MICHELE SECCIA

Padre Alex chi...
Michele Seccia è nato a Barletta il 6 giugno 1951. Il 2 ottobre 1962 è entrato nel seminario Arcivescovile di Bisceglie dove ha frequentato la scuola media e il ginnasio (1962-67) concludendo con il triennio liceale a Molfetta (1967-69) e a Taranto (maturità classica, luglio 1970). La sua formazione seminaristica e spirituale è avvenuta a Roma presso il Pontificio Seminario Francese (1970-1977); ha conseguito il Baccalaureato in Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e la Laurea in Filosofia presso l’Università La Sapienza di Roma ed ha ottenuto la Licenza in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana. Ordinato sacerdote il 26 novembre 1977, viene subito nominato vice Parroco della Parrocchia Spirito Santo di Barletta della quale è stato, poi, Parroco dal 1985 al 1992. Nel 1978 ottiene l’incarico di Docente di Teologia Morale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, quindi, di Insegnante di Religione al Liceo Statale, e di Filosofia e Pedagogia all’Istituto Magistrale. Dal 1987 al 1997 è Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie. Eletto alla Chiesa di San Severo il 20 giugno 1997, ha ricevuto l’Ordinazione episcopale l’8 settembre dello stesso anno. Il 24 giugno 2006 è trasferito da S.S. Benedetto XVI alla Diocesi di Teramo-Atri e, in essa, ha iniziato il Suo servizio episcopale l’ 8 settembre 2006. Il 29 settembre 2017 Papa Francesco lo ha nominato Arcivescovo Metropolita di Lecce nella cui diocesi ha iniziato il suo ministero il 2 dicembre 2017.

DAVANTI ALLE SCELTE ETICHE "educare le coscienze senza cancellare la legge"

Ora ancora un giovane prete quando è diventato vescovo. Ora, dopo aver guidato per nove anni la diocesi di San Severo in Puglia e per undici anni quella di Teramo-Atri nelle Marche, è da due mesi arcivescovo di Lecce. Dove è arrivato - come bisbigliano i ben informati - con qualche mese di ritardo: il terremoto che ha sconvolto il centro Italia pare lo avesse fatto desistere. Non se l’è sentita di abbandonare quel popolo proprio “nell’ora della prova”. Approfittando delle sue competenze di filosofia e di teologia morale con lui abbiamo affrontato alcuni temi caldi al centro del dibattito fuori e dentro i recinti della Chiesa.

Eccellenza, parliamo di Papa Francesco. La sua riforma della Chiesa - spesso osteggiata più all’interno che fuori pur avendo le sue radici nel messaggio di Gesù Cristo - verso quali mete viaggia?
Preferirei ignorare l’espessione ‘spesso osteggiata’ perché la voce dissonante ha sempre una maggiore amplificazione rispetto alle voci di approvazione. Poi, tale riforma viaggia in assoluta sintonia con quelle che sono le mete proprie del Vangelo. Non dimentichiamo che la ‘pastorale in uscita’  non è uno slogan, né allude ad un discorso propagandistico, ma  è una pastorale di evangelizzazione, di annuncio che non raggiunge mai una sorta di appagamento poiché la Chiesa è in uno stato di perenne evangelizzazione e, se mi permette, non è Papa Francesco il primo ad affermarlo!

Crede che la “rivoluzione” di Bergoglio possa davvero riportare i credenti nel solco del Vangelo? Da cosa dipende?
La sua finalità è esplicita! È costantemente dichiarata ma soprattutto è sostenuta dall’esempio personale e dall’impegno che Papa Francesco mette nella predicazione, nel suo essere il successore di Pietro, nel modo di celebrare l’eucaristia,  nell’avvicinare la gente. È un nuovo stile di vita che esce da quegli schemi cui siamo abituati e che porta a compiere scelte che sorprendono come l’abitare nella Domus Santa Marta permettendo al Santo Padre di avere contatti personali con i suoi collaboratori.

La “riscoperta” bergogliana di un Dio non padre-padrone ma invece padre misericordioso dove sta orientando la morale cattolica tradizionale?
Sicuramente non al relativismo, né tanto meno al permissivismo anche se in molti, purtroppo, tendono a ridurla in questi termini. Non si può intendere il riferimento alla coscienza come un ‘tutto è relativo’. Ogniqualvolta la persona credente rimanda le proprie scelte alla coscienza non significa che la norma possa essere superata. Piuttosto significa che l’uomo nella sua interiorità, sotto lo sguardo di Dio decide del suo destino: è il Concilio Ecumenico Vaticano II (cfr GS 14) che lo afferma. L’ascolto della voce intima della persona nulla toglie al Magistero, alla legge riconosciuta della Chiesa ma pone sempre la persona stessa dinanzi al valore che quella legge rappresenta.

Affrontiamo alcuni nodi al centro del dibattito negli ultimi tempi. Primo fra tutti il capitolo 8 dell’Amoris laetitia. Data per acquisita un’apertura epocale da parte della Chiesa, non le sembra rischioso affidare al discernimento del soggetto coinvolto e del singolo vescovo o addirittura del singolo sacerdote l’accostarsi ai sacramenti dei divorziati risposati? Come si comporta lei da vescovo diocesano? Quanto valore e credito lei dà alla coscienza personale?
Rispondo da docente di teologia morale e ancor più da vescovo: la coscienza non deve sostituirsi alla legge. è necessario aiutare la coscienza, attraverso la recta ratio, a comprendere qual è la sua reale funzione. Se possono aver creato confusione alcune affermazioni del Papa circa la validità del sacramento del matrimonio, o circa la possibilità ad accostarsi ai sacramenti è solo perché non è stato interpretato in modo corretto ciò che ha scritto. è l’unico atteggiamento utile a superare ogni critica senza cadere nel relativismo ma facendo riferimento ad una coscienza illuminata e matura che ovviamente non elimina la legge e fa costante riferimento alla legge. Riferiamoci a casi concreti come quello dei divorziati risposati. Il sacramento celebrato validamente non può essere dichiarato nullo per un motivo banale. Solo se esistono le giuste condizioni in uno dei due coniugi si può procedere alla richiesta di nullità. L’importante è non essere spinti dall’intenzione nel voler raggiungere solo i propri obiettivi nascondendo la verità. Pertanto, laddove esiste una verità oggettiva che dimostri la validità del sacramento, è necessario agire di conseguenza nel rispetto di condizioni e situazioni spesso così difformi che richiedono un appello alla coscienza di chi sa ciò che ha fatto, cosa ha scelto, come ha vissuto.

In che modo si sente interpellato come pastore dall’Amoris laetitia? Pensa di impostare un percorso ad hoc nella sua diocesi?
Questo lo vedremo. Ma io mi sono espresso in merito tante volte nella diocesi precedente come anche qui l’ho già accennato perché per quanto riguarda la preparazione al matrimonio credo che dovremmo finirla di parlare di corsi dal momento che non dobbiamo concedere nessun patentino. è necessario, piuttosto, proporre un percorso di fede per la celebrazione del sacramento. Il dato statistico indica che i matrimoni celebrati in comune stiano uguagliando, se non addirittura superando, i matrimoni celebrati con rito canonico. Ciò ci deve far riflettere pensando che il 90% di queste coppie ha ricevuto il battesimo. Pur rispettando la loro libertà circa il significato e il valore che intendono riconoscere e vivere nel matrimonio, non si può escludere che ci sia in atto il rischio di sminuire la dignità del sacramento che comporta una maggiore assunzione di responsabilità secondo la propria coscienza davanti a Dio, alla Chiesa e alla società.

Quindi lei punta più alla ‘prevenzione’; ma nel caso in cui ci fossero situazioni nella sua diocesi di divorziati risposati che vorrebbero riavvicinarsi ai sacramenti sta pensando ad un percorso?
Non si può generalizzare perché altrimenti ciascuno troverebbe uno spiraglio o una via d’uscita alla propria situazione, invece, va fatta una verifica molto approfondita con le singole persone per poter prendere le giuste decisioni nel rispetto della propria coscienza.

Il fine-vita. Dal testamento biologico fino alla morte indotta: esiste secondo lei il diritto a morire?
Diritto ad avere una morte umana, sì! Diritto a decidere quando morire, no! La vita e la morte non dipendono dalla persona. A nessuno di noi è stato chiesto il permesso di nascere e ciò dimostra l’importanza della dignità della vita. Se poi siamo chiamati a compiere delle scelte, dobbiamo distinguere le situazioni senza farci mai solo coinvolgere dalle esperienze più drammatiche proposte dai media che, pur meritando tutta loro attenzione, non possono stabilire un criterio di autodeterminazione dell’esistenza. 

Il card. Bassetti, proiettandosi al dopo-elezioni del 4 marzo, parlando di questioni politiche, ha detto che “è importantissimo che la politica torni a essere quella con la P maiuscola, vissuta come una missione civile e non tanto come un luogo di potere”. è d’accordo?
Più che d’accordo poiché anche la politica ha bisogno di un volto nuovo che eviti la semplice contrapposizione ideologica ma si basi su proposte concrete che abbiano come unico obiettivo il bene comune e non l’interesse di parte. A volte, di fronte alla promulgazione di determinate leggi, si perde di vista l’orizzonte primario del bene sociale, pensiamo al discorso delle banche ad esempio, confondendo il bene comune  con  la salvaguardia delle parti che può riguardare il capitale, le risorse economiche, il risparmio delle famiglie ecc. Il bene comune è l’insieme di quelle condizioni politiche, economiche, finanziarie che permettono al soggetto, inteso anche come comunità, come famiglia, di poter far fronte a tutte le necessità e di poter vivere in modo dignitoso.

Ha senso ancora oggi parlare di impegno dei cattolici in politica di fronte alla dilagante laicizzazione di ogni spazio culturale e sociale?
Credo sia ancora più importante ed urgente l’assunzione di responsabilità da parte di chi ha competenze e capacità. Anche qui tornano in ballo la coscienza ed i valori che vogliamo testimoniare assumendo l’impegno in politica. Il valore ideologico di una corrente o il valore fondamentale del rispetto della dignità della persona, o ancora i valori che la Costituzione difende a partire dalla famiglia, dalla scuola, dalla libertà di istruzione e di insegnamento... A questi valori dobbiamo ispirarci.

La crescente diminuzione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata pone un problema di presenza capillare sul territorio di una pastorale attenta e profonda. Non sarebbe ora di puntare seriamente un po’ di più sulla qualità della preparazione dei laici?
Il discorso è serio e concreto difatti per ciò che riguarda la formazione e la corresponsabilità laicale all’interno della Chiesa, credo sia necessario compiere un gran passo, espressione della maturità dello spirito del Concilio. Nella mia nuova diocesi, io non vedo la presenza di laici che hanno responsabilità dirette negli uffici diocesani mentre dovremmo puntare alle competenze, allo spirito di servizio con la specificità vocazionale e pastorale che ciascuno di noi ha: è questa l’apertura ai laici. Ma non perché non essendoci preti capaci di fare una determinata cosa allora rivolgiamo la proposta ad un laico, no! Ci sono delle sensibilità, per esempio quella della politica, della promozione sociale, del lavoro, della comunicazione, della cultura, della pastorale familiare nelle quali il laico può e deve avere una voce. Per la mia esperienza pregressa nella diocesi abruzzese, è stato così anche per la catechesi che, insieme, al percorso per i fidanzati è per me, una priorità nella pastorale. La trasmissione della fede non può e non deve riguardare soltanto il parroco che, magari, nella sua comunità coordina l’attività di evangelizzazione ma necessita dell’affiancamento di persone vocazionalmente motivate e doverosamente preparate.

Lei si sente in prima linea a difesa dei territori circa i temi rilanciati dal Papa nella Laudato si’. Crede che la vocazione dell’uomo creato per custodire la terra sia purtroppo oggi spesso tradita dalle priorità del business?
La questione della difesa del territorio rimane uno dei problemi più seri da affrontare. Circa il gasdotto Tap, ad esempio, che i territori della diocesi di Lecce vivono in maniera diretta, mi chiedo se quando sono stati presi degli accordi di tipo economico, o quando sono stati fatti degli investimenti, sono stati davvero frutto di una decisione condivisa con i cittadini o solo di interessi politico-economici? è necessario sedersi ad un tavolo e verificare se il progetto possa produrre effetti negativi anche se dovessero manifestarsi fra trent’anni. E l’esperienza dell’Ilva di Taranto ha molto da insegnarci in merito.

Un’ultima domanda. I Trinitari si occupano fin dalla loro fondazione di schiavitù e di catene. In quale modo è giusto che loro siano testimoni oggi della liberazione dalle schiavitù moderne?
I Trinitari sono riuscito ad intercettarli e a chiamarli nella diocesi di Teramo affidando loro gli ospedali, il carcere: nutro grande stima nei loro confronti. Coloro che sono giunti in diocesi, pur essendo tutti malgasci, parlavano abbastanza bene l’italiano: è il risveglio di vocazioni antichissime al servizio degli ultimi.

di Vincenzo Paticchio

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