ALEX ZANOTELLI

Padre Alex chi...
Alex Zanotelli è nato il 26 agosto 1938 a Livo, in provincia di Trento. Nel 1964 viene ordinato sacerdote nell’Istituto dei Missionari Comboniani. La sua prima esperienza di missione è in Sudan: dopo otto anni viene allontanato dal governo a causa della sua solidarietà con il popolo Nuba e della coraggiosa testimonianza cristiana. Assume la direzione della rivista “Nigrizia” nel 1978 e contribuisce a renderla sempre più un mensile di informazione. Per quasi dieci anni, Zanotelli ha saputo prendere posizioni precise e imporsi all’opinione pubblica italiana. Le sue denunce, anticipando l’era di Tangentopoli, erano spesso rivolte ad esponenti politici di allora, da Andreotti a Spadolini, da Craxi a Piccoli. Tali attacchi furono causa di una serie di accuse nei suoi confronti. E proprio per il suo carattere schietto e sincero, ed il suo infaticabile impegno nel denunciare le ingiustizie, nel 1987 Alex Zanotelli è indotto a lasciare la direzione di “Nigrizia”. Nel 1989 torna in missione in Kenya, a Korogocho, una delle baraccopoli che attorniano Nairobi. In questa difficile situazione di degrado umano dà vita a piccole comunità cristiane, ma anche ad una cooperativa che si occupa del recupero di rifiuti e dà lavoro a numerosi abitanti. Rimane a Nairobi fino al 2001. Oggi Padre Alex Zanotelli vive nel difficile rione Sanità di Napoli, in una piccola casa ricavata dal campanile della chiesa del quartiere. E ha un solo obiettivo di fondo: “Aiutare la gente a rialzarsi, a riacquistare fiducia”..

“MI HANNO CONVERTITO I POVERI DI NAIROBI”

Oggi ha quasi ottant’anni ma non si è ancora arreso. Le sue battaglie per la giustizia e contro ogni forma di povertà, per la pace e contro ogni forma di guerra, per la libertà e contro ogni forma di schiavitù continuano inarrestabili. Sono la sua vita che egli ama definire un lugno cammino di conversione. Da una decina d’anni è fermo - ma è solo un eufemismo - a Napoli nel quartiere Sanità, è tornato nella tribù dei bianchi dopo essere stato missionario per circa dodici anni in una baraccopoli di Nairobi e aver diretto “Nigrizia” denunciado lo sfruttamento dell’occidente ricco verso la miseria dell’Africa. Ora vive a Napoli e lì continua a testimoniare il vangelo della pace.

Padre Alex, che cosa manca per rilanciare la spinta missionaria nella Chiesa Cattolica? Non basta l’Evangelii Gaudium per convincersi che solo una Chiesa in uscita è fedele al Vangelo?
Purtroppo non basta. Infatti, l’Evangelii Gaudium è un bellissimo documento ma è destinato a restare lì dov’è. Entrerà a pieno titolo nei grandi documenti prodotti dalla Chiesa ma, ho la netta impressione, dopo aver visitato svariate parrocchie ed ascoltato varie omelie che vi sia scarso rifermento a un serio esame dell’Evangelii Gaudium che possa, per così dire, smuovere le comunità cristiane e fare in modo che si sentano comunità missionarie, altrimenti, vuol dire che qualcosa non va nel nostro Cristianesimo. E, questo cozza con tutta la mentalità consumistica, egocentrica in cui noi viviamo, per cui, spesso è davvero difficile... Ogni cristiano è missionario, che lo è ogni comunità cristiana e che quindi occorre fare una nuova scelta di vita, solo così si riuscirà a portare la luce di Cristo. E nella sua imitazione potremo davvero sfidare tutti i sistemi di morte.

Lei spesso torna a dire che sono stati i poveri a convertirla. Come è avvenuto questo?
Certamente e, ne sono ancora fermamente convinto. In me hanno agito davvero i poveri. Ne ho avuto conferma dopo aver scelto di vivere per dodici anni in una baraccopoli a Korogocho, di circa 180mila abitanti, nella periferia di Nairobi, capitale del Kenya. Proprio i poveri, figli di quella terra, mi hanno aiutato a ripensare tutto radicalmente e, naturalmente, a guardare con altri occhi il sistema in cui viviamo. Essi, hanno fatto in modo che io rileggessi anche la Bibbia e il Vangelo in modo innovativo, poiché rileggere la Parola di Dio in una baracca dove c’è la miseria umana ha tutta un’altra spiritualità.

Padre Alex, ce lo ha detto Gesù: “I poveri li avrete sempre tra di voi”, è una profezia, una sentenza o una drammatica opera di persuasione?
Personalmente ritengo che questa Parola di Gesù che, sotto varie forme, è presente anche in altri Vangeli aveva tutto un altro significato nel contesto in cui operava il Maestro. È necessario rapportarla al testo del Deuteronomio, ovvero “Tra voi non ci saranno più poveri”. Infatti, nella visione biblica occorre scardinare attraverso scelte concrete, anche economico-finanziarie, quelli che sono i sistemi oppressivi entro cui viviamo per consentire che emerga il Regno. Dio ci ha creati per la felicità e ci ha donato quanto di più bello. L’importante è condividerle. Questo è il cuore del Vangelo ed è in questo senso che diventa un’autentica sfida, quella dei poveri in mezzo a  noi. Da premettere che Dio non vuole che vi siano poveri tra noi, ma che tutti abbiano a sufficienza per realizzare quello che il Signore ha messo nel nostro cuore e per ognuno, infatti, ha un disegno, poiché vorrebbe che realizzassimo sempre e solo cose straordinarie. Mi sovvengono le parole del teologo moralista Enrico Chiavacci che racchiudeva in due comandamenti i dettami di Gesù sull’economia e la finanza. Primo comandamento: “Cerca di non arricchirti” e secondo: “Se tu hai, per qualsiasi ragione tu sia venuto a possedere, hai per condividere”. Se noi seguissimo questi insegnamenti non vi sarebbero più poveri perché mai, come oggi, il mondo ha prodotto tanta ricchezza, purtroppo mal distribuita.

“Questo povero grida...”, ma il Signore lo ascolta? La Chiesa primitiva scelse questo segno per presentarsi sulla scena del mondo, scrive il Papa nel Messaggio per la prima Giornata Mondiale dei poveri. È ancora così?
Sì, è proprio questa domanda che mi tormentava quando vedevo tanta sofferenza innocente a Korogocho. E pur non smettendo di rivolgermi a Lui chiedevo: “Dio dove sei?” e Lui di rimando a me: “E tu che cosa fai?”. E subito ripensavo al primo libro della Genesi: “Uomo dove sei?”. Tocca a noi essere prossimi all’altro nel condividere, nell’accogliere, nel creare società che siano altro da quella che abbiamo.

Si sa che non le è mai mancato il coraggio della denuncia. Il sud del mondo è stato sempre nella sua vita la luce nella quale ha mosso i suoi passi e a sua difesa non si è mai risparmiato nello stigmatizzare il consumismo come la peggiore delle cause della povertà. Il denaro è davvero una ricchezza? O è piuttosto fonte di disparità e ingiustizie? Cosa vuol dire essere liberi e fuori dal “sistema”?
Non viviamo più paradossalmente in un sistema incentrato sull’economia ma direttamente sul denaro. Oggi si parla di fatti di finanziarizzazione dell’economia che permette a poche persone di avere tutto. Oxfam, questa confederazione internazionale di organizzazioni non profit  dedita alla riduzione della povertà globale, qualche mese fa ha rivelato che gli 8 uomini più ricchi al mondo hanno tanto quanto 3 miliardi e 600 milioni di persone più povere e che l’l% della popolazione mondiale ha più del 99%, quindi un 70-80 milioni di persone hanno più del 99% di 7 miliardi e mezzo di persone che vivono ora su questo pianeta. È tutto ciò è avvenuto proprio a causa del denaro, in quanto esso è divenuto un qualcosa che viaggia per proprio conto, non ha più una relazione con l’economia e quand’anche vi fosse sarebbe molto scarsa. Fra l’altro gli economisti dicono che tra l’economia reale, il cosiddetto PIL e la speculazione finanziaria c’è una disparità che va dalle 10 alle 15 volte. Ed ecco perché il Papa sta insistendo così tanto sulla finanza perché è questo il cuore del problema attuale e, purtroppo, dobbiamo riconoscere che, come ha affermato il gesuita inglese John Haughey: “Noi in occidente leggiamo il Vangelo come se non avessimo soldi e usiamo i soldi come se non conoscessimo nulla del Vangelo”.

Papa Francesco denuncia “l’indifferenza generalizzata” tra le cause di un “elenco impietoso e mai completo” dove compaiono povertà che non sempre risalgono alla miseria materiale ma che somigliano molto a delle vere e proprie nuove schiavitù: l’emergenza sanitaria, la mancanza di lavoro per i giovani, il sopruso, la violenza... Aggiungiamo la droga, il gioco d’azzardo, le violenze domestiche. Quanto è importante la politica nella soluzione di questi drammi?
“La politica è la forma più alta di carità” ma fatta seriamente, nella maniera che ho spiegato poc’anzi. È inutile illudersi, questo non avviene. Ed è inutile altresì prendersela solo e  soltanto con i politici, poiché è estremamente chiaro che non obbediscono a coloro che li votano ma obbediscono, gioco forza, alle banche: siamo ormai sotto scacco di una dittatura bancaria ed anche loro, se vogliono governare, devono obbedire alle banche. Ed esse hanno ben altri interessi che risolvere determinati problemi del Paese. È chiaro, quindi, che viviamo in un sistema viziato che produce tutti questi mali e Papa Francesco non fa che parlare della cosiddetta “globalizzazione dell’indifferenza” ma perché la sofferenza dell’altro non ci tocca più. Penso, soprattutto all’omelia pronunciata dal Papa a Lampedusa, quando chiese: “Avete mai pianto nel vedere un barcone affondare?”. Ci stiamo paurosamente disumanizzando, quando invece il tema cardine del Vangelo è proprio “farsi prossimo”.: “Chi è il mio prossimo?” chiese il dottore della legge a Gesù e a questa domanda egli non risponde ma racconta la parabola del samaritano che si ferma e ha compassione di un poveretto in  difficoltà e fa qualcosa per lui.

Quante volte lei ha gridato contro la guerra e il mercato delle armi nel quale gli Stati sperperano i nostri soldi... Ha mai avuto dei riscontri positivi in questa sua battaglia e di tanti “costruttori di pace”?
Di battaglie ne sono state fatte ma purtroppo vittorie in questo campo ne sono state registrate molto poche. La situazione si è via via ingarbugliata sempre più. Da un lato fummo confortati e soddisfatti, quando fu approvata la Legge 185, che impedisce all’Italia di vendere armi agli Stati che sono in guerra e fu indubbiamente un notevole passo in avanti ma in generale tutta quella che è considerata la corsa alle armi, assolutamente, va avanti nonostante tutto. Sebbene il New York Times nel 2003 provò a sottolineare che almeno 100 milioni di persone scesero in piazza a manifestare contro l’intervento bellico in Iraq, la guerra si fece comunque. Tutto questo perché le armi sono parte essenziale dei ricchi di questo mondo, di chi ha in mano il potere economico-finanziario e che quindi deve proteggersi e lo fa con spese assurde che oggi sono arrivate, a livello mondiale, a 4 miliardi e 600 milioni di dollari. In Italia spendiamo 24 miliardi di euro annui pari a 64 milioni di euro al giorno che servono a comprare armi.

Quartiere Sanità. Al servizio dei poveri in una terra di missione non convenzionale. Da che cosa si sente arricchito e, perché no, anche convertito, nella lunga esperienza napoletana?
Non è stato, intanto, facile lasciare la mia comunità africana di Korogocho. Prima di partite il Pastore di una Chiesa indipendente ha pregato per me dicendo: “Papà dona a padre Alex la forza del tuo Spirito affinché egli ora possa tornare dalla sua tribù bianca e convertirla”. E sono fermamente convinto che oggi il problema centrale sia proprio nelle mani della “tribù bianca”, che, assolutamente, non vuole arrendersi. è fondamentale che noi missionari continuiamo a camminare con i poveri della terra, tanto nel sud, quanto nel nord del mondo e aiutare sul serio le nostre comunità a capire che tipo di cristiani noi siamo. Ed è tutto questo che mi ha portato al rione Sanità di Napoli e, solo dopo dieci anni che ci vivo comincio a capirci qualcosa. Ora riuscirò ad essere più incisivo nella trasformazione di questo quartiere dove c’è un popolo con una bellissima storia. Ora, sono sparite le famiglie del sottoproletariato perché sono incanalate a vivere quella vita bella proiettata dalla televisione, sempre accessa dalla mattina alla sera. È un cammino che mi ha fatto comprendere quanto bisogno vi sia, anche in Occidente, di fare missione, però sempre e solo attraverso scelte ben concrete.

 

Gli mancherà pure l’aureola ma don Tonino Bello è un santo “in piedi” nel cuore della gente. Cosa le manca della sua profezia e che cosa del suo messaggio rimarrà imprescindibile nella sua vita?
A me manca soprattutto la capacità che aveva di spendersi da vescovo con gli altri vescovi. Egli non era molto amato dai suoi confratelli. Una volta mi raccontò che durante una riunione dei vescovi italiani, appena entrato in sala, udì un lungo e fastidioso brusìo: non gli fece certo piacere, perché la sua visione della Chiesa povera disturbava la coscienza collettiva dei vescovi perché assolutamente le ritenevano prese di posizione politiche. Tonino, comunque, era un appassionato di Gesù di Nazareth e tutto in lui scaturiva proprio dalla sua fede in Cristo, nei gesti e nelle parole cercava di imitarlo agendo in nome e per conto del Maestro. Penso che avremmo ancora bisogno di una figura episcopale così come quella che Tonino Bello ci ha donato. Ma non è facile che si verifichi ancora, perché come, un tempo, fu isolato don Tonino, così viene isolato oggi Papa Francesco, quando invece egli avrebbe bisogno di tutto il sostegno possibile affinché la Chiesa sia aiutata a compiere, a livello evangelico, quel tanto atteso salto di qualità.

di Vincenzo Paticchio
*ha collaborato Christian Tarantino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto