Mons. RENATO BOCCARDO

CHI È BOCCARDO
Mons. Renato Boccardo è nato a S. Ambrogio di Torino il 21 dicembre 1952. Ordinato Sacerdote il 25 giugno 1977, incardinato nella diocesi di Susa. Ha conseguito la Licenza in Teologia dogmatica e la Laurea in Diritto Canonico. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1982, presta la sua opera nelle Nunziature Apostoliche. Nominato Responsabile della Sezione Giovani del Pontificio Consiglio per i Laici il 22 luglio 1992. In questa veste coordina, tra l’altro, l’organizzazione e la celebrazione delle Giornate Mondiali della Gioventù di Denver (1993), Manila (1995), Parigi (1997) e Roma (2000), nonché il Pellegrinaggio dei Giovani d’Europa a Loreto (1995). Nominato Capo del Protocollo della Segreteria di Stato con incarichi speciali l’11 febbraio 2001 (responsabile dell’organizzazione dei viaggi apostolici del Sommo Pontefice). Nominato Vescovo titolare di Acquapendente e Segretario del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali il 29 novembre 2003, riceve l’Ordinazione Episcopale nella Basilica di San Pietro in Vaticano dal Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, il 24 gennaio 2004. Nominato Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano il 22 febbraio 2005. Il 16 luglio 2009 è stato nominato Arcivescovo di Spoleto-Norcia. Il Consiglio permanante della Conferenza Episcopale Italiana (2015) lo ha nominato membro della Commissione Episcopale per la Dottrina della fede.

“Questo è il periodo più importante del mio ministero"

La terra trema da mesi or­mai nel Centro Italia. La gente è stanca e sfiduciata. Fugge e abbandona tutto. Le macerie hanno seppellito sa­crifici, sogni e speranze. Mons. Renato Boccardo è l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, un territo­rio che pu non avendo contato vittime ha subito una profonda ferita dalla quale sarà molto dif­ficile guarire.

Mons. Boccardo, cosa è cambiato dal 24 agosto scorso?

Tutto in pratica. Dal paesaggio al patrimonio storico-culturale-reli­gioso di questa zona, ma soprattutto è cambiata la vita della gente che in un attimo ha assistito al mutare del proprio orizzonte di esistenza a co­minciare dal vivere quotidiano per poi sfociare nei rapporti umani. Lo stesso quadro drammatico e preca­rio si protrae ormai da mesi.

Sei mesi, per l’esattezza, sono trascorsi dal forte terremoto che ha devastato il Centro Italia e il territorio della sua Diocesi. Può dirci di più sulle reali condizioni delle tante persone che hanno perso o dovuto abbandonare le proprie case?

Da noi, grazie a Dio, non vi sono state vittime come in altri luoghi, persone che non vanno di­menticate ma celebrate. Purtroppo però tantissimi hanno dovuto ab­bandonare le proprie abitazioni per­ché ormai del tutto inagibili oppure gravemente danneggiate dal sisma. Dopo un breve periodo iniziale in cui tutti, per così dire, hanno tro­vato una qualche sistemazione, chi nelle macchine, chi nelle tende della Protezione Civile - sono infatti la maggioranza coloro che non han­no voluto lasciare le zone piagate - sono alloggiati nelle roulotte o nei container in attesa che giungano le provvisorie casette promesse. Dunque non c’è più l’emergenza della tenda, conside­rando anche la particolare rigidità delle temperature e le conseguenti nevicate di queste settimane. Ad ogni modo però il fat­to di non avere un tetto che sia tale sopra la testa, di non vivere più l’intimità del pro­prio focolare, il continuo trovarsi in balìa degli eventi naturali, a causa delle scosse telluriche che non si arrestano, incide pro­fondamente sulla tranquillità, sulla sereni­tà interiore e sulla psicologia delle persone. Da sei mesi con il terremoto, è un dato di fatto innegabile, ogni scossa alimenta l’in­sicurezza, la paura e, quel che è peggio, anche una stanchezza psicologica. In tanti si domandano se vale la pena ricominciare, se è giusto impegnarsi nuovamente a rie­dificare la propria casa, in tutti i sensi, op­pure pensare di trasferirsi provocando un danno enorme a queste vallate in quanto si avrebbe un progressivo spopolamento mai registrato. Tuttavia, occorre sottolineare che gli abitanti della Valnerina sono gente molto determinata nonché legata visceral­mente al proprio territorio, e sin ad ora la gente non ha voluto separarsi dalle proprie radici.

