PROF. FRANCO MANDELLI

PRESIDENTE DELL’AIL DAL 2004
Il Prof. Franco Mandelli, nato a Bergamo nel 1931 da padre ingegnere e madre insegnante, decide di non seguire la tradizione di famiglia per studiare medicina. Laureatosi in medicina e chirurgia il 16 luglio 1955 con il massimo dei voti e la lode presso l’Università Statale di Milano, si dedica allo studio dei tumori del sangue dopo essersi specializzato in medicina interna a Parma ed essersi trasferito a Roma al Policlinico Umberto I, dove nel 1967 acquisisce la libera docenza in ematologia. Dopo un incontro con Jean Bernard, ematologo dell’Hòpital Saint-Louis di Parigi, lo segue per apprendere tecniche e terapie all’avanguardia nella cura dei tumori del sangue. Tornato a Roma potenzia il reparto di Ematologia al Policlinico Umberto I e apre il primo Day-Hospital nel 1970. Dal 1979 al 2003 dirige, sempre a Roma, il centro di Ematologia dell’Università Sapienza, da lui creato con reparti ospedalieri di ricovero per anziani, adulti e bambini, centro trapianti di cellule staminali, ambulatori, servizio per le malattie emorragiche e trombotiche, pronto soccorso ematologico funzionante 24 ore su 24. Nel 1982 fonda il gruppo italiano “Malattie Ematologiche dell’Adulto”, Gimema, con il coinvolgimento di un gruppo di centri di Ematologia italiani. Il Gimema, di cui Mandelli è presidente dal 1998, è una Fondazione Onlus. Nel 1982 crea a Roma il primo centro pubblico per il trapianto di midollo osseo. Fonda l’Ail, una rete di volontariato composta da medici, infermieri, crocerossine, tecnici di laboratorio e ne diventa presidente nel 2004. Dal 2011 è Professore emerito di Ematologia dell’Università Sapienza di Roma. Mandelli è stato promotore di campagne per raccogliere fondi a favore delle leucemie e per finanziare la ricerca scientifica. Ha inoltre sostenuto l’insediamento della Casa Ail Residenza Vanessa, una struttura che ospita gratuitamente i pazienti ematologici provenienti dall’Italia e da paesi stranieri, accompagnati da un familiare. La casa porta il nome di Vanessa, una ragazza morta di leucemia mieloide cronica. Ha al suo attivo circa 750 pubblicazioni scientifiche. Tra le ricerche svolte due in particolare riguardano il mieloma multiplo. La prima ha dimostrato la possibile efficacia di una cura di mantenimento nel mieloma con un farmaco non tossico, l’interferone. La seconda, aggredisce la malattia attraverso l’utilizzo di un farmaco a dosi molto superiori rispetto a quelle utilizzate normalmente, anche a costo di riduzioni importanti dei globuli bianchi e delle piastrine. Questa pratica è stata utilizzata in molti protocolli nel mondo.

“Da laico dico sempre: se credete in Dio pregatelo. Vi aiuterà senz’altro"

Non è un credente - come tanti scienziati d’altronde - ma la testimonianza di una vita intera dedicata al prossimo, alla lotta contro i mali più terribili che attentano alla salute dell’uomo, va anche oltre la confessione di un cre­do religioso. Franco Mandelli è un’icona della ricerca emato­logica e il suo lungo e faticoso impegno nella medicina per la cura delle leucemie e dei linfo­mi - in particolare si è occupato del linfoma di Hodgkin - e delle leucemie acute, soprattutto del­le forme promielocitiche, con protocolli utilizzati in tutto il mondo, è più che sufficiente per essere considerato una persona speciale.
Se accanto a tutto ciò, alle doti professionali, di ricerca e di attività clinica si aggiungono anche la sua totale abnegazione e l’alto senso della vocazione cui è stato chiamato per oltre cinquant’anni (ai giovani che pensano di scegliere Medicina dopo la maturità un solo invito: non pensate ai facili guadagni ma ad essere sempre disponibi­li e col telefono sempre acceso) i confini di ciò che nella pubblica opinione viene considerato lai­co o laicista si allargano sempre più verso una sorta di sacro ab­braccio umano che non distin­gue, non divide. Anzi unisce e suscita ammirazione: la fonda­zione dell’Ail, una feconda rete di volontariato e solidarietà è una piccola-grande dimostra­zione di quanto le etichette reli­giose, a volte, lasciano il tempo che trovano.
A lui, la gratitudine di tanti Italiani che sono guariti gra­zie alle sue scoperte e di tanti familiari che hanno trovato in lui comprensione e consolazione in seguito alla morte di un proprio caro.

Professor Mandelli, spesso lei parla di speranza. Che tipo di esperienza ha lei della speranza?
Io dico sempre ai malati, anche molto gravi, che non devono mai perdere la spe­ranza anche perché solo così si può affron­tare la gravità di una malattia.

Lei lotta contro i tumori del sangue da 50 anni. Quanto è dura questa batta­glia? Come è stato all’inizio e cosa è cambiato in mezzo secolo?
All’inizio purtroppo era una battaglia persa per me, avevo pensato di cambiare lavoro, per fortuna mi sono convinto che la ricerca avrebbe fatto cambiare le cure per molte malattie e così è stato.

Oggi com’è la situazione? A che punto è la ricerca scientifica? Quante possi­bilità ha un malato di leucemia di gua­rire?
La ricerca è alla base dei progressi otte­nuti. Molte malattie del sangue: leucemie acute, croniche, linfomi e mielomi hanno cure efficaci con la possibilità di risposte complete e addirittura di guarigioni nella maggioranza dei casi (ad esempio le leuce­mie acute del bambini, la leucemia mieloide cronica, il linfoma di Hodgkin).

