TULLIO DE PISCOPO

TEMPO! LA MIA VITA
Èuna bella giornata quella in cui comincia la storia di Tullio De Piscopo, nato a Napoli il 24 febbraio 1946. È però anche una giornata dalla quale si avvia una dura vicenda di salute, che porterà l’artista a dover combattere una guerra senza quartiere, l’ennesima, con una posta in gioco molto elevata... la vita. Nato in una famiglia di musicisti, fra le difficoltà economiche del dopoguerra e l’interminabile sconforto per la scomparsa prematura del fratello Romeo, batterista il cui esempio lo ispirerà costantemente, Tullio scopre il suo talento e lo coltiva con determinazione e con convinzione, ne fa un’arma per affermare i propri valori e per cercare il suo posto nel mondo. È così che fatica, sudore e un pizzico di fortuna (come sempre) lo portano ad influenzare sessant’anni di storia della musica; dalle prime esperienze con le compagnie di avanspettacolo, alle difficoltà di sopravvivenza da quattordicenne in una metropoli come la Milano dei primi anni ‘60. E poi l’arrivo in “serie A”, il raffinamento del suo suono e i primi dischi: le collaborazioni con grandi nomi, da Astor Piazzolla a Chet Baker, da Max Roach a Gerry Mulligan, e produzioni innovative da solista. Infine la consacrazione nel jazz e nel pop, che lo portano oltre i confini del bel paese, in America, in Africa… fino davanti al Papa. Ma cosa c’è “oltre la facciata”? La gioventù negata di una vita “presa in prestito” dalla musica e dalla famiglia, fatta di scontri con i signori dello show business e di insofferenza verso la mediocrità. Vissuta in maniera libera ed indipendente, da protagonista arrivato sotto i riflettori e acclamato unico dalla moltitudine.


“Grazie alla malattia ho ritrovato la fede e l’amore”

“Mi manca Pino Daniele”, si emo­ziona così Tullio De Piscopo, il più famoso e bravo batterista italiano degli ultimi decenni. Musicista napoletano ha da poco compiuto 50 anni di carriera, il più bell’epilogo di una triste storia di dolore e di paura che lo avevano per­vaso per un un brutto male che ha bussato alla sua vita nel 2012. Tullio ha saputo affrontare il pericolo con fede, grazie all’amore e all’affetto dei suoi cari, compreso l’amico Pino verso il quale nutriva sentimenti inossidabili. “50. Mu­sica senza padrone”, il titolo del triplice album uscito per festeggiare il mezzo secolo artistico costellato di grandi consensi più che successi che lo hanno fatto svettare in testa a tutte le clas­sifiche discografiche per lungo tempo. Non solo musicista ma anche grande innamorato della Madonna di Medjugorje dalla cui materna in­tercessione si ritiene miracolato.

Tullio De Piscopo, cos’è per lei la musica? La vita, la passione, il lavoro o cosa?

Certamente la vita, poiché la avverto da sempre con forte sentimento. Posso dire di essere nato nella musica, infatti, sin da quando ho aperto gli occhi ho visto strumenti a percussione di ogni genere, spartiti di musica manoscritti in quanto mio padre era musi­cista e pure mio fratello Romeo. Si può dire che “ho mangiato pane e batteria”.

Per celebrare i suoi 50 anni di carriera arti­stica, ha pubblicato di recente una raccolta dei suoi lavori più importanti, ben 56 tracce di cui 3 inedite, che significato ha per lei “Musica senza padrone”?

“Musica senza padrone” è una sfacciata espres­sione, un sinonimo di libertà che evoca tutta una car­riera straordinariamente nomade e vagabonda, con­trappuntata da acuti potenti e silenziose pause. Un box che, forse tardivamente, centra appieno l’obietti­vo che ogni operazione simile dovrebbe prefiggersi: rappresentare al meglio l’arte del musicista che non sempre è facile da compilare, sintetizzare, raccogliere.

 

tuo lavoro... Difatti, quando per mesi ero in vetta a tutte le classifiche, discografici, manager e produttori dicevano: “La tua vita cambierà, dovrai abbandonare l’in­segnamento, sarai sempre in giro, assali­to dal pubblico, non avrai più tempo per stare da solo, avrai sempre qualcuno che ti scorterà...”. Personalmente misi in chiaro sin da subito che non avevo alcuna voglia di lasciare la scuola, perché volevo restare con i giovani. Sperimentare questa libertà dona anche maggiore senso e significato a tutto ciò che si crea e si realizza.

Quanto è indispensabile il successo se si ha la vocazione per la musica o l’arte in generale? Può diventare peri­coloso?

Molto pericoloso, bisogna saperlo ge­stire. Ecco perché “senza padrone”; perché il padrone ti fa i conti in tasca e vuole ave­re sempre ragione. Il successo è pericoloso soprattutto per i tanti giovani che vengono accompagnati nella “fabbrica delle illusio­ni” e poi abbandonati. È indispensabile solo per chi ha delle ambizioni spregiu­dicate ma per chi si ritiene un musicista strumentista serio, più che il successo, ricerca il consenso, senza disdegnare l’ap­plauso come giusto compenso per tutti i sacrifici e gli studi compiuti, sudando le proverbiali sette camicie soprattutto nella ricerca timbrica e sonora.

Da bambino ha in parte conosciuto i sacrifici per sbarcare il lunario. Cos’è la povertà? Cosa può insegnare?

La miseria è brutta ma non la pover­tà, perché agli intelligenti può insegnare l’umiltà. Può far comprendere che non occorre sprecare energie economiche inu­tilmente: quando si hanno tutti i riflettori addosso è facile montarsi la testa, spende­re senza ritegno e poi andare in rovina.

Qualche anno fa la malattia ha bus­sato alla sua porta in modo preoccu­pante. Come ha vissuto quei tempi? Quali segni le hanno lasciato nell’ani­mo? Quali insegnamenti dall’esperien­za del dolore?

L’insegnamento più grande è l’amore ritrovato, quello stesso che da tempo sta­vo trascurando. Ed è stato proprio grazie all’amore, in primis della mia famiglia, la vicinanza di mia moglie, delle mie figlie, dei miei quattro nipotini, l’amore per la musica e la grande amicizia con Pino Da­niele: tutte queste ricchezze mi hanno sal­vato la vita. Pino Daniele e la sua musica sono stati sempre un forte segno di inte­grità per me. Mentre ero ancora in ospe­dale dissi a Pino in dialetto napoletano: “Nun te preoccupà c’ha facc”. Solo gra­zie all’amore. All’inizio ero disorientato, non riuscivo ad accettare che il male fos­se penetrato nel mio corpo, non riuscivo a capire perché proprio a me, nonostante avessi sempre fatto del bene, avessi suona­to per beneficenza, pro fondazioni, asso­ciazioni onlus che combattevano il cancro e quant’altro. Pur non comprendendo appieno, realizzai di non essere pronto a morire. Mi feci coraggio e pensai solo a sconfiggere questo male oscuro anche e soprattutto perché volevo veder crescere i miei nipotini. Devo certamente ringrazia­re la Madonna per la grazia che ho rice­vuto, poiché le avevo chiesto di darmi un segno lampante del suo celeste intervento e se non me lo avesse dato a quest’ora non sarei qui a parlarne.

Che cosa le ha lasciato in eredità Pino Daniele?

Pino Daniele mi ha lasciato la bellezza di esistere, la poesia, la musica... Tra noi c’era un rapporto che andava oltre la sem­plice fratellanza, era quasi un legame di sangue. Pino è tuttora presente nella mia vita. A lui ho dedicato un brano intenso dal titolo “Destino e speranza” e con que­sto ho davvero tagliato il traguardo dei 50 anni di carriera. Avevamo preventiva­to di recarci insieme in pellegrinaggio a Medjugorje ma la Madonna non ha atteso e lo ha chiamato prima. Alla vista del suo corpo senza vita un brivido mi ha assalito ed ho avuto un lieve mancamento. Cio che si è visto da fuori non è niente: nessuno può sapere cosa ho davvero provato dentro di me.

