MONS. MARCO FRISINA

AL SERVIZIO DELLA LITURGIA
Mons. Marco Frisina è nato a Roma il 16 dicembre 1954. Dopo gli studi classici si è diplomato in composizione al Conservato¬rio di Santa Cecilia. Nel 1978 è entra¬to nel Seminario Romano Maggiore compiendo gli studi teologici presso la Pontificia Università Gregoriana e conseguendo la Licenza in Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico. Ordinato sacerdote nel 1982, da allora svolge il suo ministero nella Diocesi di Roma. È stato assistente spirituale al Pontificio Seminario Romano Maggiore e poi Direttore dell’Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma dal 1991 al 2011. Attualmente è Presidente della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra ed i Beni Culturali, Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e Rettore della Basilica di Santa Cecilia in Trastevere. Nel 1984 ha fondato - e da allora dirige - il Coro della Diocesi di Roma, attualmente composto da oltre 250 elementi e nato per l’anima¬zione delle più importanti liturgie dio¬cesane, molte delle quali presiedute dal Santo Padre. Dal 1991 è anche Maestro Direttore della Pontificia Cappella Musicale Lateranense. Oltre ai film del “Progetto Bibbia”, negli anni ha composto le colonne sonore di molti film a tema storico e religioso realizzati per Rai e Media¬set. Autore di numerosi canti liturgici conosciuti ed apprezzati in Italia e all’estero, nella sua discografia sono presenti importanti collaborazioni a progetti di artisti italiani e interna¬zionali. Ha composto ed eseguito dinanzi ai Pontefici Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco oltre 20 Oratori sacri ispirati a personag¬gi biblici o alla vita di grandi santi. Accanto a queste composizioni, me¬ritano di essere citati altri due oratori sacri:“Cantico dei Cantici” scritto nel 2009 e “Passio Caeciliae” del 2011. Nel 1997 è stato nominato da Papa Giovanni Paolo II Accademico Virtuo¬so Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Letteratura dei Virtuosi al Pantheon.

“Non amo essere applaudito, a me piace condividere con i fratelli la gioia e la bellezza di Dio”

 Don Marco è un prete innamorato della Parola di Dio. Essa è la fonte ispiratrice della sua poesia e del­la sua musica. E i suoi canti fan­no parte del patrimonio liturgico della Chiesa e di quella italiana in particolare. In tutte le parrocchie le assemblee cono­scono e intonano le sue composizioni che oltre a trovare la propria matrice nella Scrittura, appassionano per le me­lodie e incantano per la profondità del mistero che rappresentano.

Ma il Maestro Frisina non è solo un compositore. È prima di tutto un sacer­dote - anche se la sua formazione musi­cale ha preceduto il suo ingresso in se­minario -: “La mia formazione musicale - spiega don Marco - è avvenuta presso il Conservatorio di S. Cecilia prima che entrassi in seminario, una formazione che non prevedeva soltanto il genere ‘sacro’ ma che doveva spaziare in tutti i generi e linguaggi. Questo mi ha per­messo di poter usare generi e linguaggi diversi con disinvoltura”. Non a caso Frisina ha composto anche musica per il cinema (e non solo per film a tema religioso). Basti ricordare qualche tito­lo per associare le note alle immagini: “Tristano e Isotta”, “Michele Strogoff”, “Il corriere dello Zar”, “Un dono sem­plice”, “Preferisco il Paradiso”, “Callas e Onassis”, “Papa Luciani. Il sorriso di Dio” e tanti altri ancora.

Oggi, a quasi 62 anni, continua ad incantare con le sue opere ma anche ad essere felice per il suo sacerdozio che egli esercita come rettore della Basilica di Santa Cecilia in Trastevere e presi­dente della Commssione di arte sacra della diocesi di Roma. Per il Giubileo della misericordia che si avvia a con­clusione, Papa Francesco l’ha voluto Missionario della misericordia: “È stata - rivela - un’eccezionale opportunità per avvicinarsi maggiormente alla debolez­za alla povertà della gente, condi­videndola con loro e abbracciandola con il dono della grazia della riconci­liazione”.

Mons. Frisina, partiamo da un servizio nuovo e originale che Papa Francesco ha voluto affidarle per questo Anno santo straordinario. Lei è Missionario della misericordia. Che cosa ha aggiun­to questo incarico del Santo Padre al suo ministero sacerdotale e come sta vivendo questa esperienza?

Essere Missionario della misericordia significa innanzitutto riscoprire la pro­fondità e la bellezza del ministero sacerdo­tale che ha nel dono della misericordia di Dio il suo cuore pulsante. Inoltre è stata un’eccezionale opportunità per avvicinarsi maggiormente alla debolezza e alla povertà della gente, condividendola con loro e ab­bracciandola con il dono della grazia della riconciliazione.

Quali segni lascerà il Giubileo del­la Misericordia alla Chiesa universale? Quale messaggio dovrà restare nel cuore di ogni uomo di buona volontà?

Credo che questo Giubileo della miseri­cordia darà alla Chiesa una maggiore con­sapevolezza che l’amore di Dio non è una formalità astratta, non è un concetto, né un sentimento, ma una realtà forte e concreta che si può sperimentare piegandoci sui più poveri e sulle loro ferite per scoprire anche la nostra povertà e che tutti indistintamen­te siamo bisognosi del perdono e della mi­sericordia di Dio.

A che punto sono i preparativi per il Giubileo delle corali che lei ha promos­so e organizzato per la seconda metà di ottobre?

Il Giubileo delle corali entra ormai nella sua fase culminante. Accoglieremo le migliaia di coristi che verranno a que­sto incontro con grande gioia ed entusia­smo. Credo che sarà una bella occasione per gioire insieme del dono della musica e del canto e per lodare il Signore, facendoci eco del canto del Risorto. Un’occasione per dare speranza ed entusiasmo ai cori piccoli e grandi che svolgono il loro impegno nelle diocesi italiane.

Nel suo ultimo lavoro per la litur­gia “Dio ha tanto amato il mondo”, lei propone canti nuovi che hanno in co­mune il tema della misericordia. In che maniera il canto può evangelizzare e in che modo particolare può trasmettere il messaggio della misericordia di Dio?

La musica e il canto sono uno stra­ordinario dono di Dio che ci permette di comunicare con tutti, senza traduzioni o sofisticazioni intellettuali. La musica unisce ed eleva, semina speranza e gioia. Tutto questo è segno della misericordia di Dio che cerca ogni uomo, sta a noi aiutare i fratelli, anche con la musica, a ritrovare il cammino verso Dio, trasmettendo loro un po’ di nostalgia del Cielo.

Nelle sue composizioni, spesso e volentieri si affida alle parole della Bib­bia. Si avverte senza sforzi particola­ri il suo amore per la Parola. In più, i suoi canti diventano sulla bocca di chi li esegue una forma originale e anche piacevole di catechesi sulle Scritture. Ha mai avuto riscontri in questo sen­so?

Spesso mi dicono questo. Per me la Scrittura è il più bel “libretto” che si possa musicare. La bellezza del testo biblico na­sce dalla straordinaria capacità che ha la Parola di Dio di parlare al cuore di ogni uomo, di saper descrivere i sentimenti più profondi e i concetti più alti in modo sem­plice e diretto. Si sente in essa il soffio dello Spirito che sa suggerire ad ogni uomo la giusta parola che consola e salva.

In che rapporto vanno posti il can­to e la liturgia? Quale dovrebbe essere secondo lei il ruolo giusto di un coro durante una celebrazione?

Durante la celebrazione il coro ha un ruolo importante perché fa da cerniera tra l’assemblea e la celebrazione. Il coro nel­la Liturgia è parte dell’assemblea e non in competizione con essa. Il coro anima il canto di tutti eseguendo le parti più diffi­cili, trascinando la partecipazione di tutti, eseguendo in alcuni momenti anche brani del passato ma sempre con la prospettiva precisa di essere al servizio della preghiera di tutti, senza alcun desiderio di esibizione. La liturgia non è un concerto.

Lei ha fondato tanti anni fa (1984) il Coro della diocesi di Roma e ha avu­to tante volte l’occasione di animare le cerimonie pontificie di tre papi. Qual è stato, in poche battute, il suo rapporto con San Giovanni Paolo II, con Bene­detto XVI e, oggi, con Papa Francesco? Quale il loro rapporto con la musica e con il canto nella liturgia?

Certamente il rapporto con San Gio­vanni Paolo II è stato il più intenso e anche il più lungo. Con lui abbiamo vissuto mo­menti indimenticabili e da lui ho appreso il valore e il significato del mio ministero sacerdotale, compreso il senso del fare mu­sica. Con Benedetto XVI ho appreso la pro­fondità della liturgia e del ruolo del canto, con Papa Francesco il significato sempre più forte della musica come dono di gioia e amore per i più poveri.

Ci dica di più su Giovanni Paolo II e sul suo rapporto con l’arte.

Il mio primo incontro con lui fu al Se­minario Romano. Ero entrato da poco in Seminario e il Papa venne a far visita nel giorno della Madonna della Fiducia. Fu il primo di tanti momenti straordinari con cui ho avuto la grazia di poter offrire a San Giovanni Paolo II tante mie composizioni scritte per vari momenti sia liturgici che culturali. L’animazione di tanti momenti di preghiera e l’opportunità di condivide­re con il Coro momenti stupendi della vita della Chiesa, come ad esempio il Giubileo, hanno fatto sì che si creasse un legame mol­to forte tra noi e il Papa.

Lei non si è fermato alla compo­sizione per la liturgia; qualche volta è andato anche oltre la musica sacra prestando la sua arte anche alle pro­duzioni cinematografiche (e non solo a quelle a sfondo religioso). Che cosa cambia, oltre all’ispirazione, per lei che è un sacerdote?

La mia formazione musicale è avvenuta presso il Conservatorio di S. Cecilia prima che entrassi in Seminario, una formazione che non prevedeva soltanto il genere “sa­cro” ma che doveva spaziare in tutti i ge­neri e linguaggi. Questo mi ha permesso di poter usare generi e linguaggi diversi con disinvoltura. La mia spiritualità sacerdo­tale è stata arricchita dalle esperienze com­positive extraliturgiche, perché mi ha fatto ancor meglio comprendere come la musica sia uno strumento di comunicazione uni­co, capace di trasmettere cultura e valori umani ad un larghissimo numero di per­sone, di estrazione culturale e a volte reli­giosa diversa ma con cui si può dialogare e comunicare. La musica porta in sé valori umani che, pur non essendo esplicitamente religiosi, sono ugualmente preziosi per gli uomini di oggi.

Nelle sue composizioni, spesso e volentieri si affida alle parole della Bib­bia. Si avverte senza sforzi particola­ri il suo amore per la Parola. In più, i suoi canti diventano sulla bocca di chi li esegue una forma originale e anche piacevole di catechesi sulle Scritture. Ha mai avuto riscontri in questo sen­so?

Spesso mi dicono questo. Per me la Scrittura è il più bel “libretto” che si possa musicare. La bellezza del testo biblico na­sce dalla straordinaria capacità che ha la Parola di Dio di parlare al cuore di ogni uomo, di saper descrivere i sentimenti più profondi e i concetti più alti in modo sem­plice e diretto. Si sente in essa il soffio dello Spirito che sa suggerire ad ogni uomo la giusta parola che consola e salva.

In che rapporto vanno posti il can­to e la liturgia? Quale dovrebbe essere secondo lei il ruolo giusto di un coro durante una celebrazione?

Durante la celebrazione il coro ha un ruolo importante perché fa da cerniera tra l’assemblea e la celebrazione. Il coro nel­la Liturgia è parte dell’assemblea e non in competizione con essa. Il coro anima il canto di tutti eseguendo le parti più diffi­cili, trascinando la partecipazione di tutti, eseguendo in alcuni momenti anche brani del passato ma sempre con la prospettiva precisa di essere al servizio della preghiera di tutti, senza alcun desiderio di esibizione. La liturgia non è un concerto.

Lei ha fondato tanti anni fa (1984) il Coro della diocesi di Roma e ha avu­to tante volte l’occasione di animare le cerimonie pontificie di tre papi. Qual è stato, in poche battute, il suo rapporto con San Giovanni Paolo II, con Bene­detto XVI e, oggi, con Papa Francesco? Quale il loro rapporto con la musica e con il canto nella liturgia?

Certamente il rapporto con San Gio­vanni Paolo II è stato il più intenso e anche il più lungo. Con lui abbiamo vissuto mo­menti indimenticabili e da lui ho appreso il valore e il significato del mio ministero sacerdotale, compreso il senso del fare mu­sica. Con Benedetto XVI ho appreso la pro­fondità della liturgia e del ruolo del canto, con Papa Francesco il significato sempre più forte della musica come dono di gioia e amore per i più poveri.

Ci dica di più su Giovanni Paolo II e sul suo rapporto con l’arte.

Il mio primo incontro con lui fu al Se­minario Romano. Ero entrato da poco in Seminario e il Papa venne a far visita nel giorno della Madonna della Fiducia. Fu il primo di tanti momenti straordinari con cui ho avuto la grazia di poter offrire a San Giovanni Paolo II tante mie composizioni scritte per vari momenti sia liturgici che culturali. L’animazione di tanti momenti di preghiera e l’opportunità di condivide­re con il Coro momenti stupendi della vita della Chiesa, come ad esempio il Giubileo, hanno fatto sì che si creasse un legame mol­to forte tra noi e il Papa.

Lei non si è fermato alla compo­sizione per la liturgia; qualche volta è andato anche oltre la musica sacra prestando la sua arte anche alle pro­duzioni cinematografiche (e non solo a quelle a sfondo religioso). Che cosa cambia, oltre all’ispirazione, per lei che è un sacerdote?

La mia formazione musicale è avvenuta presso il Conservatorio di S. Cecilia prima che entrassi in Seminario, una formazione che non prevedeva soltanto il genere “sa­cro” ma che doveva spaziare in tutti i ge­neri e linguaggi. Questo mi ha permesso di poter usare generi e linguaggi diversi con disinvoltura. La mia spiritualità sacerdo­tale è stata arricchita dalle esperienze com­positive extraliturgiche, perché mi ha fatto ancor meglio comprendere come la musica sia uno strumento di comunicazione uni­co, capace di trasmettere cultura e valori umani ad un larghissimo numero di per­sone, di estrazione culturale e a volte reli­giosa diversa ma con cui si può dialogare e comunicare. La musica porta in sé valori umani che, pur non essendo esplicitamente religiosi, sono ugualmente preziosi per gli uomini di oggi. I Trinitari fin dalla fondazione, av­venuta quasi in contemporanea con la nascita del grande movimento france­scano, vivono la missione della libera­zione dell’uomo dalle catene del suo tempo. Quali sono oggi, secondo lei, le schiavitù più subdole e più pericolose che rendono l’umanità schiava?

Le schiavitù degli uomini, pur con con­notazioni e fenomenologie diverse, sono sempre le stesse. La tendenza che l’uomo ha di farsi degli idoli e di legarsi ad essi con una schivitù del cuore è antica come il mondo. Gli idoli cambiano nomi e sem­bianze ma in fondo sono sempre gli stessi, il piacer, il potere, la ricchezza etc. Bisogna semplicemente liberare l’uomo nascosto sotto queste catene pesanti ridonandogli la libertà con cui Dio lo ha creato e facendogli respirare le cose grandi e alte che sono de­gne di lui. Bisogna riumanizzare il mondo che il peccato tende a corrompere.

Non c’è comunità che non esegua i suoi canti e non esiste una sua nuova produzione che non vada a ruba. Una domanda un po’ più personale: che ef­fetto le fa umanamente? Come vive la sua notorietà?

Cerco di vivere tutto questo con iro­nia. Dico spesso: chissà, fra 50 anni non si ricorderanno neanche che siamo esisti­ti, perciò non prendiamo mai nulla troppo sul serio, ridiamoci su. Un po’ quello che ci ha insegnato S. Filippo Neri; il bene che possiamo fare è un dono di Dio, se di tutto questo possiamo rallegrarci con i fratelli è una grande grazia ma come dice il salmo: “Non a noi, Signore, ma al tuo nome da’ gloria”. Non amo essere applaudito, a me piace condividere con i fratelli la gioia e la bellezza di Dio, il mio servizio è solo quello di annunciarla con il mio operato.

di Vincenzo Paticchio

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