BEATRICE FAZI

LA CAMERIERA MELINA DI ‘UN MEDICO IN FAMIGLIA’
Nata a Salerno nel 1972, Beatrice inizia a recitare a 14 anni a Salerno con Regina Senatore e Alessandro Nisivoccia nella compagnia del teatro San Genesio. Nel 1996 partecipa alla minifiction di Rai 3, “In fuga”, regia di M. Puccioni, e recita in “Casamatta vendesi” di Angelo Orlando. Nel 1997 è nel cast del film “Cosa c’entra l’amore”, diretto da Marco Speroni. Inoltre partecipa al programma in onda su Rai Due, “Macao”, regia di Gianni Boncompagni. Il vero debutto televisivo però è nella trasmissione di Rai Tre, “Avanzi”, a cui fa seguito, sempre sulla stessa rete, “La piscina”, con Alba Parietti. Nel 2006 partecipa a “Suonare Stella”, varietà diretto da Gian Carlo Nicotra, interpretando la filippina Corazon. Nel 2007 diventa popolare grazie al ruolo di Carmela ‘Melina’ Catapano, interpretato nella quinta stagione della serie tv di Rai Uno “Un medico in famiglia”. Nello stesso anno recita nella commedia “Addio al nubilato” di Francesco Apolloni, regia di Enrico Maria Lamanna, con Elda Alvigini, Mimosa Campironi, Veronica Logan e Maddalena Nicosia. Viene riconfermata a “Un medico in famiglia” anche nella sesta, settima e ottava stagione. Da gennaio 2012 è nel cast della serie “Il restauratore” su Raiuno.

DAL MALE DI VIVERE ALLA GIOIA DELLA FEDE
L’adesione al progettodi Dio. Ecco il segreto della mia felicità

Beatrice Fazi è una donna di 43, di ori­gini salernitane, tra­sferitasi a Roma per studiare recitazione. Oggi è un’attrice affermata ed è tra i protagonisti della celebre serie televisiva “Un medi­co in famiglia”. Dopo un lungo e tortuoso percorso ha riscoperto la gioia della fede e ha deciso di condivi­dere la sua esperienza di ri­nascita. Dal “buco nero alla luce”, così ella definisce la sua conversione, autentico cammino interiore raccol­to poi in un libro edito da Piemme, intitolato “Un cuore nuovo. Dal male di vivere alla gioia della fede”. Il racconto parla di una ra­gazza fragile e ancora lega­ta alle tradizioni familiari meridionali proiettata nel­la Capitale per inseguire il sogno di fare l’attrice, gli errori commessi in gioven­tù, alcune relazioni difficili, la continua “fame di sen­so”. Ma, dopo un periodo travagliato, quando ormai tutto sembra perduto, Bea­trice ritrova se stessa nella preghiera, si riavvicina alla Chiesa e a Cristo attraverso una serie di incontri appa­rentemente casuali ma fon­damentali lungo il cammi­no verso la conquista di un “cuore nuovo”.

Chi era Beatrice “avanti Cristo” così come lei stessa si è definita?

Era una persona senza speranza che viveva posseden­do, senza cogliere il valore dei doni di cui disponeva. Gestiva gli affetti, il talento, il proprio corpo in piena autonomia, con un atteggiamento anche molto egoistco, rinnegando la propria appartenenza a Dio e quindi reiterando il peccato originale, pensando cioè di poter badare e bastare a se stessa discernendo da sola il bene dal male. Que­sto atteggiamento l’ha condot­ta solo alla disfatta personale, Ora Beatrice dopo aver preso coscienza di ciò ha, per così dire, invertito la rotta ed è sempre più lieta di averlo fatto.

Che cosa la allontanava da Cristo, dalla fede e quindi dalla Parola di Dio?

Una vera e propria diffidenza nei con­fronti di una Chiesa che non avevo cono­sciuto bene ma in maniera molto superfi­ciale. Era un’età in cui nutrivo soprattutto sentimenti di ribellione contro qualsiasi regola per un mero atteggiamento di op­posizione, adesso mi verrebbe da dire, un po’ scandalizzata dal fallimento del matri­monio dei miei genitori e poi dall’incon­tro-scontro con una certa, diciamo così, mediocrità del genere umano. Nello stesso tempo nutrivo dentro di me un desiderio di infinito quale promessa corroborante di quanto più autentico, meraviglioso e vero ci si possa aspettare dalla vita e invece mi sono sentita tradita e travolta da un mara­sma di ipocrisia che si era creato intorno a me. Dall’esempio iniziale poco felice dei miei genitori agli insegnanti privi di una vera vocazione all’educazione e all’istru­zione che generavano conflitti interiori che partivano da come me stessa giudicava gli altri, mancando anche di autocritica proba­bilmente, cosa che invece oggi non faccio, poiché guardo prima la trave nel mio oc­chio e poi la pagliuzza in quello degli altri.

Una lontananza, dunque, maturata nel tempo...

