MONS. RINO FISICHELLA

CARRIERA ACCADEMICA DA TEOLOGO E VESCOVO AUSILIARE DI ROMA
Mons. Rino Fisichella è nato a Codogno da una famiglia siciliana esattamente da Militello in Val di Catania dove il padre (Paolo) emigrò nel 1948, Fisichella ha frequentato il liceo classico al Collegio San Francesco di Lodi dei Padri Barnabiti. Ordinato presbitero per la diocesi di Roma il 13 marzo 1976 dal card. Ugo Poletti, fino al 2010 è stato professore di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana, e dal 1994 rettore della chiesa di San Gregorio Nazianzeno, fungendo così da cappellano della Camera dei deputati. Consacrato vescovo ausiliare di Roma dal card. Camillo Ruini il 12 settembre 1998 incaricato del settore sud della diocesi di Roma, è nominato Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense il 18 gennaio 2002, incarico che ha continuato a mantenere fino al 30 giugno 2010. Dal 17 giugno 2008 al 30 giugno 2010 è stato presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Con tale nomina il Papa Benedetto XVI lo ha elevato in pari tempo alla dignità di arcivescovo. Già segretario della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi della CEI, è membro della Congregazione per la Dottrina della Fede, della Congregazione delle Cause dei Santi, del Pontificio Consiglio per la Cultura, del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali, è stato ponente di diverse cause complesse; tra cui quella della causa di beatificazione di Antonio Rosmini; di Pio XII e Giovanni Paolo II. Il 30 giugno 2010 è stato nominato presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Papa Francesco gli ha affidato “le chiavi” del Giubileo della Misericordia.

“La Misericordia non è una parola ma gesti concreti di Dio e dell’uomo"

Tutti lo considerano il grande “re­gista” del Giubileo della Miseri­cordia voluto da Papa Francesco a 50 anni dalla chiusura del Va­ticano II. Ma il vescovo Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione preferisce ragionare con le categorie del servizio alla Chiesa e al Papa. E soprattutto, al di là dei numeri fuori ogni previsione, pone l’accento sugli effetti della grande intuizione di Francesco: vivere l’espe­rienza della misericordia in effetti, era “un desiderio celato nel più profondo del cuore contrito di noi tutti”.

Mons. Fisichella, quando il Papa le chiese di progettare e sovrintendere alla “macchina” del Giubileo della Misericor­dia, immaginava la mole di lavoro che l’attendeva? Avverte un po’ di stanchez­za?

Certamente la mole di lavoro è davvero onerosa però sono circondato da una qua­lificata équipe di collaboratori con i quali si lavora agevolmente e con amicizia. Seb­bene non manchi la fatica, questa viene, in ogni caso, alleviata dal fatto che sappiamo di lavorare per la Chiesa e pertanto il tutto è vissuto con autentico spirito di servizio e di fraternità.

A San Pietro più di 5 milioni di pre­senze nei primi sei mesi nonostante la minaccia di attentati... Se parlassimo di un evento mondano diremmo che fino ad oggi è stato un successo, lei invece?

Per quanto riguarda i numeri in effetti è così, un risultato davvero strepitoso, tut­tavia, dobbiamo anche considerare che la Porta Santa è stata aperta in tutto il mondo e quindi se dovessimo soltanto pensare ai numeri dovremmo calcolare anche tutti quei milioni e milioni di persone che ogni gior­no fanno l’esperienza del Giubileo. A mio avviso, comunque, il successo del Giubileo non va ricercato nei numeri ma piuttosto vantato da come si vive l’esperienza della misericordia e, da questo punto di vista, riceviamo dati che sono di grande gioia e consolazione. Ogni giorno constatiamo come tutti i popoli, non soltanto i cristia­ni, siano in ricerca e quindi desiderino ardentemente vivere l’esperienza della mi­sericordia che poi si tramuta in tanti gesti, primo fra tutti quello della confessione. E tutti, sacerdoti e vescovi, riferiscono una ripresa non indifferente del sacramento della riconciliazione. Ciò significa che il messaggio della misericordia, così come Papa Francesco esprime attraverso le pa­role, i gesti, i comportamenti che gli sono propri, viene accolto in sintonia con un desiderio celato nel più profondo del cuore contrito di noi tutti.

E Papa Francesco, che lei incontra spesso, come sta vivendo questo Anno straordinario?

Il Papa è davvero contento di come il Giubileo viene vissuto soprattutto quando sente che c’è un’esperienza viva di miseri­cordia che viene compiuta. Egli spessissi­mo lo può verificare durante le grandi ma­nifestazioni a Roma, le udienze giubilari un sabato al mese e può toccare con mano tante persone che si accostano a lui anche solo per ringraziarlo. E da questa prospet­tiva il Papa non fa che ribadire il proprio grazie al Signore perché la sua intuizione di indire un Giubileo trovi un così grande riscontro quotidiano.

Un’analisi di questo primo “seme­stre giubilare”. Raccomandazioni per i prossimi mesi ed eventi. Un suo giudi­zio sul contributo dei volontari.

Intanto si sa che questo Anno Santo è stato pensato non per delle categorie ma per essere celebrato nella maniera più estesa possibile. Quindi, abbiamo pensato ai diaconi che sono il segno della carità; ai sacerdoti che sono il segno della mise­ricordia, soprattutto nel sacramento della confessione e alla grande giornata del 3 e 4 settembre dedicata a tutto il mondo del volontariato. I volontari sono i veri de­stinatari del Giubileo della Misericordia poiché rappresentano quel mondo varie­gato di chi, non tenendo conto dell’età, dello stato sociale, di alcunché di simile, dedica la propria vita ad alleviare le sof­ferenze altrui, inframmezzando momenti della propria giornata, spesso rinuncian­do a qualsiasi altra attività, è accanto al prossimo sotto tutti i punti di vista, siano essi materiali, fisici o spirituali. Pertanto tutto il volontariato nella Chiesa non fa che esprimere le 14 Opere di Misericordia che sono in concreto il segno tangibile di come Dio dimostra la sua vicinanza e la sua tenerezza a chi è nel bisogno.

Eccellenza, ha senso parlare di mi­sericordia in un mondo che non mette al centro le relazioni umane ma le leggi del mercato?

Il messaggio della misericordia è con­vincente perché tocca le persone nel più profondo del cuore e le tocca laddove so­prattutto, in un contesto come il nostro, c’è bisogno di amore, di tenerezza e di consolazione. Di amore, perché c’è troppa violenza e anche perché la legge del merca­to fa perdere di vista i valori fondamentali della vita. Di tenerezza, perché sembra che tutto venga vissuto nella fretta, con stress quando, invece, dovremmo soffermarci di più in momenti di delicatezza, donando una carezza, uno sguardo di bontà. Pur­troppo, invece per le strade non si incon­trano che volti indifferenti, scontrosi e spesso anche violenti. Di consolazione, perché chi di noi può dire di non aver bi­sogno di una parola che restituisca un po’ di pace e di serenità nel cuore? La Mise­ricordia è tutto questo, non è una parola astratta ma un segno concreto, un gesto visibile che viene vissuto.

Cosa si sente di dire a chi contrap­pone misericordia e giustizia? E a chi parla della Chiesa come di una realtà divisa da conservatori e riformisti?

In realtà non c’è contrapposizione tra giustizia e misericordia: basta discernere tra giustizia di Dio e misericordia di Dio per accorgersi che la giustizia è pur sem­pre un atto della sua misericordia. Quin­di, quando parliamo di Dio è giusto ciò che egli ritiene giusto, come piena espressione della sua misericordia. Personalmente non mi sono mai soffermato sulle etichette nella Chiesa poiché essa vive soprattutto nel dare testimonianza del Vangelo che è una parola viva che deve giungere a tutti. Pertanto, la divisione o la distinzione tra conservatori e progressisti appartengono più alla società civile e quando vengono applicate alla Chiesa perdono, a mio avvi­so, il loro valore. La Chiesa non si descri­ve facendo tali distinzioni ma come noi la professiamo nella fede: “una, santa, catto­lica e apostolica”.

Crede sul serio che la forza del perdono possa essere la soluzione ai grandi drammi globali? Perché? Suc­cederà davvero?

Sì, perché il perdono è ciò che consente di ricominciare, è come se la persona che ha offeso o ha usato violenza di colpo si vedesse restituita quella dignità che ha perso con il gesto di violenza che è stato compiuto. Infatti, il compito della miseri­cordia è anche quello di restituire digni­tà e quindi il perdono dato e ricevuto. Il perdono non è mai a senso unico ma lo si può donare solo dopo averlo ricevuto. Se ognuno di noi non passa attraverso l’espe­rienza di riconoscersi peccatore desideroso del perdono del Padre non sarà mai capace di rivolgerlo agli altri. Ma, in definitiva, il perdono è la parola che può pronuncia­re chi veramente ama e quindi la “civiltà  dell’amore” che già Paolo VI preconizzava negli anni del Concilio è quella civiltà che siamo chiamati, sì con fatica ma anche con entusiasmo a dover costruire.

Nell’ultimo Giovedì Santo Papa Francesco ha lavato i piedi a dodici profughi. Lei ha definito il gesto “un segno di grande rispetto”. È un’espres­sione moderna della misericordia?

Il rispetto è certamente un’espressione della misericordia perché vuol dire accor­gersi che vi sono altre persone e che quindi non esisto solo io. Il mondo non ruota in­torno a noi e nei momenti in cui pensiamo il contrario ci illudiamo perché vuol dire rinchiudersi in se stessi e morire di asfis­sia. Rispetto vuol dire accorgersi dell’altro che è sì diverso da me ma con una sua di­gnità e con una grande dote di umanità che non può essere negata a nessuno, con i pregi e con i difetti. Tutto questo, in ogni caso, ha sempre un valore di complemen­tarità in quanto aiuta a capire che siamo necessari gli uni agli altri e non siamo mai assoluti.

