[SPECIALE DON TONINO BELLO] GIANCARLO PICCINNI

Il presedente della fondazione  ‘don tonino Bello’: “il messaggio di don Tonino riunisce le persone che vogliono pensare
e costruire un mondo migliore, indipendentemente dalla propria fede, e questo significa, da parte nostra, che dobbiamo allenarci a cogliere prospettive nuove e capacità di dialogo”

Il XXV ‘capodanno’ di don Tonino Bello con l’ospite d’onore: sulla sua tomba arriva il santo padre

Cresce l’attesa ad Alessano dove tra poche settimane giungerà Papa Francesco per preguare per qualche minuto sulla tomba di don Tonino Bello. Abbiamo raggiunto Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione “Don Tonino Bello”. Con lui abbiamo ricordato i segni profetici di un vescovo che in qualche modo ha anticipato la visione della Chiesa e dell’uomo dell’attuale Ponterfice.

Presidente Piccinni, il Santo Padre viene ad Alessano per pregare sulla tomba di don Tonino Bello. Sicuramente conoscendolo si sarebbe schernito dinanzi a così tanti onori... è solo una fantasiosa supposizione?
È un evento storico indubbiamente. Fino a pochi anni fa era impensabile che un tale evento potesse verificarsi. Non per don Tonino in sé e per sé in quanto noi crediamo che in cielo egli abbia già avuto il più grande riconoscimento: il Paradiso dei giusti. Non è andata male nemmeno sulla terra se consideriamo che a 25 anni dal suo transito tantissima gente gli vuole molto bene e non lo ha mai dimenticato. Il 20 aprile è quasi un ‘capodanno’, un momento in cui la gente si ferma un attimo e fa il resoconto di quanto gli è accaduto nel corso dell’anno. Tuttavia, è necessario proiettarsi in una dimensione planetaria, come per altro egli stesso voleva. Ad esempio proseguendo nell’affrontare le problematiche della pace, della fame nel mondo, dello sfruttamento, etc., sviluppando una visione secondo un “lessico di comunione”, questa bella espressione che usava piacevolmente. E quindi la visita del Santo Padre diventa un indice puntato verso una dimensione nuova con una geografia che si capovolge. Non soltanto dal nord verso il sud, in questo caso dell’Italia, ma verso tutte le periferie storiche affinché siano per tutti un esempio da seguire poiché in quelle periferie la posizione della marginalizzazione e della povertà può essere perfino un privilegio. Quest’anno sarà un ‘capodanno’ speciale per la presenza del Santo Padre, senza dimenticare che più che essere presenti fisicamente vicino al Papa è utile in primis accompagnarlo condividendo le urgenze da egli sottolineate che, sostanzialmente, sono le stesse indicate da don Tonino e poi, la costante preghiera che sempre ci chiede cui non dovremmo sottrarci in quanto richiesta che nasce dal cuore stesso del Santo Padre.

Con ogni probabilità don Tonino sarebbe stato un “fan sfegatato” di Papa Francesco. Secondo lei, quale aspetto della personalità, del magistero o dell’azione pastorale di questo Pontefice lo avrebbe conquistato maggiormente?
Credo indubbiamente che vi sia tra i due quasi una corrispondenza pastorale o per lo meno un’empatia umana molto forte che dà la capacità di vedere la storia da un’angolazione nuova. Don Tonino usava appunto l’espressione latino-americana che è quella di “mettersi in corpo l’occhio del povero”, ma non solo. Quest’empatia ha in realtà radici lontane che mi fanno ripensare al famoso “Patto delle catacombe” che fu siglato a Roma da alcuni cardinali latino-americani pochi giorni prima della fine del Concilio Vaticano II, nelle catacombe di Domitilla, dove una quarantina di padri conciliari in tredici punti stilarono quello che doveva essere il loro stile di vita. Uno stile che partiva concretamente dalla povertà come mistero di Dio, per nulla asettico ma fondamentale. Papa Paolo VI inviò, per suo conto, a coordinare questi cardinali-vescovi il cardinale Lercaro e Giuseppe Dossetti, importanti modelli di formazione per don Tonino durante gli anni di studio. Da costoro ne deriva tutta la pastorale della Chiesa povera e dei poveri, che oggi ci viene proposta in maniera più prorompente, indicandoci che la spiritualità evangelica ha una stretta parentela con la materia dell’uomo.

In che modo si sarebbe espresso, secondo lei, riguardo alle sollecitazioni dell’Amoris laetitia, alle provocazioni laicistiche circa il fine-vita e di fronte al riemergere di nuove forme di razzismo verso i movimenti migratori?  
A proposito delle forme di razzismo ricordo come don Tonino parlava dell’apartheid come del nuovo male del mondo. Questo continuo segregare le persone, considerarle di ‘serie b’, riconoscere il mondo diviso da frontiere, confini che sono solo realtà umane e non di Dio, in quanto gli uomini di questo mondo sono tutti fratelli: per don Tonino non era un fatto ideale ma di vita e sostanza della fede. La famiglia per don Tonino era un “laboratorio di pace” e pertanto la considerava come la “suprema convivialità in terra”. Ricordo che una volta a Molfetta, mentre ero con lui, una coppia suonò al citofono ed egli si alzò per aprirgli, in quel momento la donna tentò di baciargli l’anello e lui disse: “Signora sono io che dovrei baciare le tua mani di madre, in quanto hai generato dei figli”. Quindi, per don Tonino la famiglia era sicuramente punto di riferimento essenziale. Accanto a questo però diceva che “un diritto senza carità non riposa nella logica del Vangelo”, ovvero non è secondo la logica del Vangelo. In questo modo dimostrava di comprendere che le persone anche quando stanno vivendo un fallimento del proprio matrimonio vanno amate, accolte e promosse perché chi non ha sperimentato nella propria vita un fallimento in senso lato? Nelle difficoltà non può e non deve esistere un atteggiamento giudicante ma piuttosto misericordioso. Questi sentimenti li ho visti in don Tonino anche e soprattutto per le tante persone che si recavano da lui semplicemente per un conforto, non essendo accettate nei loro ambienti e nelle loro parrocchie . In lui per trovavano un fratello e un padre.

 Crede anche lei che da “pastore del sud” abbia anticipato l’idea e la missione della Chiesa in uscita, diretta verso le periferie umane?  
Ricordo un’immagine molto cara a don Tonino. Egli sognava una Chiesa le cui porte si aprissero non verso l’interno ma verso l’esterno. Questa immagine molti la tralasciano ma non è altro che una Chiesa che guarda verso il mondo. Don Tonino era così proteso da preoccuparsi che al mondo non mancasse il vangelo ma anche che al vangelo non mancasse il mondo.

La decisione del Papa di venire fino ad Alessano, sia pur per pochi minuti, prima di recarsi a presiedere l’Eucarestia nella diocesi di Molfetta, sullo stesso altare ai cui piedi quel 20 aprile giaceva il suo corpo silenzioso, in qualche modo può essere una legittimazione di una figura spesso “discussa” anche all’interno della Chiesa stessa?  
I profeti vengono sempre “discussi” proprio perché noi siamo piccoli ed incapaci di comprendere come la storia spesso ci chieda di fare scelte nuove rimanendo ancorati ad un fenomeno di ripetitività che è già espressione di morte quando invece il vangelo è novità ed è vita. Noi, purtroppo, dinanzi ai profeti, pur avendoli tra noi, siamo incapaci di coglierne il valore tralasciando anche i segni della profezia stessa che tentano di far breccia nell’intelligenza, nel coraggio, nel cuore, nella capacità di vedere prospettive nuove. In fin dei conti il vangelo è questo: la capacità di cogliere la primavera della storia, come diceva don Tonino. Noi, dovremmo prendere esempio da queste persone per capire che il presente non è statico ma è fatto per essere cambiato, rinnovato mentre il futuro lo teniamo, diceva don Tonino, alla finestra. Attraverso quella finestra egli scorgeva la speranza tentando di cogliere “lembi di cielo” nel cuore di ogni uomo.

A che punto è il cammino verso la beatificazione?  
La causa di beatificazione sta procedendo e credo che il 20 aprile prossimo avremo qualche bella sorpesa.

I temi della pace, dell’accoglienza, delle ingiustizie sociali, della lotta alle povertà restano ancora oggi purtroppo di grande attualità. Come mai il suo messaggio profetico resta tuttora valido tanto per i credenti che per i non credenti?  
È questo il bello. Il suo messaggio resta valido per tutti i pensanti. Noi, diceva il cardinale Martini, non dobbiamo più dividere il mondo tra credenti e non credenti ma tra pensanti e non pensanti. Pertanto, il messaggio di don Tonino riunisce le persone che vogliono pensare e costruire un mondo migliore, indipendentemente dalla propria fede, e questo significa, da parte nostra, che dobbiamo allenarci a cogliere prospettive nuove e capacità di dialogo. Si parla troppo spesso di dialogo eppure si tende ad usare il monologo quando invece si dovrebbe essere più disposti ad incontrare l’altro. Come diceva lo stesso don Tonino, noi abbiamo vissuto un primo millennio alla ricerca di Dio e lo abbiamo trascorso con le guerre, il secondo millennio abbiamo cercato spesso l’Io, ma abbiamo costruito soltanto una società col prezzo del sangue. Ora abbiamo un terzo millennio che dovremmo vivere alla ricerca dell’Altro perché credo sia giunto il momento di dare significato a quella frase evangelica: “rimettere la spada nel fodero”.

Lei è Presidente della Fondazione sorta per don Tonino e a lui intitolata. Quali sono i suoi compiti specifici e quali gli obiettivi raggiunti in circa 25 anni di attività?
La Fondazione “Don Tonino Bello” nasce perché egli prima di morire lasciò in eredità la sua casa allo scopo di renderla centro di cultura della pace, della solidarietà e della non violenza. Quindi, da lui voluta e pensata, insieme a me e ad altri amici prima ancora che lui morisse. Il suo patrimonio spirituale e culturale non doveva disperdersi pertanto, all’unisono, i suoi desideri sono stati da noi accolti. Nella sua casa viene tantissima gente per toccare, per conoscere, per vedere dov’è nato e per capire quali sono state le realtà da cui egli è partito per diventare quest’uomo planetario, per dirla alla maniera di Ernesto Balducci. La Fondazione oggi accoglie tantissima gente che viene a pregare sulla sua tomba, che i fratelli hanno predisposto in quel modo proprio per accogliere tantissima gente. La logica dell’incontro è commisurata alla preghiera e alla gioia, pilastri di un dialogo condotto alla presenza di un grande profeta. La Fondazione, inoltre, promuove nelle scuole tantissimi momenti di formazione, come anche una proficua attività editoriale volta alla diffusione degli scritti di don Tonino. Prossimamente, usciranno due ulteriori volumi che ospitano degli inediti, poiché è utile far conoscere ogni aspetto. Abbiamo anche promosso qualche gesto di carità ma comunque, ci tengo a precisarlo, la Fondazione non ha grandi risorse economiche e non cerca di averne ma vuole principalmente essere un luogo in cui si perpetua la memoria di un uomo che attraverso “il potere segni” ha testimoniato il vangelo. Un suo desiderio era quello di vedere il vescovo di Roma diventare il pontefice della carità. Sembra quasi che lo abbia invocato ed oggi è arrivato a compiere questa ‘dolce rivoluzione evangelica’.

Un aneddoto, una testimonianza di don Tonino che non si cancellerà più dalla sua memoria?
Un mese prima del suo passaggio, precisamente il giorno del suo compleanno, mi fermai con lui circa quaranta minuti. Eravamo soli e mi parlò di tutto, della sua vita ed anche della sua morte dicendo che era pronto ad attraversare il tunnel con la certezza che in fondo vi fosse la luce.

di Vincenzo Paticchio
*(ha collaborato Christian Tarantino)

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