ADRIANO MASTROLORENZO

Adriano chi...
Adriano Mastrolorenzo nasce a Polla il 23 Marzo 1992. Si trasferisce a Roma all’età di 8 anni. Il padre, musicista, gli trasmette l’amore per la chitarra, che sarà la sua compagna di viaggio per tutto il periodo di studi liceali. Si diploma presso il liceo Socio-psico-pedagogico “Gelasio Caetani”, a Roma. Studia pianoforte con Beatrice Montesi, e chitarra con diversi maestri. Si laurea in chitarra classica presso il Conservatorio “Giulio Briccialdi” di Terni, sotto la guida di Emanuele Segre. Studia perfezionamento in chitarra classica con Leonardo Gallucci. Ha lavorato come compositore per il musical “Piccole figlie dei sacri cuori di Gesù e Maria” scrivendo sia testi che musiche. Ha lavorato, inoltre, come compositore per diversi spettacoli teatrali. Ha all’attivo una serie di sue composizioni che suona insieme al flautista Giulio Castellani, con il quale forma un duo. Ha lavorato in diverse scuole di musica, ed, al giorno d’oggi, lavora presso la “Bottega del Suono” come docente di chitarra. Lavora in ospedale come “Musicista in corsia” da sette anni.

LA CHITARRA CHE SUONA LA SEPRANZA

Fortunatamente ogni tanto le luci della ribalta inquadranol’obiettivo giusto. Questa è una storia di Natale, come tante altre forse nascoste nelle intercapedini più trascurate dell’informazione e della tv. Adriano Mastrolorenzo è un ragazzo di 25 anni ed è un “musicista in corsia” dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”. La sua è una vita segnata dalla sofferenza fin dalla più tenera età e che oggi ha trovato un grande senso proprio attraverso le sue “scorribande” con la chitarra in mano tra le corsie della casa di cura per bambini più famosa d’Italia. Il passaggio da “Tu si que vales” su Canale5 qualche settimana fa lo ha portato in cima alla popolarità. Ospite in trasmissione non da concorrente ma per consegnargli un premio speciale.
Adriano, cominciamo da una storia di Natale, ovviamente a lieto fine. Te ne sarà capitata qualcuna in corsia al Bambin Gesù...

Come paziente, se non ricordo male (sono passati oramai 13 anni,) ne ho fatti tre. Di bei ricordi, come ospite del Bambin Gesù, ne ho tanti. Dai momenti passati in ludoteca a preparare le decorazioni, alle lezioni di musica insieme al maestro di chitarra Alberto Antinori, docente di musica della scuola dell’ospedale, ed infine sono sette anni che organizzo eventi, prepariamo concertini natalizi con i bambini ricoverati, praticamente da quando svolgo il mio impegno con la musica in ospedale.

Torniamo indietro alla tua storia: l’ospedale una costante nella tua vita, fin dall’età di 8 anni. Come stai oggi? Provi a raccontare ai nostri lettori la tua storia?

Costante è la parola esatta, dato che non ho mai lasciato l’ospedale. Sono affetto da Lupus, una malattia autoimmune che ha colpito fegato e reni. Oggi, grazie a Dio, sono guarito ma ciò che mi ha dato l’ospedale ho voluto metterlo in pratica, e soprattutto ricambiare quanto di buono e bello mi è stato donato in quegli anni di lungo calviario. Il periodo della malattia è durato più o meno dagli 8 ai 14 anni, poi con alti e bassi.

Insieme con la malattia e la degenza in ospedale scopri il fascino della musica. All’inizio un po’ per gioco poi le cose si sono fatte serie. Com’è andata?

La bellezza del mio strumento, la chitarra, la scoprii tramite mio padre da piccolo, ma come già accennato, insieme al maestro Alberto Antinori, ho approfondito questo strumento meraviglioso, fino a farlo diventare oggi il mio lavoro, in ospedale e non solo, dato che insegno da sette anni.

Raccontaci questa storia del “musicista in corsia”. Quando e come è iniziata la tua avventura? Che cosa ha fatto scattare la molla?

Questa storia nasce quando, salendo in reparto per la prima volta con la mia chitarra, mi accorsi di quanto bene facesse, di quanta gioia riuscissi a portare tramite la musica. Sono stati i sorrisi dei bambini, i ringraziamenti provenienti dal profondo del cuore dei genitori che mi hanno spinto a dedicarmi totalmente a questa avventura.

La tua “vocazione” è diventata ora una “battaglia”? La richiesta di istituzionalizzare le figure come la

tua...

Esatto. Il mio sogno è quello di far nascere la figura professionale del “Musicista in corsia”. In America esistono già, o almeno qualcosa di molto simile. L’Italia, in questo, è sempre un po’ indietro. Passi in avanti sono stati fatti, riconoscimenti da parte dell’ospedale e non solo ne ho avuti, sono convinto che riuscirò in questo mio grande sogno. Far nascere questa figura vorrebbe dire dar senso alla mia malattia, vorrebbe dire dar senso al cambio di vita che tutta la mia famiglia ha dovuto fare per me.

Come trascorrono le tue giornate al Bambin Gesù? Ti limiti soltanto ad allietare i tuoi piccoli fans o ti spingi fino ad insegnare loro i primi rudimenti del pentagramma? Come sono strutturati i tuoi laboratori?

