FEDERICO CAFIERO DE RAHO

Federico chi...
Federico Cafiero De Raho è nato a Napoli nel 1952. È il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria dal 13 marzo 2013. Entrato nella magistratura italiana nel 1977, pubblico ministero a Milano e dal 1984 a Napoli, ha condotto numerosi processi ed indagini giudiziarie contro la camorra, in particolare contro il clan dei casalesi facendo catturare numerosi latitanti e coordinando un pool di magistrati che ha indagato sulle cosche del casertano; negli anni 1990 e 2000 ha fatto parte del pool che ha coordinato le indagini contro il clan camorristico dei casalesi, attività investigativa che poi è sfociata nel famoso Processo Spartacus dove De Raho ha rappresentato la pubblica accusa facendo condannare centinaia di camorristi. Dal 2006 al 13 marzo 2013 è stato Procuratore aggiunto di Napoli. Il 13 marzo 2013 il plenum del Csm lo nomina, con 12 voti a favore, nuovo procuratore della Repubblica di Reggio Calabria. Nuovo Procuratore Nazionale Antimafia. Lo ha infatti proposto a larga maggioranza, la commissione per gli incarichi direttivi del Csm. Non appena saranno depositate le motivazioni toccherà al ministro della Giustizia Andrea Orlando dare il suo parere sulla nomina.

“LA CHIESA STA COSTRUENDO UNA CULTURA DELLA LEGALITÀ, VERA ARMA CONTRO I MAFIOSI”

La ‘ndrangheta “è oggi riconosciuta come l’or­ganizzazione criminale più forte e radicata sul territorio nazionale ed europeo oltre che in altri Paesi come in America e Australia. Basta legge­re la relazione della Direzione nazionale antimafia: le prime 40 pagine sono dedicate alla ‘ndrangheta». Federico Cafiero De Raho è Procuratore della Re­pubblica a Reggio Calabria. La sua lettura del fe­nomeno ‘ndranghetistico è davvero preoccupante.

Procuratore De Raho, davvero l’Italia è nelle mani della ‘ndrangheta?
Nell’ultima relazione, diversamente dagli altri anni, la ‘ndrangheta è stata l’organizzazione criminale trattata per prima e questo è già un segnale importante. Non solo: vengono anche evidenziati i passi in avanti che sono stati compiuti grazie alle indagini: è stato scoperto che questa organizzazione criminale ha un organismo di vertice in Italia; che sulla provincia di Reggio Cala­bria esiste un mandamento Jonico, uno sulla città e un mandamento Tirrenico.

Di cosa si occupa l’organismo di vertice mafio­so?
È in grado di garantire disciplina, ma consente an­che che cosche appartenenti all’una o all’altra parte della Calabria possano compartecipare negli affari. Infatti in più occasioni notiamo che cosche della Tir­renica operano con cosche della Jonica, non solo nel traffico internazionale di cocaina. Anche nel reinvesti mento di alcune attività economiche troviamo esponenti di cosche diver­se. Così come per le attività di usura, svolte anche al nord, emerge che la ‘ndrangheta opera con soggetti che appartengono a cosche di manda­menti diversi e che insieme presta­no denaro a numerosi imprenditori e poi, nel momento in cui qualcuno non riesce a restituire il denaro, ini­zialmente con “cortesia”, succes­sivamente con metodi tipicamente mafiosi costringono al pagamento o alla cessione dell’attività economica.

La ‘ndrangheta, quindi, non è solo un problema calabrese…
In Calabria e nella provincia di Reggio c’è la testa, ma esistono ar­ticolazioni locali - autonome nell’ope­ratività ma non nei collegamenti - al nord. A Milano, Torino, in Liguria, in Veneto la ‘ndrangheta si è sviluppata nel tempo acquisendo una forza sem­pre maggiore. D’altro canto lo sciogli­mento dei Comuni del nord dimostra che la ‘ndrangheta riesce a controlla­re l’amministrazione pubblica e il fatto che vengano interessati anche i comu­ni piccoli dà l’idea di quanto la ‘ndran­gheta riesca a infiltrarsi nei territori e a inquinare politica ed economia.

Come avviene questo inquina­mento?
I mafiosi hanno una grande capacità di stringere rapporti, di concludere af­fari, soprattutto perché intervengono con tanto danaro. Basta pensare al fatto che la ‘ndrangheta è riuscita a creare basi locali anche in vari Paesi europei: Svizzera, Irlanda e Germa­nia. E queste articolazioni sono quelle attraverso cui viene gestito il traffico della cocaina.

C’è una rete europea?
Quando la cocaina entra nel porto di Gioia Tauro riesce ad avere poi una distribuzione in altre parti del territo­rio nazionale ed ugualmente arriva in altri porti d’Europa ed è sempre la ‘ndrangheta che la gestisce attraverso un’organizzazione ormai rodata. Que­sto dimostra che la mafia ha una ca­pacità economica e criminale di livello altissimo. D’altro canto la ‘ndrangheta riesce ad avere broker della cocaina in Colombia, a Panama, in Argentina, in Uruguay. La loro forza sta nel fatto che riescono a pagare tutto in contan­ti e in anticipo. Addirittura in un’indagi­ne, poco più di un anno fa, emergeva che il fornitore colombiano, poiché la cosca della Jonica aveva già effettua­to il versamento, fu tenuto “in ostag­gio” finché non arrivò la fornitura già pagata. Potremmo dire che si sono sovvertiti i rapporti. Una volta era il criminale nostrano che veniva tenuto in ostaggio finché non veniva effettua­to il pagamento, adesso è il contrario.

Esiste una vera e propria eco­nomia criminale?
La ‘ndrangheta non ha difficoltà a pagare, soldi ne ha all’infinito, e questo gli consente di avere rap­porti con qualsiasi organizzazio­ne criminale e con le quali stringe accordi cui non viene mai meno. È l’organizzazione malavitosa più “credibile” e proprio per questo riesce a entrare in simbiosi e sinergia con le altre organizzazioni mafiose e con i produttori di cocaina. Il denaro della ‘ndrangheta è talmente tanto che fini­sce necessariamente nel libero mer­cato. L’inquinamento dell’economia è una questione che andrebbe affron­tata con grande preoccupazione. La ‘ndrangheta andrebbe ostacolata con forze ancora maggiori: non che non venga combattuta con una legisla­zione che è ottima, con uomini dello Stato che sono fra i migliori al mon­do, ma occorrerebbe addirittura uno sforzo maggiore per impedire a que­sti criminali di reimpiegare e riciclare il denaro in un’economia sommersa e di cui non riusciamo a comprendere le reali conseguenze.

Potremmo dire che la ‘ndran­gheta “droga” l’economia italiana e il mercato del lavoro?
Certamente toglie lavoro ad altri, alle imprese corrette che però han­no difficoltà a lavorare. Soprattutto in periodi di crisi, è evidente che chi riesce ad avere soldi e a farli entrare in modo occulto nella propria impre­sa ha un’agevolazione poi nell’otteni­mento dei risultati che gli consente di competere con altre società. D’altro  canto, società che sono sostenute dalla ‘ndrangheta da un lato ricevono iniezioni di ricchezza occulte, dall’al­tro hanno una protezione personale molto efficace: fanno comprende­re chi sono e spesso non trovano ostacolo nei circuiti di affidamento degli appalti. Anzi, alla fine tutti vo­gliono stare tranquilli e per stare tranquilli superano qualche regola…

Sentendo parlare di appalti vie­ne spontaneo pensare alla politi­ca. Che rapporto c’è tra politica e ‘ndrangheta?
Si tratta del settore nel quale vi è più difficoltà di indagine, perché spesso emerge come i rapporti della ‘ndran­gheta con alcuni esponenti politici siano rapporti che nascono lontano nel tempo e via via questi rapporti fi­niscono per essere sempre più stret­ti. Potremmo dire che la ‘ndrangheta “forma” il soggetto verso la politica e lo sostiene. E questo è sostanzial­mente un meccanismo che diven­ta difficile focalizzare e contrastare tempestivamente. Io credo che sia la stessa politica che deve trovare le modalità per selezionare gli uomini che ammette; le indagini sono trop­po lente rispetto alla velocità con la quale la ‘ndrangheta recluta uomini per poi finalizzarli alla vita politica. D’altro canto, il voto e il condiziona­mento di voto da parte della ‘ndran­gheta è questione che viene affron­tata da anni. Nonostante si abbiano strumenti normativi particolarmente efficaci, non sempre è facile e so­prattutto tempestivo intervenire. Pro­babilmente per ostacolare appieno la ‘ndrangheta occorrerebbe che la po­litica assumesse meccanismi di con­trollo propri in modo da impedire ai sospetti di mafia di entrare in politica.

La Chiesa cosa può fare e cosa deve fare meglio per cercare di arginare il fenomeno mafioso e la corruzione?
Sottolineerei quanto sia importante l’azione della Chiesa in questi ultimi tempi. In Calabria c’è stato un movi­mento di pensiero incoraggiato dai vescovi, sembra quasi un cambia­mento di rotta. Questo non significa che in passato la Chiesa non abbia dato delle indicazioni precise, ma è come se i temi della collusione o anche quello del condizionamento della ‘ndrangheta potessero essere trattati a intermittenza, per cui c’era­no dei momenti in cui se ne parlava e altri in cui c’era silenzio. Oggi in­vece vi è una costanza nell’affer­mare i valori della Chiesa che sono valori incompatibili con i comporta­menti di ‘ndrangheta e corruzione.La fermezza della Chiesa in questi ul­timi tempi sta dando messaggi chiari.Non c’è più una sorta di separazione fra Stato e Chiesa, quasi come se i principi che governavano la vita dei fedeli fossero diversi da quelli che governavano la vita sociale. Il rispet­to della dignità umana è un valore sia per la Chiesa sia per lo Stato. In questo momento è come se ci fosse un’azione concentrica, come se il cor­rotto e l’uomo di ‘ndrangheta fosse­ro accerchiati da una cultura nuova, una cultura della legalità che non è soltanto l’applicazione della legge. I sacerdoti che oggi parlano pubblica­mente contro la corruzione e contro la ‘ndrangheta danno un segnale univo­co e riescono a far comprendere che è passato il tempo in cui si poteva pensare di essere contemporanea­mente cristiani e ‘ndranghetisti.­

di Vincenzo Paticchio

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