La macchina della solidarietà si è mossa subito e già dai primi giorni sono arrivati tantissimi aiuti. Una nuova opera di mi­sericordia: sostenere i terremotati. Fini­ta l’emergenza cibo e acqua, adesso di cosa c’è bisogno?

Sì, è continua l’opera di misericordia a cui stiamo assistendo. Un’autentica rete di solidarietà che oltre ad essere sovrabbon­dante è commuovente. Basti pensare allo straordinario e imprescindibile apporto dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civi­le, delle Misericordie d’Italia, della Croce Rossa e tutte le altre Associazioni che si sono rese disponibili moltiplicando le pre­senze e le iniziative. Oltre che a tutta una serie di singoli individui che, animati da buona volontà e spirito di servizio, hanno, seppur in svariati modi, dato la propria disponibilità. Un grande abbraccio di soli­darietà che in qualche modo “costringe” a guardare avanti con fiducia nonostante il peso e la fatica della situazione.

Avrebbe, quanto meno, un rimprovero da rivolgere alle Istituzioni che dovreb­bero garantire la speranza alla sua gen­te?

Personalmente ritengo che soffermarsi a rimproverare non serva a nulla, ma piut­tosto occorre lavorare di pari passo e con determinazione. Non si può perdere tem­po in recriminazioni da un lato e reticen­ze, soprattutto burocratiche, dall’altro, ma darsi da fare per restituire al più presto a questa gente una vita dignitosa e sicura.

Un grande aiuto, come diceva, è arrivato dalle tante Diocesi e Parrocchie Italiane. Adesso qual è il ruolo che ha la Chiesa?

Senz’altro quello della “compagnia”, dello “stare con”, lo “stare vicino” a tutti ed è quello che stiamo facendo, per quanto ne siamo capaci, attraverso le svariate Ca­ritas parrocchiali coordinate dalla Caritas Diocesana che assicurano una presenza accanto alla gente, dall’ascolto al sostegno, alla vera compagnia. Le nostre strutture sono disponibili a rispondere ad ogni ri­chiesta immediata che si presenta di volta in volta, come anche a risolvere problemi su due piedi grazie soprattutto alla sponta­nea solidarietà di tante persone.

Alcuni mesi fa il Papa ha visitato Nor­cia e i luoghi devastati dal sisma. Si è sentito telefonicamente con lei, Arcive­scovo, che nelle scorse settimane si è recato con i suoi fedeli a Roma in segno di riconoscenza. Che parole ha speso il Santo Padre in queste occasioni?

Il Papa mi ha consegnato un messaggio di speranza e di consolazione per ciascuno. Belle e fondamentali le sue parole che parti­vano dal verbo ricostruire. Ma il Santo Pa­dre ha sottolineato che vanno sì ricostruiti i muri ma in primis l’uomo e per fare ciò è necessario disporre delle mani di tutti e soprattutto del cuore di ognuno. È questo il passaggio cardine: ritessere le relazioni umane per ripartire con una nuova visione anche del nostro modo di stare insieme. Il terremoto ci fa sperimentare quanto siamo fragili e, quando arriva, deve trovare fon­damenta solide, che non temono alcun tipo di scossa. Perché non è solo l’edificio ma­teriale a dover essere rimesso in piedi ma soprattutto quello interiore. Allora perché non guardare il tragico evento del terremo­to anche come occasione per una revisione di vita, chiedendosi per che cosa è davvero giusto affannarsi, adoperarsi... anche se può voler dire lasciar da parte la sicurez­za personale e della propria famiglia che sfocia in un prospero futuro per rinsaldare quell’edificio interiore che, in ogni senso, non deve più temere nessuna catastrofe.

Che cosa ha significato per lei, ritrovar­si all’improvviso Vescovo di una terra e di un gregge così provato dalle avver­sità della natura? Cosa chiede ai suoi sacerdoti?

Personalmente ritengo che nessuno sia predisposto ad affrontare all’improvviso si­mili esperienze. Le avversità ti fortificano e ti insegnano giorno per giorno cosa fare e come farlo. L’importante è far sentire a questa gente che la Chiesa è vicina. Infat­ti, ammiro e ringrazio sentitamente i miei sacerdoti che sin dal mese di agosto dello scorso anno, non si sono allontanati nem­meno una mezza giornata dalle loro co­munità, condividendo con ognuno la pre­carietà della loro condizione, dormendo in macchina o in tenda assieme a tante perso­ne: sono stati gli ultimi a ricevere una rou­lotte. Prima hanno voluto assicurare una sistemazione ai propri parrocchiani. Come Vescovo e Pastore di questo gregge ho sem­pre cercato di assicurare la mia vicinanza, il sostegno nella speranza, nella concretez­za della vita quotidiana e nella preghiera, condividendo momenti significativi di spi­ritualità, si pensi all’Eucaristia per il San­to Natale che ho celebrato sia a Norcia che a Cascia che a Preci. Un modo semplice per lanciare un forte segnale: l’intera Diocesi, Vescovo compreso, è presente, soffre e pre­ga con tutti. Come Papa Francesco ha più volte ripetuto, il Pastore deve stare con le pecore e questa per me, ora, è il periodo più importante del mio ministero.

Con l’esperienza del terremoto che idea si è fatta della paura? Quanto basta la fede per combattere la paura?

La fede ci ricorda continuamente che siamo nelle mani di Dio, nel bene e nel male, ed Egli vuole solo il bene dei suoi figli, anche se permette, a volte, che il male sem­bri avere il sopravvento. La fede, tuttavia, non risolve i problemi e non è antidoto alla paura ma collocandoci su un altro livello ci aiuta a dire: “Signore, io so che tu ti prendi cura di me, dunque mi fido e con coscienza so che non mi lascerai cadere”. Purtroppo però non sempre i nostri progetti, ciò che a noi sembra essere il bene, coincidono con i suoi, l’importante è chiedere il suo aiuto: “Signore, insegnami ad andare al di là dei miei parametri affinché io entri in sintonia con quello che tu hai pensato per me”.

Spoleto, Norcia, Cascia... luoghi di fede, di spiritualità e di arte. La rovina di un patrimonio inestimabile. E come è noto, lei non ha fatto mancare il suo grido di aiuto.

Si tratta di centri di spiritualità e mo­numenti storico-artistici straordinari. Essi narrano la storia, la vita di queste popola­zioni e la loro devozione. Perché su quelle mura, oggi in parte crollate, fu impressa la fede d’intere generazioni ed è proprio que­sto patrimonio ad essere venuto meno. La gente si è sentita aggredita anche in questo patrimonio di fede. Ho visto con i miei oc­chi persone profondamente commosse, ho notato scendere le lacrime sui volti quando i Vigili del Fuoco estraevano dalle macerie alcuni lembi di un Crocifisso o il simulacro di una Madonna, persone che asserivano con dolore di essersi sposate o di aver fatto la Prima Comunione davanti a quelle effigi ormai martoriate. E tutto questo ci fa com­prendere che esiste una sorta di parentela spirituale ed interiore che la gente vive e pertanto si è sentita depauperata anche da questa ricchezza. Adesso, grazie alla ge­nerosità che non manca, provvederemo al restauro di ognuna di queste opere d’arte e segni di devozione popolare. Recuperate le restituiremo quanto prima alle comu­nità cui appartengono al fine di colmare il vuoto che intanto si è creato. La Basilica di Santa Rita a Cascia è stata riaperta in tem­pi relativamente brevi, purtroppo restano chiusi tutti gli altri luoghi quotidiani di culto e di vita parrocchiale.

Ricostruire le chiese e i monumenti sa­cri è anche un modo per sperare in un ritorno dello sviluppo di queste terre?

Infatti, questa zona vive essenzialmen­te di turismo e dunque ritrovare questi mo­numenti sacri e riprendere la vita normale in queste contrade è di certo un incentivo forte affinché i pellegrini possano ritorna­re. Anzitutto, però, bisogna sperare che si arrestino le scosse di terremoto.

Infine, eccellenza, un pensiero per i bambini del terremoto..

Tante istituzioni si sono mosse per co­struire un bellissimo ed efficace edificio in legno ove poter riprendere la scuola ma­terna, ad esempio a Norcia. Altri si sono dati da fare nell’assicurare i doppi turni scolastici. I bambini hanno diritto di avere di fronte a loro un futuro sereno e sicuro ed anche per questo noi dobbiamo adoperarci sostenendo le loro famiglie innanzitutto permettendo loro di ritornare a quell’inti­mità familiare estremamente importante e non permettere che i figli crescano nella confusa promiscuità ma che trovino sicu­rezza, serenità e spensieratezza. Ricreare quel tranquillo clima familiare in cui si riflette al meglio il mondo dei più piccoli.

di Vincenzo Paticchio
ha collaborato Christian Tarantino

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