Il lavoro si suddivide, ovviamente, in fasce d’età. Con i più piccoli si lavora sull’aspetto ludico ed emozionale. Si cerca di farli rilassare, in modo da allietare le giornate in ospedale. Con i più grandi, ci si divide tra laboratori di musica d’insieme e vere e proprie lezioni di strumento. Io suono sia il pianoforte che la chitarra, e cerco di impartire lezioni per entrambi gli strumenti. Per quanto riguarda invece i laboratori di musica d’insieme, la prerogativa è fare gruppo, quindi, appena entrato in stanza, passo uno strumento ad ognuno, genitori, bambini, infermieri e si fa musica tutti insieme. Lo scopo è sempre lo stesso: dare una motivazione diversa per stare in ospedale.

Ma cosa ti chiedono i bambini durante gli incontri in ospedale? Che cosa manca loro di più durante i ricoveri?

Ovviamente casa. Uno dei miei obiettivi come operatore in ospedale, oltre che come musicista, è proprio quello di dar loro l’idea di casa. Quindi si cerca di far rivivere momenti felici tramite la musica, magari scrivendo una canzone. Quello di scrivere un testo è un modo molto efficace di esprimere quello che il bambino ha dentro. Ovviamente, poi, si inserisce la musica composta da loro.

A quanto pare, specie in cardiologia, la tua chitarra procura proprio effetti benefici sui piccoli pazienti. Cosa succede? Ricordi qualche caso in particolare?

“Effetti benefici” è il termine esatto, credo. È capitato con una bambina che i battiti del suo cuore rallentassero mentre io ero in stanza a suonare con lei, e questo, per una bambina cardiopatica, ovviamente, non può far altro che giovare. La cosa che più mi capita di sentire, in realtà, da parte dei genitori, è “con te sta buono”. Può sembrare banale, ma questa frase racchiude tutto ciò che è il mio lavoro. “Far star buono” il bambino permette al genitore di prendersi una pausa, e staccare un attimo dalla stanza d’ospedale, aiuta il bambino a non pensare troppo al luogo dove è in quel momento. Il segreto, amici miei, è non farli sentire diversi, non farli sentire come qualcuno da assecondare, da evitare. Quando fai capire al bambino che non lo stai trattando come un bambino malato ma come un bambino, hai vinto.

A parte questa parentesi felice del volontariato, quali attività svolgi nella vita? E cosa farai o vorrai fare da grande?

Questa attività in ospedale, in realtà, grazie all’associazione di cui faccio parte, la “Davide Ciavattini”, sono riuscito a farla diventare il mio lavoro principale. Ho iniziato come volontario, e pian piano, come ho detto prima, sto riuscendo, grazie alle persone che mi hanno dato fiducia, a trasformarlo in un’attività professionale. Poi insegno chitarra e pianoforte da diversi anni in una scuola di musica e privatamente a casa. Beh, da grande… credo che la risposta più ovvia sia il Musicista in corsia!

Dicevi tempo fa: “so bene che i genitori rischiano di uscire matti accanto ai loro piccoli”. Che cosa puoi raccontare circa la sofferenza profonda dei genitori al Bambin Gesù. In che modo provi a star loro vicino, a sostenerli a confortarli...

Sicuramente tramite l’ascolto. Capita spesso che un genitore ti racconti, senza che tu abbia chiesto nulla, tutto quello che accade al figlio. Ascoltare è importantissimo. Non posso certo dare consigli sanitari, posso solamente cercare di far passare una mezz’ora di musica sia ai genitori che ai propri figli, e, come già detto, ascoltare.

Tu si que vales”, il premio speciale, Lorella Cuccarini, l’emozione dei giudici... Ne vogliamo parlare? Come’è nata la tua “candidatura”?

Come sia nata la mia candidatura, non ne ho idea. Mi è stato detto dalla redazione che qualcuno, in modo anonimo, mi ha iscritto. Quando, poi, hanno visto cosa facevo in ospedale, hanno preferito non farmi partecipare come concorrente e donarmi questo premio. È stato emozionante e divertente.

Qual è il tuo rapporto con la fede? E’ vero che tua mamma attribuisce la tua guarigione ad un miracolo di San Giovanni Paolo II? Perché?

La mia è una fede forte, anche se, come ogni buon cristiano, a volte vacilla. I rapporti più belli sono quelli in ci si confronta in modo costruttivo, e spesso capita anche con Dio! Mia madre attribuisce la mia guarigione a San Giovanni Paolo II per via di un sogno che ha fatto, nel quale il mio Papa (come lo chiamo io) ha detto a mia madre che sarei guarito. Pochi giorni dopo, io sono uscito dalla dialisi con entrambi i miei reni: considerando che erano completamente rovinati e che non c’era nessuna possibilità di ripresa, è stato davvero emozionante. Anche questo mi dà una spinta forte a non cedere quando qualcosa va storto nella realizzazione del mio sogno: se Dio mi ha dato una seconda chance, devo sfruttarla in modo intelligente.

Hai mai trascorso i giorni di Natale con i bambini in ospedale? Quanto è difficile far emergere il clima di gioia e di serenità, tipico di questo periodo dell’anno, in un luogo dove la sofferenza dei piccoli e il “terrore” dei genitori prendono il sopravvento?

Di Natali ne ho trascorsi un po’ con loro, ora non ricordo di preciso… sono passati tanti anni. Uno dei miei obiettivi è cercare di portare serenità. E quindi far vivere il Natale, far sentire l’aria natalizia, è fondamentale in ospedale! Stiamo lavorando con una mia collega bravissima alla realizzazione di tante decorazioni, sonore e non, nei reparti di cardiologia ed oncologia. Ovviamente, essendo periodo natalizio, i brani che sto facendo “studiare” ai ragazzi ricoverati fanno parte del repertorio tipico di questo periodo. Non bisogna mai far dimenticare loro la bellezza del Natale.

di Vincenzo Paticchio

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