Lei vive a Milano ma conosce bene il Meridione. Perché secondo lei l’Italia viaggia a due velocità? La sua scelta di trasferirsi è stata dettata solo dal suo lavoro?

Sì, fondamentalmente. Dapprima ho vissuto a Roma, poi a Bologna, Torino ed infine Milano realizzando proprio il sogno che avevo in mente sin da bambino, lavo­rare sì come musicista ma cimentandomi soprattutto con il jazz. Se fossi rimasto nel Meridione non avrei avuto le stesse op­portunità, sarei stato solo un musicista di piazza. È vero, da sempre l’Italia viaggia su due velocità, il Sud ha tardato e tarda a mettersi al passo, è molto più arrangiato, da cui l’arte di arrangiarsi, propria dei na­poletani che non mollano mai.

Cos’è per lei “l’altro”? Quale valore dà ai rapporti umani?

“L’altro” è importante. Bisogna es­sere altruisti per poter parlare di amore, altrimenti è inutile. I rapporti umani sono importantissimi, già lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry asseriva che “esiste un solo vero lusso, ed è quello dei rapporti umani”. Ruolo fondamentale, almeno per me, per avere dei buoni rapporti umani e delle sincere e profonde amicizie lo rico­prono l’onestà, la franchezza e il rispetto.

E la famiglia per lei quanto è impor­tante? Non crede che la politica la tratti male?

A me, la famiglia ha salvato la vita. Essa non ci lascia soli soprattutto nel mo­mento del bisogno. La famiglia è impor­tante, oggi come ieri. È vero ormai tante coppie per un piccolo litigio si lasciano an­che se ci sono figli di mezzo e questo non è affatto giusto. La famiglia spesso ci sal­va anche da noi stessi, anche se all’inizio sembra scomodarti un po’, poi scopri che è l’unica cosa che ti rende davvero felice. Quelli sono gli affetti che restano. La fa­miglia potrebbe tornare ad essere il punto di partenza per lo sviluppo e l’evoluzione della società futura ma, personalmente, ri­tengo che in Italia vi siano tante leggi da rifare e non posso non riferirmi anche al campo della musica.

Com’è il Tullio papà? Quali sono i principi che hanno guidato lei e sua moglie nella crescita e nell’educazione delle sue figlie? Come si pone nei con­fronti dei giovani?

La cara vecchia filosofia del bastone e della carota. Ma soprattutto bisogna esse­re presenti. Quando si è giovani, parlo per esperienza, ti senti pervaso da una forte smania di emergere e di fare, l’importante, ai miei tempi, era avere la donna a casa che si curava dei figli, li seguiva nello stu­dio e quant’altro. La sola cosa che speravo di poter far conseguire alle mie figlie era la laurea che, grazie al cielo, è arrivata. Non sono mancate le occasioni in cui dover fare la voce grossa proprio perché i giovani se li abbandoni, anche solo un attimo, non si sa che strade possono prendere ed è risaputo che è facile incontrare false amicizie; spes­so è necessario intervenire anche dura­mente. I giovani. Sono più di 30 anni che insegno in una scuola di musica a Mila­no, la Nam, ma proprio perché ci metto la passione, io offro loro l’esperienza che, per il momento, non hanno ancora acquisito. Ma anche loro mi offrono quella freschez­za, quella giovinezza che traspare dai loro volti e dai loro occhi pieni di speranza. È utile per me confrontarmi con loro, risol­vere eventuali problemi che ognuno mi sottopone. È un’esperienza che mi rivi­talizza, mi mantiene attivo ed alimenta quella verve che mi porto dietro sin da ra­gazzo. Purtroppo il futuro non è roseo, per la musica ma soprattutto per i giovani in questo Paese. In Italia, quando si parla di musica s’ntendono solo i cantanti, inve­ce esistono giovani musicisti straordinari che aspettano solo che qualcuno si accorga di loro… Violinisti, contrabbassisti, pia­nisti, chitarristi, trombettisti, sassofoni­sti, etc. Eppure alla maggior parte di loro non viene data l’opportunità che invece non si nega ai cantanti. Non c’è spazio: è questa la verità.

L’Occidente e l’Europa, in partico­lare, attraversano un momento diffici­le: gli attentati, la minaccia continua del terrorismo, l’arrivo dei profughi di guerra... Crede che usciremo presto da questa situazione insostenibile?

È difficile a dirsi, ormai sono troppi anni che si va avanti così. Difatti nel 1995 scrissi una bellissima canzone che si in­titolava “Do-re-mi”, dedicata ai bambini che erano sempre presi di mira dai cecchi­ni durante la guerra nella ex Jugoslavia. Questo brano faceva parte dell’LP “Zza­cotturtaic”, proprio quella parola che gri­davano i bimbi raffigurati sulla copertina dell’album. E subito alla prima conferenza stampa per il ‘lancio del disco’ mi chiesero cosa significasse ed io risposi che andava letto al contrario perché rendesse davvero l’idea. L’idea dei bambini di tutto il mon­do che urlavano questa parola di rabbia e di ribellione. Ma nonostante tutto ancora guerre, ancora popoli che abbandonavano i loro Paesi, ieri come oggi del resto, geno­cidi, vere e proprie pulizie etniche. Allora, sempre su questo tema, otto anni fa decisi di scrivere ed incidere un altro brano che si chiama “Canto d’Oriente”, un inedito che ho inserito nell’album “50. Musica senza padrone”, perché nonostante tutto sembra sia stato scritto ieri.

Qual è il suo rapporto con la fede, con la religione? Lei prega?

Sì, prego molto. Sin da bambino sono stato sempre legato a Gesù non meno di quanto lo sia per la Madonna e Padre Pio. La statuetta di San Pio da Pietrelcina era fissa sul comò di casa accanto alle foto dei nostri cari che non ci sono più. Lo chiama­vo affettuosamente “zio Pio”. Però la mia fede si è rafforzata solo dopo il “terremo­to” del novembre 2012 al quale, solo gra­zie all’intercessione della Madonna ho po­tuto sopravvivere, lei mi ha mandato dei chiari segnali. Mi dettero sei mesi di vita per un cancro al fegato. Tumore maligno dei più brutti e dei più rari. Avevo persino deciso di recarmi in Svizzera per prepara­mi a morire con l’eutanasia. Non volevo cure. Ma quasi subito la Madonna è inter­venuta ed ho compreso di voler vivere, per la mia famiglia e per sperimentare la gioia di essere nonno. Pertanto, ho affrontato la malattia con un’altra forza e l’ho superata.

L’esperienza di Medjugorje le ha dato nuova linfa, perché?

La prima volta mi ci sono recato a Pa­squa del 2013, un anno dopo i fatti, in rendimento di grazie alla Madonna per il dono che mi aveva concesso. Poi ci sono ritornato per altri due anni di seguito, con mia moglie e degli amici e ci tornerò ancora. La cosa principale a Medjugorje è la preghiera. Spesse volte mi stacco dal gruppo perché voglio starmene da solo. Invento una scusa banale, prendo un taxi e mi porto sotto la Croce blu a pregare. Di grande effetto è per me la quotidiana Mes­sa in italiano, davvero meravigliosa per chi è capace di interiorizzare. Mi hanno colpito molto anche le testimonianze di giovani ex tossicodipendenti accolti nelle comunità di suor Elvira. Medjugorje è l’essenza della preghiera che ti avvolge. C’è proprio un cielo diverso là.

Come vive la figura, i gesti profetici, il modo nuovo di diffondere il Vangelo da parte di Papa Francesco?

Papa Francesco mi piace molto perché è semplice, diretto e arriva a tutti. Anch’io, come tanti, sono conquistato da questo Papa. Pur nella sua apparente semplicità compie gesti forti e densi di significato, nella pienezza del messaggio cristiano. L’anno scorso ho ricevuto una pergamena con la sua benedizione dopo che in Vatica­no, mi è stato riferito, avevano letto il mio libro: “Tempo! La mia vita”.

 di Vincenzo Paticchio
ha collaborato Christian Tarantino

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