Ero schiava di una mentalità intrisa di quel luogo comune in cui la Chiesa ap­pare come un’istituzione vuota, piena di regole dove i Comandamenti risultavano esser solo un tentativo di Dio di soggioga­re l’uomo. Dello stesso Dio avevo un’idea completamente errata, lo vedevo come un Giudice severo, punitore di cui avere paura ignorando la sua paternità e la sua mise­ricordia che non avevo conosciuto affatto. Forse tutto questo non mi era stato pre­sentato bene, forse avevo dato troppa retta all’opinione del mondo, in più nutrivo un forte desiderio di essere diversa da come ero stata educata. Infatti non appena giunsi a Roma e fui letteralmente proiettata nel ru­tilante mondo dello spettacolo, un mondo anche molto complicato, mi scontrai con nuovi canoni, nuove mentalità, nuove aspettative ed ricevetti una ventata di mo­dernità ma sempre imposta. Si voleva un modello di donna autodeterminata e super emancipata anche nel modo di pensare e di agire, super femminista in pratica che, in realtà, va ben oltre quelli che sono i diritti delle donne pur senza prevaricare del tutto l’uomo. Insomma una nuova una cultura che strideva con quella delle mie origini e questo ha contribuito notevolmente al mio allontanamento non solo da Dio ma anche da me stessa, da quella che era la vera Bea­trice, dal mio io più profondo.

Cos’è accaduto ad un certo punto che le ha fatto fare marcia indietro? In cosa l’ha colpita la religione?

Ad un certo punto è sopraggiunta la disillusione di potermi creare da sola la fe­licità attraverso le cose cui di volta in volta mi aggrappavo: tutte le strategie messe in atto per raggiungerla si sono rivelate fal­limentari. Mi sono, dunque, accorta che dovevo rientrare nei miei limiti, ripartendo proprio dalla mia storia personale, da ciò che disprezzavo di me stessa, tornare un po’ a ciò che ero e, per esempio, ho com­preso di essere stata pensata sin dalle ori­gini, per un progetto di paternità che Dio voleva esercitare su di me chiamandomi a qualcosa che solo io potevo compiere. E così, imparando ad accettare la mia unicità e commuovendomi, ho iniziato a guardar­mi con lo stesso sguardo con cui Dio scruta tutte le sue creature. E ho riconosciuto che la felicità l’avrei raggiunta solo aderendo a questo progetto che Egli aveva su di me, senza opporvi più resistenza.

Si spieghi meglio.

Nonostante mi fossi smarrita per me c’era ancora un progetto di salvezza, al di là dei miei peccati c’era ancora la promessa di redenzione riconcretizzatasi nella stra­ordinaria figura di un sacerdote che ho in­contrato. Dio ha cominciato a parlarmi ma, soprattutto, io mi sono messa in ascolto. Ho vissuto un’esperienza straordinariamente intimistica e soprattutto durante un’adora­zione eucaristica ho sentito come se dentro di me “scattasse una molla” e fui subito pervasa da quell’Amore che avevo sempre cercato e non avevo ancora mai riconosciu­to nonostante si fosse più volte incarnato in tante persone che avevo già incontrato. Da quel momento, poi, sono andata alla ri­cerca di coloro che come me condividevano la fede, persone che prima consideravo dei “poveri succubi” ora con il loro entusia­smo ed esempio mi spronavano sempre più fino ad aprire il mio cuore ad un atteggia­mento di ricerca. Ho partecipato ad alcune catechesi sui Dieci Comandamenti ed ho compreso che con Dio si deve ‘giocare’ sul serio fidandosi ciecamente e mettendo nelle sue mani quanto hai di più sacro a comin­ ciare dalla tua stessa vita, sacrificando ciò che per te sembra irrinunciabile ma inve­ce scopri che puoi benissimo farne a meno poiché incontri il suo Amore, una grazia che non ha eguali. E Cristo ha mantenuto la promessa regalandomi una vita nuova, rinnovata, redenta, proiettata finalmente verso la santità che sarebbe vivere nella lode e nella benedizione del Signore, ricon­ciliata con la propria storia e col proprio passato, con quello che sei, nella capacità di aprirsi all’altro nel tentativo di amarlo come te stesso, ovvero entrare in quella ca­rità che porta all’unione con l’infinito che è Dio. È un mistero, è un tesoro ed è quello che cercavo… ora lo so.

Come pensa di riuscire a conciliare la fede con il suo lavoro, un ambiente che di certo non è il più disponibile ad accogliere una persona convertita?

