SUA EM.ZA HILARION ALFEEV

Metropolita di Volokolamsk
Sua eminenza Hilarion Alfeev (al secolo Grigorij Alfeev) è nato a Mosca nel 1966, ha studiato violino, pianoforte e composizione all’istituto musicale Gnessin e al Conservatorio di Mosca. Dopo il servizio militare negli anni 1984-1986, il 19 giugno 1987 ha ricevuto la tonsura monastica nel monastero dello Spirito Santo a Vilnius (Lituania), ed è stato ordinato diacono il 21 giugno e sacerdote il 19 agosto dello stesso anno. Nel 1989 ha concluso il seminario di Mosca e nel 1991 l’Accademia teologica di Mosca. Dal 1991 al 1993 ha insegnato omiletica, teologia dogmatica, greco neo-testamentario e bizantino presso le scuole teologiche di Mosca. Nel 1995 ha sostenuto la tesi di dottorato su Simeone il Nuovo teologo all’Università di Oxford, sotto la direzione del vescovo Kallistos Ware. Dal 1995 al 2001 ha lavorato presso il segretariato per le relazioni intercristiane del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Il 27 dicembre 2001 è stato nominato vescovo dal Sacro Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa e il 14 gennaio 2002 il Patriarca Alessio e dieci altri vescovi concelebranti gli hanno conferito l’ordinazione episcopale. E’ stato vescovo di Kertch e ausiliario della diocesi di Surozh (Inghilterra), in seguito vescovo di Vienna e dell’Austria, incaricato della cura pastorale della diocesi dell’Ungheria e dal luglio 2002 a capo della Rappresentanza della Chiesa Ortodossa Russa presso le Istituzioni europee (Bruxelles). Il 31 marzo 2009 il Sacro Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa ha nominato Mons. Hilarion (Alfeev) vescovo di Volokolamsk e presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca e, in virtù di tale carica, membro permanente del Sacro Sinodo. Il 20 aprile 2009 Mons. Hilarion (Alfeev) è stato elevato al rango di arcivescovo dal Patriarca Kirill durante la liturgia del lunedì di Pasqua nella cattedrale della Dormizione del Cremlino. Il 1 febbraio 2010, in occasione del primo anniversario dell’intronizzazione del Patriarca Kirill, Mons. Hilarion Alfeev è stato elevato al rango di metropolita. Il metropolita Hilarion dottore di teologia dell’Istituto ortodosso Saint-Serge di Parigi, autore di circa 600 pubblicazioni in russo e varie lingue occidentali, tra le quali una quarantina di libri (di teologia dogmatica, omiletica, spiritualità, patrologia, traduzioni di patristica dal siriaco e dal greco antico). È compositore, autore di musica sacra e sinfonica.

“È molto facile parlare con Papa Francesco"

Il messaggio cristiano a un’Eu­ropa sempre più secolariz­zata può diventare più forte se le Chiese parlano insieme e a una voce sola. “È ciò che è successo a La Havana”, dice il metropolita russo Hilarion: “In quell’occasione il Papa e il Pa­triarca non hanno detto nulla di rivoluzionario o di nuovo, nulla che non avessero detto già prima. Ma ciò che è stato impor­tante, è che fossero insieme”

Un altro incontro tra papa Francesco e il patriarca Kirill non è al momento nell’agenda delle due Chiese. Nel frattem­po, però, “ci sono molte cose che possiamo fare insieme” e se “le nostre Chiese parlano unen­do le loro voci, il messaggio è sicuramente più forte e incisi­vo”. È il metropolita di Voloko­lamsk, Hilarion, responsabile del Dipartimento per le rela­zioni esterne del Patriarcato di Mosca, a fare il punto sullo sta­to delle relazioni tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa russa nel corso di un’intervi­sta rilasciata a Parigi al Sir e a Jean-Marie Dumont di Famille Chrétienne a margine del V Fo­rum europeo cattolico-ortodos­so.

Eminenza, lei ha incontrato Papa Francesco il 16 dicembre scorso. Ci può dire qualcosa di quell’incontro. Di cosa avete par­lato?
Ho incontrato il Papa sei volte dalla sua elezione. In dicembre, sono venuto per fare gli auguri al Papa per i suoi 80 anni. D’altronde, qual­che settimana prima, il Papa stesso aveva inviato uno dei suoi rappre­sentanti, il cardinale Koch, per fare gli auguri al patriarca Kirill per i suoi 70 anni. Hanno una differenza di 10 anni. È stata per me l’occasione per parlargli anche di altri argomenti comuni che ci intessano.

Che impressione le fa Papa France­sco?
È una personalità molto umile. È sem­pre molto ben informato. Non ho mai bi­sogno di fare grandi spiegazioni perché lui conosce molte cose. È molto facile parlare con lui. L’ho notato subito fin dal mio pri­mo incontro subito dopo la sua introniz­zazione.

Dopo l’incontro a Cuba, pensate che sia possibile un altro incontro tra il Papa e il Patriarca?
Potrebbe essere possibile. Ma non stia­mo attualmente lavorando per pianificare un simile incontro. Non fa parte dei nostri progetti.

E una visita del Papa in Russia?
Non è in agenda.

Qual è lo stato delle relazioni ecume­niche tra Mosca e Roma?
Abbiamo relazioni molto buone e co­struttive. Abbiamo un dialogo costante. A seconda degli argomenti, ci sono più livelli di discussione. C’è stato l’incontro tra il Patriarca e il Papa, a Cuba, nel febbraio 2016. Io personalmente mi incontro rego­larmente con il cardinale Koch (presiden­te del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, n.d.r.). E ci sono altri luoghi in cui si discutono gli argomenti che ci coin­volgono.

