ALDA D’EUSANIO

UNA VITA ALLA RAI GIORNALISTA E CONDUTTRICE
Alda D’Eusanio è nata a Tollo (CH) il 14 ottobre 1950, laureata in sociologia con 110 e lode, con una tesi su la “Open University, l’educazione a distanza”. Giornalista professionista è stata inviata, capo redattore e conduttrice del Tg2. È stata autrice e regista di numerosi documentari per la Rai. Numerosi i suoi reportage sulle grandi emergenze sociali: la tossicodipendenza, l’abuso sui minori, la condizione della donna, il lavoro minorile e la microcriminalità ecc. Ha condotto il telegiornale, ha ideato e condotto il primo quotidiano popolare televisivo “L’Italia in diretta” su Rai Uno e ha poi condotto altri programmi culturali e di intrattenimento. Fortemente legata alla sua Tollo non tralascia occasione per riaffermare la propria abruzzesità e l’amore per la terra di origine. Vedova di Gianni Statera, sociologo del Psi e docente universitario, morto nel 1999, conosciuto da studentessa. Il 24 gennaio 2012 è stata travolta da una motocicletta mentre attraversava di poco fuori dalle strisce pedonali in Corso Vittorio Emanuele a Roma, riportando una frattura occipitale e alcune emorragie. È stata subito ricoverata al Policlinico Agostino Gemelli. A seguito dell’incidente, è stata in coma ed ha intrapreso una terapia riabilitativa neurologica.

“Il dolore va sempre accettato dolore va sempre accettato Solo accogliendolo si può diventare migliori”

Alda D’Eusanio a cuo­re aperto. Volto noto e molto amato dal pub­blico televisivo italiano, donna sincera e appassionata, ha accettato volentieri di esse­re la nostra ospite del mese in un momento delicato della sua vita. Il drammatico incidente stradale che agli inizi del 2012 la costrinse per un mese al coma con conseguenti danni di natu­ra neurologica l’hanno tenuta per anni lontana dal piccolo schermo e lei ha dovuto fare i conti con una lunga esperien­za di sofferenza che, sommata al dolore per l’improvvisa per­dita del marito Gianni Statera (scomparso nel 1999), le hanno riconsegnato una vita nuova e comunque diversa da quella di prima.

Dottoressa D’Eusanio, è da un po’ che non la vediamo in tv. A che cosa si sta dedicando in questo periodo?

Finalmente mi dedico a quelle piccole cose che per tanti anni non sono riuscita a fare. Coltivo le mie amicizie, i miei interessi quali la let­tura, lo studio, l’approfondimento personale cercando di tenere sempre l’intelletto in allenamento. Si sa che dovendo lavorare il tempo per leg­gere scarseggia, ci si ferma alle noti­zie dei quotidiani ma i grandi saggi passano un po’ in secondo piano. Sto curando la mia salute dopo il grave incidente di qualche anno fa, il coma che ho affrontato e la ripresa sono stati momenti difficili ma, co­munque mi hanno permesso di rag­giungere quel grado di serenità che mi consente di prendere più a cuore me stessa.

Ma la sofferenza è necessaria per vivere e per diventare più maturi?

La sofferenza è un fattore ine­liminabile della vita. Prendiamo atto che il bene e il male coesistono proprio come Iddio e il demonio. La sofferenza fa parte della vita come ne possono far parte la morte e tutta una serie di fattori che contribuisco­no a complicarcela. C’è la sofferenza fisica del corpo, con l’esperienza del­la malattia, del deperimento organi­co. C’è la sofferenza morale dell’ani­ma, più dilaniante di quella fisica, causata dall’ingratitudine, dall’ab­bandono, dal tradimento, dall’e­marginazione, dal disprezzo e ancor più dalle proprie colpe. C’è la soffe­renza psicologica, che spesso fa da corollario al dolore fisico e al dolore morale e si manifesta sotto forma di tristezza, delusione, pessimismo, scoraggiamento, depressione. Emily Dickinson, questa grande poetessa americana vissuta durante la Guer­ra di Seccessione, scrisse che nessu­no di noi conosce la propria statura, fino a quando il destino non lo chia­ma, in quel momento si alza e la sua altezza raggiunge il cielo. Ovvero quando il destino ti reclama se tu sei in grado di reggere ed affrontare la difficoltà, la sofferenza, il dolore, il pericolo e riesci a fronteggiarli, appunto, la tua umanità arriverà molto in alto.

Quindi, secondo lei, esiste un modo per sublimare il dolore e trasformarlo in energia positiva?

Prima di tutto, l’uomo il dolore deve accettarlo perché solo attraver­so di esso si può diventare migliori, più forti, esso può farti crescere ma allo stesso tempo può anche renderti più fragile, cattivo, aspro, rabbioso: tutto dipende da come lo si vive, sempre con rassegnazione perché è parte della vita dell’uomo. Io cono­sco delle persone che quando i loro figli sperimentano dei malanni non esitano a dire: “Oddio come vorrei viverlo io al posto loro”, ma perso­nalmente lo ritengo sbagliato, si an­nullerebbe la loro vita.

Qual è il suo rapporto con la fede, come la vive e soprattutto con quanta fatica?

La mia fede è alquanto serena, ho un bellissimo rapporto diretto con il Signore. Sono fermamente convinta che Egli veda tutto ciò che accade. Per quanto mi riguar­da non è solo in confessione che si possano dichiarare i propri peccati ma ce ne sono alcuni, i più concreti, quelli li conosce solo Dio tramite questo filo diretto che ci uni­sce a Lui. Cerco da sempre di conformare la mia vita agli insegnamenti religiosi, mettendoli in pratica vivendo la mia fede nella quotidianità. Pur non frequentando assiduamente la chiesa e le funzioni reli­giose cerco comunque di vivere la mia fede in modo pratico e sincero. Ad esempio nei momenti di maggior dolore è stato proprio questo modo di vivere la mia fede che mi ha aiutata a superare ogni difficoltà. L’in­segnamento e l’esempio più concreto mi proviene da una zia suora, scomparsa a 91 anni. Le persone che ho amato e che amo, tutte mi hanno trasmesso questa capacità di saper vivere il dolore senza mai temerlo o far finta che non esista.

Qual è il suo pensiero sull’evoluzio­ne dell’informazione negli ultimi 10-20 anni?

L’informazione ha subito un’evoluzio­ne rivoluzionaria poiché attraverso le mo­derne tecnologie tutto il mondo è collegato e spiato tramite la rete e pertanto non esiste più nemmeno un attimo di privacy. Questo modus operandi ha, per certi versi, alza­to il livello dell’informazione ma per altri lo ha abbassato. Ad un tempo, nessuno può nascondere più le proprie vergogne, basti pensare alla vicenda della pedofilia nella Chiesa, dall’altro, ha tirato fuori una parte meno nobile che spinge l’essere umano a gesti inconsulti come ultimamente è acca­duto a ragazze che si sono uccise dopo esse­re finite in rete con immagini tutt’altro che edificanti. Ma l’informazione e la comuni­cazione in genere si è abbassata di livello proprio perché viene affidata in mano a chi non ha adeguata preparazione e cultura né coscienza perché usata per perseguitare, minacciare, manifestando proprio la parte più infima dell’essere.

Lei appartiene ad un’altra scuola di giornalismo, come vive questa rivolu­zione?

È una rivoluzione che, gioco-forza, appartiene ai nostri tempi per cui siamo costretti a subirla. A me personalmente non piace molto perché proprio quando si hanno in mano meccanismi molto potenti bisognerebbe essere fortemente respon­sabili, bisognerebbe essere più preparati, avere coscienza e sapere che una parola in più può danneggiare l’altro. Anche se è vero che a certi episodi di barbarie me­diatica si assisteva già prima di internet. Penso al ‘caso Tortora’, quando la tv entrò di prepotenza nella triste vicenda dell’arre­sto del presentatore innocente, sbattendolo sugli schermi degli italiani con le manette ai polsi lasciando intendere, pertanto, che era colpevole prima ancora del processo. Quindi l’uso dei mezzi di comunicazione in modo crudele, incosciente e irresponsa­bile può ‘ammazzare’ l’essere umano.

Guardando all’Italia, visto che lei si è occupata anche di politica, qual è la sua opinione sulla classe politica di oggi? È vero secondo lei che un popolo ha i politici che si merita?

Per quanto mi riguarda la politica in Italia è morta nel 1994. Tutto ciò che è ve­nuto dopo è stata società civile chiamata a governare il Paese, del tutto priva di espe­rienza politica. Una politica che gradual­mente si è trasformata in comitati d’affari, spesso litigiosi l’uno con l’altro ma anche e soprattutto al proprio interno. Alla luce di questo in Italia oggi non c’è più vita po­litica e, a questo punto, il Paese merita di avere quello che ha. Ad esempio, sul tema della riforma della Costituzione, il popolo sembra quasi che non rifletta tanto sul fat­to se è o non è giusto riformarla ma pensa solo se votare contro o a favore dell’attuale Governo. Quindi, l’italiano non va mai a votare per se stesso discernendo il giusto dall’errato ma va a votare contro l’uno o contro l’altro. È sempre un voto di prote­sta, mai una decisione costruttiva per il proprio Paese e per la propria vita.

Pensa che l’indifferenza e il fenomeno dell’astensionismo elettorale, specie nelle nuove generazioni, rappresentino la vera piaga della nostra democrazia?