Intanto, a dispetto di quanto si pensa ci sono molte più brave persone di quanto non possa immaginare chi guarda dall’esterno. Persone che spesso dicono di non credere ma che nell’agire si mostrano più cristia­ne di tante altre che si professano tali e poi danno scandalo nell’ipocrisia della loro stessa vita. All’inizio della mia conversio­ne sono stata anche aggressiva verso chi mi circondava lanciando strali di moralismo, spesso allontanando le persone da me. Poi ho imparato la tolleranza e l’accoglienza ed ho realizzato che la tua testimonianza è nella tua condotta di vita. Non ci è chiesto di partire a razzo per evangelizzare tutti, ma di seminare giorno per giorno, nel tuo piccolo puoi ugualmente convertirli sce­gliendo di dare l’esempio con la tua vita. Mi è capitato a volte di essere insultata e derisa dai miei colleghi, ricordo una volta nella sala di trucco e parrucco per la fiction “Un medico in famiglia”, i miei colleghi, leggendo le ultime dichiarazioni del Papa riportate dai giornali, le rivolgevano con­tro di me. Successivamente le stesse perso ne in momenti delicati della loro vita sono venute a cercare conforto proprio da me.

Come sappiamo la felicità che inse­gue il cristiano non è quella del “Mulino Bianco”. Che valore anno per lei la fami­glia, i figli, l’amore coniugale, la mater­nità, etc., li ritiene segni del progetto di Dio sulla sua vita?

Come ho detto ho dovuto fare i conti con una rivoluzione netta di pensiero e di mentalità. Vivere per tanto tempo in una famiglia impostata in maniera molto ido­latrica che io usavo come mezzo per realiz­zare me stessa, mi ha fatto comprendere la meta. La famiglia è un progetto ambizioso, meraviglioso, cellula fondante della società un dono portentoso che Dio mi ha permes­so di sperimentare e dove ho imparato che i miei figli non sono attributi per ornare ul­teriormente questo gigantesco idolo di me stessa ma al contrario mi sono stati affida­ti: io mi sento custode della loro vita e della loro formazione. E il compito più arduo per il quale devo impegnarmi maggiormente è trasmettere loro la fede.

Ha avuto modo di esprimere nel so­ciale questo suo aver abbracciato Cri­sto e la sua Parola?

Ho raccolto tutto in un libro edito da Piemme che si intitola “Un cuore nuovo”, scritto nel giugno del 2015 in cui parlo ab­bondantemente della mia conversione, ar­gomento uscito fuori a seguito del mio ma­trimonio che prima si è svolto in municipio in quanto mio marito era già sposato pre­cedentemente in chiesa pur essendo ateo. Solo nel 2008 abbiamo potuto sposarci con rito religioso dopo un periodo di astensione dall’Eucaristia durato ben 7 anni. Dal mio ambiente tutto questo fu ritenuto strano e inusuale e pertanto finì su un giornale e da lì a pioggia iniziarono da più parti a chie­dermi di raccontare la mia storia che mi ha portato a girare l’Italia in almeno 150 posti diversi. E a mano a mano che raccontavo la mia esperienza mi è stato poi proposto di scrivere un libro che da quando è usci­to ha incrementato la mia fede e quello che io definisco il servizio al quale Dio mi ha chiamata ovvero celebrare e diffondere la sua misericordia. Oltre a ciò, da un po’ di tempo, per l’input di tre parroci romani e assieme a mio marito frequentiamo alcu­ni incontri di catechesi che di fatto hanno cambiato la nostra esistenza. Si tratta di un cammino ideato da Don Fabio Rosini, direttore dell’’Ufficio per le Vocazioni della Diocesi di Roma. È questo il mio modo di ringraziare il Signore: offro agli altri ciò che io stessa ho ricevuto.

Quali emozioni le suscitano la perso­na e il pensiero di Papa Francesco?

Il pensiero di Papa Francesco è anco­ra molto discusso in quanto a momenti sembra incontrare l’entusiasmo dei fedeli e a volte sembra essere respinto. Personal­mente credo sia come la Parola contenuta nel Vangelo che comunque non ti lascia indifferente al contrario ti scruta, ti legge e ti conduce alla verità e a seconda della reazione che ognuno di noi possa avere nei confronti di ciò che dice si può comprende­re il punto del nostro personale percorso di fede. Comunque non posso che essere grata al Santo Padre per ciò che finora ha fatto o detto a cominciare proprio da questo me­raviglioso Sinodo sulla Famiglia, soprat­tutto per i suoi contenuti inerenti l’aborto, il perdono, la misericordia. Mi ha toccata in prima persona, non posso negarlo, allo stesso modo sono stata investita dalla sua dolcezza e le sue parole riescono spesso a metterti in discussione. Confido nello Spi­rito Santo: la Chiesa è guidata dal Papa ma è lo Spirito che opera attraverso di lui e chi ha fede lo sa. L’opera di Dio, dice sempre mio marito, la possiamo contemplare solo a posteriori, poiché vi sono momenti in cui non capiamo o non possiamo capire però possiamo ubbidire, io sono per l’obbedien­za alla Chiesa perché quest’obbedienza mi ha salvata. La via, la verità e la vita l’ho incontrata attraverso la mediazione della Madre Chiesa dunque continuo a cammi­nare con essa e a confidare nello Spirito.

di Vincenzo Paticchio
ha collaborato Christian Tarantino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto