ALESSANDRO VALENTI

“La vera liberazione dell’uomo è la rivoluzione dell’amore”
Alessandro Valenti è nato nel 1973. Si laurea in filosofia e intraprende la carriera universitaria conseguendo un dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea. Assegnista di ricerca. Docente di storia del cinema presso l’ Università del Salento. Docente di scrittura creativa presso l’ Accademia di belle arti. Lavora nel film “Sangue vivo” come attore. Inizia l’ attività di documentarista con un lavoro sulla clausura femminile dal titolo “Eccomi”. Film acquistato da Skycinema. Prosegue la ricerca documentaristica focalizzando l’attenzione sulla condizione femminile e dirigendo un lavoro dal titolo “A Sud delle donne”. Scrive la sceneggiatura del film “Galantuomini”, premiato al Festival internazionale del cinema di Roma con il “Marco Aurelio” d’Argento per il miglior personaggio femminile. Scrive, collaborando alla produzione e distribuzione, il film in “Grazia di Dio”, per la regia di Edoardo Winspeare, unico film Italiano selezionato al Festival di Berlino. Il film ha vinto il “Globo d’oro 2014”, ed ha avuto la nomination come migliore soggetto ai nastri d’argento. Il film è stato venduto in oltre dieci Paesi. Sta scrivendo un lungometraggio, per la casa di produzione Faro film, dal titolo “Laszlo” per la regia di Corrado Sassi. Vince il più prestigioso premio di sceneggiatura esistente in Italia: premio “Suso Cecchi D’Amico” come migliore sceneggiatore italiano. Pubblica con una delle più antiche case editrici italiane, Baldini e Castoldi, il romanzo dal titolo “In Grazia di Dio”. Scrive e dirige un cortometraggio, Babbo Natale, corto vincitore alla 73a Mostra internazionale d’arte cinematografica, sezione “Migrarti”. Sta scrivendo per la casa di produzione Sun Film un adattamento del libro di Catena Fiorello “Picciridda”. Sta scrivendo un adattamento cinematografico de “Gli Indifferenti” di Alberto Moravia.

“Non uno di meno. Andiamo a prenderci tutte le persone che soffrono”

Ci sono nella vita in­contri programmati, magari bloccati da un formale appunta­mento segnato in agenda. E poi ci sono incontri ap­parentemente casuali che accidentali non sono mai: nulla mai avviene per caso.

Succede che la Provvi­denza non si conceda mai un attimo di riposo, che sia sempre pronta a farsi trovare lungo la via sotto le sembianze di attimi di ristoro e di pace. Che apro­no a orizzonti sconfinati ed edificanti per la mente e per il cuore.

“In un momento molto buio della mia vita mi sono affidato agli insegnamen­ti di Gesù e non mi sono sentito deluso, non mi sono mai sentito solo. Ho chie­sto una grazia e credo di averla ottenuta e penso che in cambio Gesu’ mi chieda di praticare la giustizia, di aprire le porte di casa, di amare… ed è quello che cerco di fare con umiltà, cerco di essere un buon cri­stiano…”.

Ecco Alessandro Valenti in due parole. Quello che non t’aspetti da un uomo che ha fatto del cinema la sua vita, declinata all’amo­re, alle opere di misericor­dia, per l’appunto.

Scrittore, sceneggiatore, regista. È la tridimensiona­lità della stessa persona che prima di tutto è un uomo, anche marito, anche volon­tario e cristiano che ha de­ciso di spendersi da prota­gonista per il grande dono, proprio del messaggio di Papa Francesco, della Chie­sa in uscita.

Alessandro, come nasce la sua passione per il Vangelo e il cri­stianesimo? Quale momento della sua vita è stato decisivo per mettersi alla sequela di Gesù? Chi l’ha aiutata a ri­conoscere in lui l’Amico?
La lettura del Vangelo mi ha attratto sin dall’adolescenza. Crescendo ho trovato sempre maggior conforto nella sua lettura e meditazione, ho iniziato con il tempo a percepire il significato del suo messaggio e della parola di Gesù, ho sentito la sua pre­senza vicina, mi sono sentito, in qualche modo, come se fossi stato “chiamato”, l’ho sentito “vicino” quasi mi spronasse ad non aver paura. Così ho iniziato a prega­re e pregando ho scoperto quello che San Giovanni Paolo II spiega in modo molto chiaro. Noi pensiamo che la preghiera sia un colloquio. In un colloquio ci sono sem­pre un io e un tu. L’esperienza della pre­ghiera insegna però che è più importante il ‘tu’, perché è da Dio che prende inizio la nostra preghiera. Nella preghiera il vero protagonista è Cristo e lo Spirito Santo che viene in aiuto alla nostra debolezza… Quindi posso affermare con serenità e consapevolezza che è stato lo Spirito San­to ad aiutarmi. Certo anche gli incontri che ho fatto nella mia vita sono stati im­portanti, cito tra questi quelli con monsi­gnor Liquori e con Padre Mario Marafioti.

Quali sono gli aspetti e i momenti del suo quotidiano che più le favorisco­no l’incontro con il Signore?
Dialogo spesso con il Signore, a vol­te, però, mi dimentico di Lui e sostituisco Dio con il mio io, ma so che il Signore è in­finitamente misericordioso e che compren­de le mie debolezze… comunque non c’è un momento particolare della giornata in cui prego: cerco di vivere con dentro una preghiera interiore perpetua, la preghiera del cuore. Esiste un luogo dove si prega benissimo: all’interno di se stessi, del pro­prio cuore, cioè. Come il pellegrino russo provo a dirmi in continuazione: Signore Gesù Cristo, figlio di Dio abbi pietà di me peccatore.

Lei è sposato. Quanto è importante ancora oggi la famiglia nei nuovi con­testi sociali? Crede che l’insistenza del Magistero sui valori del matrimonio cri­stiano abbia ancora un senso?
Credo che la famiglia sia fondamenta­le, un sacramento che ti aiuta a capire cosa significa l’amore. Ma è molto importante che la famiglia, proprio perché sacramen­to, non si chiuda in se stessa ma si apra verso l’altro. Bisogna aprire le porte di casa, ospitare lo straniero, solo così noi vivremo il senso della famiglia, scuola di preghiera, ma la preghiera deve portare ad uscire dal carcere di sé e aprirsi all’altro, perché, come dice un verso del Levitico, “ama il prossimo tuo, egli è te stesso”.

Lei è autore e regista cinematogra­fico, come si è avvicinato a questo me­stiere? In che modo riesce ad esprime­re se stesso e a sentirsi realizzato?
Paolo VI rivolgendosi agli artisti li in­vitava a sentire la chiamata della Chiesa: essa vi dice venite ad aiutarmi perché io ho un tesoro da consegnare agli uomini. Date forma a questi concetti sublimi del­la religione: io ho da elevare la vostra arte a sacerdozio che sia mediatore tra Dio e gli uomini. Credo, quindi, che il cinema sia una forma d’arte che se espressa ad alti livelli può avvicinarci al mistero. Un filosofo cattolico, Guitton, diceva che per essere felici bisogna elaborare i sogni in­fantili. Io ho sempre avuto il sogno di es­sere un regista e un filosofo. Si un filosofo, perché sono convinto che i grandi registi siano soprattutto dei grandi filosofi. Fin da piccolo ho sognato quindi di voler fare lo scrittore e il regista, poi ho ricevuto la grazia di incontrare Edoardo Winspeare, che per me non è solo un regista ma un grande poeta e filosofo, e cosi ho iniziato a collaborare con lui.

“In grazia di Dio”, film con la regia di Edoardo Winspeare, scritto da lei insieme con il regista è stato scelto dalla Cei come opera di apertura del Giubileo della misericordia. Come ha vissuto quell’esperienza e soprattutto quali sono i motivi che hanno spinto i Vescovi italiani e lo stesso Santo Padre a proporlo per l’Anno Santo?
Quando ho saputo che il film avrebbe aperto il “Giubileo della Misericordia” ho percepito una fortissima emozione. Le motivazioni sono scritte dalla stessa Con­ferenza Episcopale Italiana: “il film ‘In grazia di Dio’ è una storia che contem­pla la complessità della relazioni umane. Una storia piena di poesia. Il film cerca di creare una sovrapposizione tra passa­to e moderno, tra richiami alla tradizione e seduzioni facili. Due opposti tra i qua­li trova collocazione il senso religioso, la spiritualità come collante sociale, la preghiera come tesoro di memoria e luogo di riconciliazione”.

Il pluripremiato corto “Babbo Nata­le” in qualche modo è un lavoro auto­biografico. Ce ne parla?
Autobiografico perché parte da una meravigliosa esperienza che Stefania Gualtieri, Piero Severi e tutta la Comuni­tà Emmanuel mi hanno permesso di vive­re: insegnare italiano ai ragazzi stranieri richiedenti asilo. Bene, da qui è partito un progetto che ho scritto insieme con Mat­teo Chiarello: fare un film a forte impat­to sociale. Abbiamo coinvolto i ragazzi di “Casa Francesco”, ragazzi arrivati in Italia da poco e in attesa di ottenere il rico­noscimento dello status di rifugiati e, tutti insieme, siamo riusciti a mettere una nar­razione filmica che poi ha vinto a Venezia.

Lei insegna italiano ai richiedenti asilo presso “Casa Francesco” a Lec­ce, centro gestito dalla Comunità Em­manuel di Padre Marafioti. Che idea si è fatta del fenomeno migratorio? A che punto siamo nel faticoso processo dell’integrazione tra culture e religioni?
La prima cosa da dire è che davanti a persone che sono in difficoltà il dovere di ogni essere umano è di accoglierle e aiu­tarle. Come ci ricorda sempre Papa Fran­cesco, i migranti non sono il pericolo ma sono in pericolo. A casa mia vivono tre bambini africani, ieri sera guardavamo insieme la televisione e ad un certo punto ho pensato: se anziché alzare muri speri­mentassimo l’accoglienza e la conoscenza sarebbe molto difficile far crescere l’odio e il fondamentalismo.

Come giudica l’impreparazione e il rifiuto di buona parte del mondo occi­dentale ad esercitare l’accoglienza e ad accettare questi cambiamenti epocali?
Guardi, se ci fosse un esperto di mar­keting all’interno dell’Isis inventerebbe Trump e la politica dei muri. Come ho detto prima, l’unico modo per superare le tensioni è cercare di vivere il mistero dell’amore. Fidiamoci di Gesù Cristo, fi­glio di Dio, che ci ha detto di amarci l’un l’altro e non fidiamoci di chi vuole creare barriere e muri. Politicamente io lancerei una campagna: non uno di meno. Andia­mo a prenderci tutte le persone che soffro­no, per colpa della guerra, della fame, dell’ acqua. Vedo in giro tante case sfitte, strut­ture pubbliche abbandonate, potremmo utilizzarle per ospitare altri esseri umani. Altrimenti cosa rispondiamo alla doman­da di Dio “dove è tuo Fratello?”. Ripeto: Servono corridoi umanitari, non muri.

Papa Francesco sarà ricordato come il Papa delle “porte aperte” all’al­tro, un modo nuovo e originale di eser­citare le opere di misericordia. Quali orizzonti ha aperto nella sua vita il mes­saggio del Pontefice? E’ la strada giu­sta per la Chiesa del terzo millennio?
Sono fortemente convinto che il Santo Padre sia un Santo. Per me lo è. Ho impa­rato da lui a fidarmi di Gesù. In un momento molto buio della mia vita ho seguito il consigli di Papa Francesco. Mi sono af­fidato agli insegnamenti di Gesù e non mi sono sentito deluso, non mi sono mai sen­tito solo. Ho chiesto una grazia e credo di averla ottenuta e penso che in cambio Gesù mi chieda di praticare la giustizia, di apri­re le porte di casa, di amare… ed è quello che cerco di fare con umiltà, cerco di essere un buon cristiano… Credo che il Papa ab­bia ragione quando dice che preferisce una Chiesa incidentata ad una chiesa chiusa. Ricordo che monsignor Liquori un giorno mi disse che il cristianesimo è una religio­ne contemplativa, noi dobbiamo essere dei mistici soprattutto nel servizio a chi soffre. Riconoscere Cristo negli occhi dei soffe­renti. Questo è il culmine del misticismo cattolico. Quindi come dice Don Tonino Bello riferendosi alla messa: “la pace è fini­ta andiamo a messa… intendo con questo opere concrete di misericordia”.

La liberazione dalle “nuove schiavi­tù” è la chiave di lettura della presenza e della missione dei Trinitari oggi. Quali sono, secondo lei, le catene da spezza­re per prime?
La prima catena da spezzare è quella del proprio egoismo, del nostro guscio au­toreferenziale: viviamo dentro un carcere costruito da noi stessi ed è per questo che spesso ci sentiamo infelici, inutili. L’uo­mo in carcere è sempre infelice. Dobbiamo scardinare le catene che ci legano. Cosa è il peccato originale se non la sostituzione di Dio con il nostro ‘io’? Ecco credo che per essere liberi dobbiamo dimenticarci di noi stessi, dobbiamo far vivere Gesù dentro di noi e amare il più possibile. Vivere la ri­voluzione dell’amore. Non dobbiamo avere paura di niente perché Gesù è con noi. È molto importante sentire veramente que­sta presenza, e quando si ha un amico così, di chi dobbiamo avere paura.

di Vincenzo Paticchio

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