scena, in tanti si chiedono invece: “chissà a che gare stanno andando?”.

Che cosa pensa dei tanti episodi di discriminazione di ogni genere che spesso (ma non sempre) la cronaca quotidiana porta alla luce? Esiste se­condo lei il concetto di normalità?

La discriminazione, ahimé, è ancora molto diffusa e in più settori, purtroppo! Questo dipende dal fatto che tanti hanno il cuore oscurato dalla cattiveria e non conoscono più il significato del termine ‘’amore’’. Il concetto di normalità, invece, credo sia molto soggettivo. Cosa vuol dire normale? Una volta ho incontrato una ragazza focomelica, nata quindi con delle malformazioni fisiche. Un giorno ci siamo confrontate sulle nostre disabilità e lei mi ha fatto capire che quella “non normale” ero proprio io, perché guardavo all’handi­cap con occhi diversi. Lei, nata così, vive con grande e assoluta normalità la sua condizione. Io ho imparato a fare lo stesso anche con due gambe finte.

Alcuni Istituti trinitari si occupano di disabilità, non soltanto fisica, e aiu­tano i disabili a reintegrarsi nella comu­nità anche attraverso lo sport. Nel 2011 lei ha creato la Fondazione “Disabili no limits” con l’obiettivo di donare ausili alle società sportive che aiutano i di­sabili a svolgere attività sportiva. Che cosa significa per una persona con handicap poter svolgere uno sport o comunque gareggiare? Come cambia il concetto di agonismo o competizione?

La mia Onlus nasce principalmente con l’obiettivo di sensibilizzare attraver­so eventi (spesso sportivi) e raccogliere fondi per donare ausili evoluti a chi non può permetterseli e non solo alle società sportive. Oggi purtroppo in Italia, lo Sta­to non copre questo tipo di ausili, ancora meno quelli sportivi che non sono nemme­no menzionati dal nomenclatore tariffario applicato dalle Asl. Io credo invece che lo sport debba essere un diritto di tutti e non un lusso come purtroppo oggi è. Credo fer­mamente che lo sport, a tutti i livelli e non solo agonistico, sia una grande terapia per tutti e lo è ancora di più per chi vive con un handicap. Spesso è anche semplicemen­te la scusa di uscire di casa, di confrontarsi e di imparare ad alzare l’asticella. Lo sport ti aiuta a prendere coscienza del fatto che si possono raggiungere livelli che mai ci si sarebbe aspettati. Per me è stato così. Per molti è l’opportunità di rinascere.

Il reintegro nella società civile non è mai semplice. Cosa si sente di dire ai tanti che soffrono nel silenzio della loro solitudine e non vedono la luce in fondo al tunnel? Come ci si libera dalle catene fisiche della disabilità?

Io ho molta fede: questa è stata la mia ricetta. Ognuno poi trova la sua. Posso dire ai tanti che si scoraggiano e non ve­dono la luce, che non bisogna mai mollare. Bisogna crederci, lavorare e avere il corag­gio di uscire anziché vergognarsi. Lascia­mo che si vergognino i delinquenti, non noi. Certo, a volte bisogna fare i conti an­che con il dolore fisico che ti piega e non ti permette di ragionare. Bisogna affrontarlo, per nessuno è facile. Per spezzare le catene, di tutti i tipi, l’unica soluzione è reagire!

Che cosa le comunica la figura di Papa Francesco? Dal momento della sua elezione ha lanciato un messaggio concreto ed efficace: la misericordia sal­verà il mondo. Cos’è per lei il perdono?

Perdonare non è semplice ma aiuta a vivere meglio. Io ho imparato a farlo. Non amo portare rancore. A me piace mol­to Papa Francesco perché sempre molto attento anche agli sportivi. Ho avuto il privilegio di incontrarlo più volte, con gli amici dell’Unitalsi e con quelli del Csi ai quali io sono molto legata. Pensi che due anni fa a San Pietro proprio con il Csi abbiamo portato lo sport in Via del­la Conciliazione in tutte le sue forme. È stata un’esperienza meravigliosa che non dimenticherò mai. Un messaggio impor­tante. Una cosa che non si era mai fatta prima. Sono felice che questo Papa sia cosi attento e rivoluzionario. Il mondo ne ha tanto bisogno.

E lei, come vivrà l’Anno Santo stra­ordinario?

Mi sto impegnando a pregare ed ascol­tare di più ma sopratutto ad essere più at­tenta alle cose semplici che la vita ci regala quotidianamente.

 di Vincenzo Paticchio
ha collaborato Annalisa Nastrini

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