Non è una piaga. È l’espressione di un malessere profondo e di quanto la politica sia inesistente. La cosa più grave è che la classe dirigente continua a non tenerne conto. È, per noi, di sicuro un campanello d’allarme importante ma che tuttavia ne­gli altri Paesi esiste da tempo e in manie­ra molto diffusa. In America, ad esempio, il Presidente viene votato si e no dal 30% della popolazione. Da noi invece c’è una certa partecipazione perché proveniamo da una cultura diversa per cui stupisce di più il livello di astensionismo. In realtà esso di­venta il vero strumento della protesta. In altre parole, la persona cosciente non vota i movimenti e non accetta il contrario di tut­to ma protesta attraverso l’astensione come a voler dire ‘non mi piace nessuno di voi’. Ma comunque anche questo atteggiamento è espressione della democrazia.

L’immigrazione. Fino a quando? E so­prattutto cosa non funziona nelle politi­che internazionali ed europee sull’acco­glienza?

Non funziona l’Europa, anzi non esi­ste, soccombe in un clima da ‘scarica bari­le’ vergognoso. La democrazia esiste se nei momenti difficili si è veramente solidali. E i tempi che stiamo attraversando lo sono sotto tutti punti di vista. Ma il fatto che ci sia una grave crisi economica e di sicurezza dappertutto non può condurre a gettare in mare donne, bambini e disperati che fug­gono dai propri Paesi piegati dalla guerra. Nel sud dell’Italia che è la parte meno ric­ca del Paese, dagli Albanesi in poi, quando approdarono i migranti gli Italiani della Puglia e delle isole hanno sempre aperto le porte di casa agli affamati di altri stati, spesso avendo solo a sufficienza per loro. Questa è la vera democrazia perché si basa sulla solidarietà.

Una parola su Papa Francesco e la sua inclinazione per le periferie esistenziali. Crede che questa sia la strada giusta attraverso cui la Chiesa Cattolica possa realmente “risalire la china”?

Con molta sincerità penso che quanto ribadisce il Papa sia nient’altro che il mes­saggio evangelico. Ciò che egli annuncia c’è chi lo sa da quando è nato, io personal­mente le ascoltavo già da mia madre e da mia nonna, dai vicini di casa... È un qual­cosa che fa parte della base fondante della nostra religione, la solidarietà, la carità. Lo sappiamo da sempre non capisco perché quando lo dice il Papa susciti grande mera­viglia, dovrebbe essere la normalità di un cristiano. Questo significa probabilmente che i suoi predecessori si erano focalizzati su altri approcci e linguaggi per arrivare al cuore dell’uomo oppure, semplicemen­te, perché il cattolico aveva dimenticato di mettere in atto gli insegnamenti principali della nostra fede. La periferia del mondo è alla base della religione. Forse, mi piace pensare che il Papa quando parla più che rivolgersi ai fedeli si rivolge al clero perché forse quest’ultimo ha dimenticato le perife­rie del mondo.

Nell’immaginario collettivo l’uomo è in­trappolato da numerose moderne schia­vitù, quali catene secondo lei sarebbero oggi da spezzare maggiormente?

Persone come Don Oreste Benzi, pro­clamato Servo di Dio, che hanno saputo rompere le catene di tante donne che erano state costrette alla prostituzione, una delle peggiori forme di schiavismo, spesso abban­donate e condannate dalla società benpen­sante, sono persone da prendere a modello. Donne strappate al loro Paese, sbattute qual­

in mezzo alla strada da alcuni ‘carnefici’: chi le rende davvero schiave è il cliente, diversamente non esisterebbe il problema. Al cliente nessuno dice nulla, piuttosto si condanna la prostituta, autentica schiava. Per non parlare della prostituzione mino­rile che toglie la possibilità alle bambine di diventare donne vere. Oppure la schiavitù legata all’uso morboso di telefonini che ti imprigiona in un mondo virtuale facendoti sviluppare l’asocialità totale, facendoti cre­dere di parlare con il mondo ma in realtà parli da solo. È una schiavitù che tende ad isolare sempre più l’uomo e lo rende smo­derato.

Esiste davvero l’amore eterno tra due persone? Come la pensa sulla crisi del matrimonio come istituzione?

La crisi del matrimonio è una crisi og­gettiva e che si trascina da tanti anni or­mai. Complice la crisi economica, il fatto che i giovani non ci credano più, o hanno avuto cattivi esempi in famiglia che li han­no portati a maturare la convinzione che il matrimonio sia da evitare a priori. Poi, ci sono giovani che non lavorando non possono nemmeno andare a convivere per pagarsi il cosiddetto nido, una casa da con­dividere. Una vera e propria crisi della cop­pia causata dalla realtà economica più che dal credo religioso. Personalmente credo nel matrimonio. Mio marito prima di mo­rire mi disse: “quanto sono felice di averti sposata” e io gli risposi: “ti risposerei mil­le volte altre e ancora di più”, in maniera del tutto convinta. La nostra unione era talmente forte e felice che nonostante egli non sia più qui concretamente continua a vivere con me ogni momento della mia vita perché i nostri cuori battevano all’unisono. Quel battito rivive nel mio e si fermerà solo quando io non ci sarò più.

di Vincenzo Paticchio
(ha collaborato Christian Tarantino)

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