A che cosa sono dovute le guarigioni o almeno i miglioramenti nel percorso della malattia?
Ai continui progressi delle cure.

Ha avuto il coraggio di rimanere in Italia a lavorare e a fare ricerca. È pentito di questa scelta? Che tipo di supporti le sono mancati in tutti questi anni?
Sono rimasto in Italia perché amo il nostro Paese e soprattutto i malati che ho curato. In Italia però mancano i finanzia­menti pubblici per la ricerca e la sanità; per fortuna l’AIL raccoglie fondi per tutti i centri Italiani di Ematologia dall’estremo nord all’estremo sud.

Quanto è importante l’aspetto umano in una professione come la sua? Quan­to l’icona del “Buon Samaritano” (“si prese cura di lui”) assume un valore imprescindibile per un medico?
L’aspetto umano nella professione del medico è fondamentale. Il malato ha il di­ritto di trovare nei medici e negli infermieri non solo la preparazione ma anche l’uma­nità.

E ai suoi giovani colleghi cosa può dire? Qual è la vera sfida di questa vo­cazione?
Ai giovani in procinto di iscriversi a medicina o al momento di scegliere la spe­cialità cui dedicarsi dico che non devono pensare ai facili guadagni (non ci sono più) ma di farlo se pensano di potersi dedi­care al malato ed ai suoi familiari con pie­na disponibilità, dando il proprio cellulare e tenendolo sempre acceso. Avranno, se svolgeranno il proprio lavoro bene, gran­di soddisfazioni dai malati e dai parenti di malati che non ci sono più che li ripaghe­ranno di tanti sacrifici.

Spesso nella sua carriera si è trovato a dovere combattere contro il tumore annidato nel sangue di un bambino. Quanto è stato difficile? Perché?
È difficile dire ai genitori di un bambi­no che ha una malattia grave e lo era molto di più in passato.

Che cosa può dire un medico bravo come lei ai genitori di un bimbo che si è ammalato?
È drammatico parlare con i parenti non solo di un bambino, ma anche di un malato di qualunque età quando non ci sono più speranze.

Ogni tanto pronuncia la parola “mira­colo”. A cosa si riferisce generalmen­te? In che maniera la categoria del “miracolo” può essere collegata al suo lavoro?
Io che sono un laico dico sempre: “Se credete in Dio pregatelo, vi aiuterà senz’altro e potrebbe anche verificarsi un miraco­lo”.

Scienza e fede. Un dibattito antico e sempre attuale nel quale la ragione ha sempre dovuto fare i conti con le esi­genza di un’etica orientata dalla religio­ne. Qual è il suo pensiero?
Sono presidente da pochi mesi ma pri­ma ero già membro del Comitato Etico del Policlinico Umberto I. In quella sede dob­biamo valutare proprio se le nuove cure proposte (ovviamente non solo dell’Emato­logia) si possono approvare perché hanno come prima caratteristica quella di essere etiche.

Qualche anno fa, nel suo best seller “Ho sognato un mondo senza cancro”, ha raccontato la sua vita, le sue batta­glie, il suo coraggio e la sua incapacità di arrendersi. Come ha vissuto i tanti casi di malasanità? Che cosa l’ha spin­ta ad andare avanti?
In Italia purtroppo si dà grande risal­to alla malasanità senza parlare mai del­la buona sanità che consente di “curare bene” oltre il 90% dei malati ematologici. In Ematologia grazie ai medici, agli infer­mieri ed agli straordinari volontari siamo orgogliosi di dire che siamo senz’altro fra primi d’Europa, tanto che se un malato dall’Italia va all’estero si sente dire “torni nel Suo paese, sarà curato nel miglior modo possibile”. Non bisogna però fermarsi, ma continuare a lottare perché molte malattie sono ancora senza cure efficaci e perché bi­sogna cercare di migliorare i risultati che abbiamo ottenuto.

Le è molto caro il tema della donazio­ne del sangue ma non solo. Il mondo della solidarietà e del volontariato sono forse le realtà più vicine a chi soffre. Lei, da presidente dell’Ail, dà un gran­de esempio spendendo la sua fama e la sua faccia per una grande causa, il sostegno alla ricerca. Quanto resta an­cora da fare?
Serve l’aiuto di tutti! Quello dei do­natori di sangue, che sono volontari di Iᵃ classe, ma anche quello di tutti i volontari dell’Ail che lavorano in Ospedale stan­do vicini ai malati, ma anche nelle piazze per raccogliere fondi con le nostre Stelle di Natale e Uova di Pasqua. Io come presi­dente dell’Ail continuerò, finché ne avrò la forza, ad impegnarmi con tutto me stesso nello svolgere la mia professione di medico e coordinatore dell’attività delle 81 sezioni dell’Ail in Italia.

Siamo nel periodo di Natale, la festa nella quale le famiglie si ritrovano per rinsaldare vincoli e rapporti. Nella sua vita quanto è stato importante il focola­re domestico? In che modo ha assolto ai suoi “doveri” di marito e di padre?
Sicuramente per il mio lavoro non sono stato vicino a mio figlio come avrei dovu­to e voluto. Cerco di seguire i miei nipoti. La mia prima moglie che è morta con tante sofferenze per un tumore incurabile era la mia infermiera e stavo quindi molto con Lei. La mia seconda moglie mi segue con affetto ed amore.

di Vincenzo Paticchio

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