L’ultimo grande gesto di misericor­dia Papa Francesco l’ha compiuto re­candosi a Lesbo e ritornando in Vatica­no, ancora una volta, con 12 profughi al seguito. Le miserie avranno mai fine?

Le miserie umane ed esistenziali sono determinate dalle situazioni di profondo egoismo che vivono alcuni Paesi e alcune persone. È impensabile che l’80% di tut­ta la ricchezza mondiale sia raccolta nelle mani di pochi mentre la stragrande mag­gioranza vive nella povertà e nel disagio. Le condizioni di povertà sono determinate da situazioni di profonda iniquità e ingiu­stizia. Ma Gesù ci ha spiegato che i poveri li avremo sempre con noi, essi ci accom­pagneranno continuamente perché hanno il compito di mostrarci il volto di Cristo. I poveri non sono solo quelle persone che vivono in condizioni economiche e sociali disagiate ma, vi sono poveri che sono tali poiché vivono la sofferenza ed altri che non riescono ad ottenere giustizia ed an­cora altri che sono tali perché vittime di nuove schiavitù. La povertà ha tanti volti, sconfiggerla non sarà possibile poiché la lotta tra bene e male continuerà fino alla fine dei tempi.

“Accompagnare, discernere, inte­grare”, sono i verbi dell’Esortazione post sinodale Amoris laetitia. Nessuna distinzione tra situazioni regolari e irre­golari. È vero che non è più possibile dire che chi si trova in una situazione irregolare sia in peccato mortale? Cosa cambia nella visione cristiana del ma­trimonio e della famiglia?

Sulla visione cristiana del Matrimo­nio il Papa ha utilizzato parole molto belle e significative perché innanzitutto indi­ca il matrimonio e la famiglia come una vocazione a cui occorre corrispondere. Quindi, il grande impegno che viene rico­nosciuto alla famiglia cristiana è quello di comprendere la missione che ha ricevuto e la responsabilità che possiede soprattutto nel ruolo della formazione e dell’educazio­ne delle nuove generazioni. Poi, il Papa utilizza anche un linguaggio che deve essere conforme all’annuncio del Vangelo, ovvero un messaggio che parla di miseri­cordia che, come sempre, è anche un invi­to alla conversione nel momento in cui ci rendiamo conto che la nostra vita non è corrispondente alle esigenze del vangelo. O quando ci rendiamo conto di dover­la modificare per renderla sempre una espressione della testimonianza cristia­na che viene sparsa nel mondo. Oggi c’è tanto bisogno di testimonianza cristiana in un tempo in cui non si apprezza più la famiglia e non si coglie più il grande valore che possiede.

Nell’Amoris laetitia, non si nomina mai esplicitamente il tema dell’accesso alla comunione per i divorziati risposati ma - in una nota dell’ottavo capitolo -, a proposito dell’“aiuto della Chiesa”, si fa presente che “in certi casi, potreb­be essere utile anche l’aiuto dei sacra­menti”. L’invito ai pastori è al “discer­nimento pratico” caso per caso. Cosa vuol dire?

Il pensiero del Papa è alquanto chiaro ed è quello che da sempre dovrebbe guidare la vita, l’azione della Chiesa e dei suoi mi­nistri in un rapporto personale, in quanto le persone non sono tutte quante uguali e le situazioni di vita nemmeno. Non si può pensare che un principio esposto teorica­mente possa dare risposta a tutte le situa­zioni concrete. Il Papa invita tutti i pastori della Chiesa ad essere capaci di accogliere le persone, di ascoltare la loro storia e di dare anche la risposta più coerente alla luce del vangelo. Poi, non bisogna dimenticare che esiste quel capitolo, altrettanto impor­tante, dove il Papa dispone che, tutte quelle persone che hanno vissuto il primo ma­trimonio e che le condizioni di vita hanno portato a dover recedere, possano annulla­re il matrimonio con più facilità. È una via d’uscita per tutti coloro che si trovano in questa situazione di sofferenza. Purtrop­po ci accorgiamo che nella nostra cultura manca la debita preparazione al matrimo­nio in quanto con 3-4 lezioni non ci si può dire pronti ad affrontare un passo così vi­tale. Il matrimonio è una vocazione molto importante, non va preso alla leggera, ogni situazione è differente ed è comprensibile che tanti nostri giovani con un matrimo­nio naufragato alle spalle realizzino poi di dover ricostruire una vita. Ebbene, il Papa dice che la Chiesa è disposta ad agevolar­li, tende loro la mano anche in questo, at­traverso persone in grado di incontrare e comprendere le varie esigenze dispensando utili consigli, persino portando il vescovo e di riflesso la Chiesa a dire che il primo matrimonio non è mai stato celebrato.

 

 di Vincenzo Paticchio
ha collaborato Christian Tarantino

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