Dopo l’incontro di Cuba, si sono sviluppati progetti comuni per venire in aiuto ai cristiani e alle persone in diffi­coltà nel mondo, soprattutto in Siria. Potete dirci qualcosa in più e perché la scelta della Siria?
Abbiamo scelto la Siria perché in quel Paese le persone soffrono. È un paese dove c’è la guerra, delle vittime, dei rifugiati e hanno bisogno di aiuto. Abbiamo orga­nizzato missioni umanitarie comuni. I rappresentanti delle nostre Chiese hanno visitato diverse comunità, città e villaggi per analizzare la situazione e identificare quali fossero i bisogni reali. Certo, quello che possiamo fare non è abbastanza per risolvere i problemi di quel Paese. Per riuscirci, occorrono soluzioni politiche. Ma noi lavoriamo lo stesso. Papa Francesco ha avuto scambi con i responsabili di differen­ti Paesi sulla Siria. E il patriarca Kirill sta facendo altrettanto.

Ci tenete a rafforzare i legati con la Chiesa cattolica?
Si! Penso che ci sono molte cose che possiamo fare insieme senza essere ancora pienamente uniti. Affrontiamo gli stessi cambiamenti e possiamo intensificare la nostra cooperazione. Troppo spesso, fac­ciamo le cose separatamente. Per esempio, il Papa fa una dichiarazione e il Patriarca dice da parte sua la stessa cosa, ma tutti e due separatamente. Sono convinto che il messaggio che esprimono, può diventare più forte se entrambi parlassero con una voce sola. È ciò che è successo a La Hava­na. In quella occasione il Papa e il Patriar­ca non hanno detto nulla di rivoluzionario o di nuovo, nulla che non avessero detto già prima. Ma ciò che è stato importante, è che fossero insieme, che abbiano detto qualcosa con una voce sola, che siano stati capaci di parlare insieme e d’intraprendere azioni comuni. Credo che in questa maniera, sa­remo sempre più incisivi.

Si svolge in Europa ogni anno dal 18 al 25 gennaio la Settimana di pre­ghiera per l’unità dei cristiani. Il tema di quest’anno è stato “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione”. Che cosa significa essere testimoni di ricon­ciliazione nel mondo, secondo lei?
Penso che è Cristo che ci riconcilia. E se noi viviamo in Cristo, possiamo affrontare le sfide del nostro mondo e dare testimo­nianza della nostra unità al mondo.

Si discute molto in Europa occiden­tale di una religione cristiana in cui Cri­sto non è presente. È una questione che vi riguarda anche in Russia?
Nel suo libro “Gesù di Nazareth”, Be­nedetto XVI ha evocato il fatto che troppo spesso la Chiesa è centrata più su stessa che su Gesù Cristo. Ciò può succedere an­che nella devozione popolare: le persone sono interessate ai segni straordinari ma dimenticano ciò che è veramente importan­te nel cristianesimo : Gesù Cristo. Ammiro papa Benedetto XVI per la sua capacità di donare Cristo alle persone con i suoi libri, in particolare con il libro, “Gesù di Naza­reth”. Quel libro è stato per me fonte d’i­spirazione.

Si dice ancora in Europa che la se­colarizzazione abbia lasciato spazio ai fondamentalismi di matrice islamista. Come possono i cristiani affrontarla in­sieme?
Mi piace ricordare a questo riguardo quanto il cardinale Koch, quando era ve­scovo in Svizzera, ha detto: non dobbiamo temere un Islam forte ma un Cristianesi­mo debole. Credo che se noi siamo forti in quanto cristiani, non abbiamo nulla da te­mere. Perché la nostra identità cristiana ci da una forza che viene direttamente da Dio e da Cristo. Le società secolarizzate, così come esistono in molti Paesi dell’Europa, sono società molto deboli dal punto di vista spirituale. Non ci sono più valori per cui vale la pena sacrificare la propria vita. Non si può dare la vita per dei valori secolariz­zati. E se non si è pronti a sacrificare la propria vita, allora la battaglia è persa. Solo se riconosciamo le nostre radici cristiane e la nostra identità cristiana, sia­mo abbastanza forti per affrontare le sfide del nostro tempo.

Lei è molto conosciuto anche come compositore di musica classica e litur­gica. In che modo vive la musica sacra come elemento di unità dei cristiani?
Si sa che la musica può superare le frontiere, sia linguistiche sia culturali. La musica nelle sue più alte espressioni, compresa la musica sacra, esiste al di fuori delle frontiere confessionali, è universale e appartiene a tutta l’umanità. Un perfetto esempio di musica di alto livello messa a servizio dell’umanità, ci è dato dall’opera di Johann Sebastian Bach. Bach rimase per tutta la vita luterano e compose musica sacra destinata a lodare Dio, cioè concre­tamente all’uso liturgico nelle chiese lute­rane. Ma con il tempo, la musica di Bach cominciò a essere eseguita nelle sale da concerto, diventando accessibile a tutta l’u­manità. Ancora oggi, la sua musica rimane comprensibile e moderna. Bach, con la sua imponenza e sofferenza, è particolarmente vicino ai nostri contemporanei che hanno conosciuto l’orrore e gli sconvolgimenti del XX secolo, che sono frustrati per aver sperimentato l’impossibilità di trasformare il mondo con l’aiuto di teorie puramente umanistiche senza Dio. Per quanto riguar­da la musica sacra in generale, essa è un fattore di riavvicinamento per cristiani di varie denominazioni, in quanto è un rifles­so diretto delle diverse esperienze spirituali e tradizioni, il cui centro, nonostante la loro grande varietà, è il Cristo.

di Vincenzo Paticchio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto